testimonianze

Il mio tirocinio coi bimbi di oncologia, un’esperienza umana

di Redazione

Fare tirocinio in un’oncologia pediatrica è un’esperienza che ti segna per tutta la vita. Maria Pirozzi ha avuto quest’occasione nel novembre 2011 e tutto di quei momenti è perfettamente integro nei suoi ricordi. Laureata nel 2012, Maria ora è un’infermiera che ha fatto di quell’esperienza un tassello indelebile della sua formazione umana prima che professionale.

Tirocinio coi bimbi di oncologia, la mia esperienza umana e professionale

oncologia pediatrica

L'esperienza di Maria Pirozzi in oncologia pediatrica

L’autunno sembrava esser giunto anche per i bambini del reparto di oncologia. Raffiche di vento scuotevano le cime degli alberi, di cui era piuttosto florido il giardino dell’ospedale. E per alcuni piccoli pazienti, quelli che potevano alzarsi dal letto, era un po' come un gioco far capolino dalle finestre della propria stanza: al di là di quelle, la fievole pioggia di foglie autunnali che delicatamente planavano verso il suolo forse veniva associata, nel loro immaginario, a una strana danza aerea. Armoniosa e, per questo, da ammirare. Probabilmente in questo modo distoglievano il pensiero da quelle terapie così invasive, attenuandone la paura. Buffe espressioni di stupore stemperavano la tristezza dei loro volti segnati, al cospetto delle “piume d’albero”. Già, perché per la piccola Giada le chiome degli alberi erano adornate di piume, mica di foglie! Ancora ricordo questo aneddoto. Dunque, in quel periodo, era così che facevano: timidamente si sporgevano appena oltre, dovevano osservare, incuriositi, come inspiegabilmente quelle piume si librassero nell’aria. Ma giusto il tempo di spalancare un po’ gli occhioni, poi lo scatto fugace. Ritiravano il capo per timore di essere scoperti dai passanti.

Il reparto contava una trentina di posti letto, due o tre per stanza, più altri sei dislocati nella sala di terapia intensiva. Lì, ogni giorno, gli infermieri si facevano scrupolosamente carico del dolore e delle paure più intime dei bimbi e dei genitori, e già questo era sufficiente affinché guadagnassero la loro fiducia.

Bianca, 45 anni, capelli scuri, occhi d’un marrone intenso, come il cioccolato. Viveva a pochi minuti dall’ospedale. Le sue armi vincenti a lavoro: il sorriso e una dose di straripante dolcezza! Arrivava in reparto, la mattina, sempre di buon’ora ed era l’infermiera credo più amata. Un suo sorriso bastava a mettere di buon umore tutti, anche se di lì a poco sarebbe stata una giornataccia. Costantemente attenta, paziente e premurosa. Conosceva perfettamente il linguaggio di quei bimbi, e con l’esperienza aveva appreso che il poter instaurare un dialogo con loro, efficace e costruttivo, richiedeva delle tempistiche ben precise. Molte volte se ne stava in silenzio a guardare per cercare di decifrarne pensieri e stati d’animo, a prescindere dalla loro volontà di esprimersi a parole. Paradossalmente era così che carpiva le richieste d’aiuto, spesso non esplicite. La sua incontenibile e spiccata sensibilità? Inesauribile, perché si caricava d’amore giorno dopo giorno. Mai un gesto che fosse brusco o improvviso tale da spaventarli, e il tono della voce lasciava trapelare sempre calma e tranquillità.

Aveva tanto a cuore le fragilità di ognuno e difatti ambiva a tramutare quelle stesse fragilità in punti di forza.

Durante l’attività di tirocinio clinico tante sono state le difficoltà che si sono presentate quotidianamente. Una delle più comuni, per esempio, era mettere in pratica quanto appreso con la teoria, rispettando ogni procedura in maniera scrupolosa. E non era facile sviluppare la cosiddetta coscienza professionale, quell’abilità che conduce a fare riflessioni critiche pertinenti e al momento giusto. Infine, e non per minore importanza, c’era la pesante atmosfera respirata in un’oncologia. Eppure (l’altra faccia della medaglia) il tutto riusciva ad attenuarsi attraverso la percezione della bellezza dell’universo a me circostante, i mondi interiori di tutte quelle persone, pazienti e infermieri, fatti di alti e di bassi, sconfitte ma anche vittorie. Indistruttibili forze di volontà capaci di mettere a tacere, quando possibile, l’indicibile sofferenza che spesso purtroppo faceva da cornice nei reparti. E ancora i sorrisi degli assistiti che con un semplice “grazie… che il cielo ti benedica”, infondevano in me e tutt’oggi infondono una gioia senza confini, riscaldando ogni cellula del mio cuore.

Insomma, con orgoglio posso dire di esser stata protagonista attiva, come tantissimi altri miei colleghi, del momento cruciale in cui il mondo della formazione si è intrecciato con le complesse dinamiche che caratterizzano quello del lavoro. Il tutto all’interno di uno scenario in cui un qualsivoglia errore eventualmente commesso, perché dettato dall’inesperienza, era per così dire giustificato, un lusso questo che non può essere concesso se non esclusivamente durante l’esperienza di tirocinio. Ma tutt’oggi sono grata a quella che per me ha rappresentato un’esperienza di studio e di vita. Un percorso umano, ancor prima che professionale.

Maria Pirozzi, infermiera

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