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Editoriale

La Whirlpool e gli infermieri

di Giordano Cotichelli

Abbiamo dato la vita per questa fabbrica, per questo paese! La pandemia è stata superata (?) grazie all’impegno di tutti e quindi non si dovrà in alcuna maniera lasciare indietro nessuno. Ogni posto di lavoro tagliato oggi è un malato in più per il domani, una famiglia in più senza cure, una società che si cronicizzerà nelle sue brutture. Lo abbiamo detto più volte: Noi non siamo eroi. Siamo infermieri. Bene, allora da infermieri che cosa possiamo fare per aiutare i lavoratori della Whirlpool, di Betafence Tortoreto, di Govone, e tutti gli altri?

La disperazione per la perdita del lavoro va oltre i ciarlatani del potere

La protesta rende ancora più calda la stagione, a Napoli. I lavoratori e le lavoratrici della Whirlpool non accettano la chiusura dello stabilimento: 340 di loro non avranno più un lavoro ad ottobre. Possibilità di acquisizione del polo dismesso da altre multinazionali? Forse, ma sarà dura. E in molti ad ogni modo resteranno a casa.

Brutte prospettive anche per i 155 operai del gruppo Praesidiad di Betafence Tortoreto, in Abruzzo. L’Azienda ha comunicato, sembra con una slide, la chiusura dello stabilimento. C’è poi la liquidazione della storica stamperia di Govone (CN) con la perdita del lavoro per i 151 suoi dipendenti. E l’elenco continua lunghissimo disegnando tragedie lavorative che rendono ancora più drammatica la situazione in questo paese già provato dalla pandemia.

Sembra che il divieto di licenziamento del decreto rilancio, per l’emergenza Covid, non riesca a tamponare l’emorragia di posti di lavoro. I manager più scaltri, tagliatori di teste premiati con lauti premi di produzione, aggirano i lacci e lacciuoli garantisti semplicemente chiudendo un sito produttivo e trasferendo i lavoratori a centinaia di chilometri. Poi se questi non si adattano, l’azienda provvederà altrimenti. L’immaginazione dei vari CEO di turno, per aggirare le norme a tutela dei lavoratori, non ha confini e le formule oscillano dalle dimissioni volontarie, agli accordi consensuali, alle sospensioni.

A giugno l’Istat ha registrato una riduzione di 46.000 occupati, con un aumento della disoccupazione giovanile al 27,6%. Persi 600.000 posti di lavoro rispetto all’era pre-Covid. In una delle tante interviste degli operai della Whirlpool di Napoli, uno di questi ha urlato, con la voce strozzata dalla rabbia e dal pianto: Abbiamo dato la vita per questa fabbrica. È una frase che si è sentita troppo spesso di questi tempi. Non solo in fabbrica, ma nelle piccole aziende, nelle cooperative, nella logistica e nei servizi. Una frase che nasconde in fin dei conti l’inganno delle tante menzogne di come la sana concorrenza industriale potesse essere il motore dello sviluppo e della garanzia dei posti di lavoro.

Ricordate quando si sbandierava il concetto di “qualità totale”? Dipendeva dal singolo lavoratore il funzionamento dell’azienda in cui l’aumento della produzione garantiva il futuro occupazionale. Magari rinunciando a qualche straordinario pagato, o accettando la riduzione dello stipendio; o sacrificando ferie, figli e futuro. Oppure lasciandosi sprofondare in una guerra fra poveri dove non si salva mai nessuno. Perché chiudiamo noi? Perché non trasferiscono loro? Qualche bravo parruccone dirà che è colpa della pandemia, che ha tagliato vendite e produzioni.

Certo, la crisi di questi mesi ha giuocato il suo ruolo importante, ma sappiamo tutti, molto bene, che non è così. La pandemia ha offerto, giocoforza, un’occasione insperata per manovre, tagli ed affari di ogni tipo. Qualche male intenzionato potrebbe pensare a chiacchieroni di vario tipo che lucrano su camici, mascherine e ospedali improvvisati, mentre con il dito indicano dei disperati in mezzo al mare, come responsabili di tutto il male del mondo.

La disperazione per la perdita di un posto di lavoro va oltre i ciarlatani del potere. Abbiamo dato la vita per questa fabbrica. Se alla parola fabbrica sostituite il termine ospedale non vi viene in mente nulla? Forse si riesce ad andare indietro nel tempo a quando sono stati chiusi centinaia di piccoli ospedali in tutto il paese, tagliati posti letto e posti di lavoro; e chiusi servizi. In una parola si torna a quando è stato attaccato il diritto alla salute, con le stesse modalità usate a Napoli, a Betafence Tortoreto, a Govone e in molti altri posti, dove viene attaccato il diritto al lavoro.

Qualche settimana fa ho rivisto una collega OSS e le ho chiesto com’era la situazione da lei. Siamo in cassa integrazione. Dopo le brutte settimane dell’emergenza, passate in una unità Covid, la ricompensa è questa? Noi infermieri, specie se assunti nel pubblico impiego, non perderemo il nostro lavoro. Anzi speriamo che aumentino servizi e colleghi. Speriamo. Però, ad ogni modo, è giusto chiedersi in quale realtà sociale continueremo a lavorare, a dare la nostra risposta assistenziale, verso una popolazione avvilita ed immiserita, umiliata e sfruttata, dislocata, trasferita, licenziata.

Abbiamo dato la vita per questa fabbrica, per questo paese! La pandemia è stata superata grazie all’impegno di tutti e quindi non si dovrà in alcuna maniera lasciare indietro nessuno. Ogni posto di lavoro tagliato oggi è un malato in più per il domani, una famiglia in più senza cure, una società che si cronicizzerà nelle sue brutture. Lo abbiamo detto più volte: Noi non siamo eroi. Siamo infermieri. Bene, allora da infermieri che cosa possiamo fare per aiutare i lavoratori della Whirlpool, di Betafence Tortoreto, di Govone, e tutti gli altri?

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