Il dramma consumato nelle scorse ore al carcere Sant’Anna di Modena, dove un giovane detenuto di 24 anni si è tolto la vita, porta a cinque il numero dei suicidi registrati in istituto dall’inizio dell’anno. Un dato che si inserisce in una crisi più ampia del sistema penitenziario, fatta di sovraffollamento, degrado delle condizioni di vita, carenza di servizi psicologici e pressione crescente sul personale sanitario. Gli infermieri dell’Ausl di Modena, già in stato di agitazione, annunciano di essere pronti a riaprire la vertenza se non arriveranno risposte concrete.
Sovraffollamento e tensioni crescenti
In tutta Italia la sanità penitenziaria vive una fase critica: organici ridotti, turnover difficoltoso e scarsa attrattività del lavoro in carcere.
Il Sant’Anna ospita attualmente un numero di detenuti ben oltre la capienza regolamentare, una condizione che, secondo la Fp Cgil, rende difficile garantire dignità, sicurezza e assistenza.
Con questo episodio salgono a cinque i suicidi dall’inizio dell’anno. È la spia di una crisi che non si può più ignorare
sottolinea il sindacato. A livello nazionale, il trend dei suicidi in carcere rimane elevato: solo nel 2024 erano stati registrati oltre 80 casi, segno di un fenomeno strutturale che richiede interventi urgenti.
Infermieri sotto pressione
A risentire di questa situazione sono anche gli infermieri penitenziari, chiamati a garantire assistenza in condizioni spesso proibitive. Abbiamo sospeso solo momentaneamente lo stato di agitazione aperto a maggio ma senza risposte immediate torneremo alla mobilitazione. Servono nuove assunzioni e un progetto incentivante che renda attrattivo il servizio, perché le dimissioni volontarie continuano a crescere
spiega Giulia Casamassima, responsabile sanità della Fp Cgil di Modena.
Secondo i sindacati, la cronica carenza di personale e l’assenza di percorsi di valorizzazione rendono sempre più difficile mantenere un presidio sanitario stabile e sicuro.
Una vertenza che riflette un problema nazionale
Il caso modenese non è isolato. In tutta Italia la sanità penitenziaria vive una fase critica: organici ridotti, turnover difficoltoso e scarsa attrattività del lavoro in carcere. Gli infermieri denunciano spesso condizioni di stress e logoramento psicofisico, aggravate da turni lunghi, contesti ad alto rischio e mancanza di supporti psicologici.
La Fp Cgil ribadisce la necessità di interventi strutturali: oltre a nuove assunzioni, servono politiche di prevenzione del disagio psichico, percorsi di formazione dedicata e un rafforzamento della collaborazione tra Ministero della Giustizia, Ministero della Salute e Regioni.
I rischi per i detenuti e per il personale
La mancanza di figure sanitarie stabili incide direttamente sulla qualità dell’assistenza: i detenuti più fragili, spesso con disturbi psichiatrici o dipendenze, non trovano risposte adeguate e finiscono per diventare ancora più vulnerabili. Per il personale infermieristico, invece, il rischio è quello del burnout e delle dimissioni a catena, che innescano un circolo vizioso di carenze difficili da colmare.
Il nuovo suicidio al Sant’Anna riporta al centro dell’attenzione una doppia emergenza: quella dei detenuti, che vivono condizioni sempre più critiche, e quella degli operatori sanitari, chiamati a garantire assistenza in contesti insostenibili. Senza interventi strutturali su organici, incentivi e prevenzione, il rischio è che il carcere diventi un luogo dove fragilità e vulnerabilità esplodono senza tutele, trascinando con sé anche chi vi lavora ogni giorno.

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