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editoriale

Badanti. Il triste welfare del futuro?

di Domenica Servidio

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PESARO. Sempre più spesso, navigando sul web ci si trova a leggere annunci di Assistenti Familiari più comunemente definiti “Badanti”, i quali cercano lavoro offrendo prestazioni assistenziali. Delle volte capita che nelle proprie credenziali affermano di essere Infermiere. Chi sono realmente queste figure? Secondo dati del Censis in Italia per 100.000 abitanti con più di 65 anni ci sono solo 204 ospiti negli istituti di ricovero ripartiti con estrema disparità tra Nord (dove sono decisamente più numerosi), Centro e Mezzogiorno. In particolare nel nostro paese circa due milioni di anziani che vivono presso il loro domicilio (quasi il 20% degli over-65) sono disabili e tale percentuale sale al 44,5% per gli over-85.

Gran parte dei fabbisogni di assistenza e cura di tali soggetti grava sulla famiglia, storicamente il principale ”caregiver” nell’ambito di un sistema di welfare ancora poco adeguato al problema del progressivo invecchiamento della popolazione. E’ in tal contesto che nasce e si sviluppa il fenomeno delle cosiddette “Badanti” che ormai garantiscono assistenza a quasi tre milioni di persone non autosufficienti.

 

Cifra che aumenterà nei prossimi cinque anni del 15% per il noto processo d’invecchiamento della popolazione italiana. In particolare, secondo dati OCSE, l'Italia è il paese con la più alta percentuale di immigrati impiegati nel settore dei servizi domestici.

 

Si tratta di un welfare che se da un lato offre un'alternativa per la cura delle persone non autosufficienti sgravando da questo compito le famiglie (sempre più prese da problemi economici e professionali), dall'altro è esposto a rischi di sfruttamento e d’inadeguatezza dei servizi di cura. 

 

La maggioranza delle persone che operano in tale ambito sono donne immigrate che, per quanto svolgano una funzione sempre più preziosa, spesso sono prive di specifiche competenze professionali nel campo dell’assistenza familiare. Inoltre hanno una conoscenza molto approssimativa del sistema di riferimento (ad es. servizi sociali e di assistenza territoriali) e a volte faticano anche ad utilizzare in modo corretto la lingua italiana.

 

Complessivamente, secondo una ricerca del CERGAS Bocconi che ha proiettato su scala nazionale una rilevazione condotta sulla realtà veronese, le badanti straniere in Italia sfiorano il milione di unità.

 

Sempre secondo questa ricerca più della metà (il 51%) assiste persone anziane mentre il 17% si prende cura di bambini. Oltre la metà (57%) lavora in abitazioni in cui risiedono degli ultrasessantacinquenni; il 29% assiste persone sole; il 20% presta servizio presso famiglie composte da coppie di anziani; infine il 7% lavora presso famiglie con almeno un anziano a carico.

 

Una badante in Italia percepisce uno stipendio che oscilla tra 600 e oltre 1.000 euro mensili, pesando in maniera non irrilevante sul bilancio di famiglie già provate dalla crisi e dalle congiuntura economica.

 

In Europa sono diverse le soluzioni messe in atto per evitare che il peso economico ricada tutto sulle famiglie. In Danimarca gli anziani non autosufficienti vengono ospitati in stanze singole presso istituti le cui spese sono a carico dello Stato. In Francia per venire a realtà anche istituzionalmente a noi più vicine, gli assistenti domiciliari sono invece assegnati dal Comune, con spese detraibili anche fino al 100%.

 

Politiche simili vi sono nel Regno Unito, dove esistono agenzie specializzate a cui rivolgersi, ferme restando le spese a carico dell’erario pubblico. Più articolato il sistema vigente in Germania, dove i servizi sociali possono seguire a domicilio gli anziani fino a cinque ore il giorno. A svolgere questo ruolo sono spesso donne migranti.

 

Un immigrato, come sottolinea Sayad (2002), è in primo luogo un emigrato, ossia una persona che subisce e  vive il trauma dell’allontanamento dalla propria casa, dalla propria vita, dalla propria quotidianità. Lo scrittore S. Rushdie ne descrive il turbamento identitario e sociale in questi termini:

 

Un emigrato vero e proprio patisce un triplice sconvolgimento: perde il proprio luogo, si immerge in un linguaggio alieno e si trova circondato da individui che posseggono codici e comportamenti sociali molto diversi dai propri, talvolta persino offensivi.
Ed è proprio ciò che rende gli emigrati delle figure così importanti, perché le radici, la lingua e le norme sociali sono state gli elementi più importanti nella definizione di cosa significa essere umano.  (Rushdie, 1994: 301-302)

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