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Spezzati dalla quotidianità di questa pandemia che ingoia vite

di Giordano Cotichelli

Questo non è un articolo facile da scrivere. Non è facile perché siamo in un paese dove da tempo va di moda scrivere di sofferenze, guardare la tivù del dolore, i media che si appellano a sacralità di ogni genere e con i tanti parolai del decoro civico sbandierato ad ogni occasione.

Strappati via dalle sofferenze che questa epidemia provoca in chi lavora

La notizia è di poche ore fa. Ancora un suicidio di un’infermiera in servizio in un reparto Covid-19, a Milano. È una brutta notizia. Un’altra brutta notizia che parla di coloro che sono stati spezzati dalla quotidianità di questa pandemia che ingoia vite, contagiate o meno.

Settimane fa altre tre infermiere, rispettivamente a Londra, Monza e Jesolo. Pochi giorni fa una dottoressa a New York. È probabile che, quelli resi noti dalla stampa, siano solo alcuni casi di una totalità di cui non si conoscerà mai il numero esatto.

Un numero fatto di tante storie, esistenze e morti destinate per lo più a restare sconosciute, senza nome, senza giustizia. Persone strappate via dalle sofferenze che questa epidemia provoca in chi lavora. E in chi non lavora, costretto in un forzato limbo in cui, ogni giorno che passa, l’orizzonte futuro diventa sempre più piccolo, lontano, irraggiungibile e insopportabile.

Per tali ragioni penso che questo non è un articolo facile da scrivere. Non è facile perché siamo in un paese dove da tempo va di moda scrivere di sofferenze, guardare la tivù del dolore, i media che si appellano a sacralità di ogni genere e con i tanti parolai del decoro civico sbandierato ad ogni occasione.

Non è un articolo facile perché io non sono in una Terapia intensiva o in un Pronto soccorso e non sono costretto in un’armatura anti-contagio per ore e a fine turno non devo aspettare che scompaiano i segni della maschera sul viso, sapendo che quelli dell’anima non spariranno mai. Io, che ne parlo, ma che, ad ogni modo sono un infermiere.

Poi penso che il mio è un pensiero ingiusto, nei confronti di me stesso, e di tutti coloro che in diversa misura sono impegnati nella pandemia in atto, che hanno paura dell’infezione ogni volta che vanno in una casa, che accolgono un paziente, che fanno un prelievo.

Registro lo smarrimento dei pazienti, anziani e non, che accedono ad un ambulatorio per una semplice prestazione, ma impauriti da tutto. Portano mascherine che sono diventate quasi trasparenti da quanto sono consumate. Indossano guanti fuori misura, su mani sudate, estremità impacciate di braccia e di cuori soffocati.

Dunque è bene chiarire un concetto: se oggi in Italia, e nel mondo, è alto il numero di portatori del virus, ancora più alto è quello dei portatori di compassione, del sentimento umano che ti fa condividere l’anima dell’altro; qui i numeri possono essere solo vincenti.

Ho letto di performance in cerca di facili consensi in relazione alla road map governativa tracciata per la fase due. Ho ritrovato chiacchieroni e chiacchierone del passato che sono tornati a cianciare della vita e del lavoro degli altri.

Un rampante neodirettore di un giornale online ha scritto un bell’editoriale, soffermandosi sul fatto che ci sono questioni economiche che rischiano di provocare, se disattese, più vittime dell’emergenza sanitaria in atto. Vero, come è altrettanto vero che questa pandemia è legata a filo doppio con un sistema economico che è più aggressivo, omicida, e incurabile dello stesso virus.

Qui rischio però di essere di parte (e lo sono) per cui è giusto fare un passo indietro e tenere in considerazione le giuste parole del neodirettore e della sua disamina socio-economica, almeno fino al passaggio in cui, purtroppo, cade in un vulnus ideologico, nel momento in cui lega la perdita di competitività e la caduta del Pil al conseguente rischio di riduzione di risorse per la sanità. Non va bene.

Se ci troviamo in questa situazione disastrata è in primo luogo perché per decenni si è tagliato lo stato sociale in nome della competitività e del Pil. Non il contrario. Ed è una verità che ci fa consapevoli dell’obbligo di andare avanti anche con gli occhi velati dalle lacrime, anche se non riusciamo più a vedere la strada, ad immaginarla.

Peppino de Filippo (o Totò, non sono certo dell’autore, ma pari sono) diceva: Fare piangere è meno difficile che far ridere. Oggi siamo costretti a piangere, ma domani ci asciugheremo le lacrime e sarà una risata che seppellirà via questo orrore quotidiano e cosa (o chi) lo ha generato e alimentato.

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