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editoriale

Infermieri, due generazioni a confronto

di Fabio Albano

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Genova. Il 12 maggio abbiamo festeggiato la "GIORNATA INTERNAZIONALE DELL'INFERMIERE". Ma quale Infermiere? Quello Diplomato dopo i tre anni di corso professionale, quello laureato all'università o addirittura quello con qualche master e la specialistica? Naturalmente TUTTI!

 

Perché si è Infermieri tutti insieme e tutti insieme protesi all'unico vero motivo della nostra professione e professionalità: la salute delle persone. L'unica vera distinzione è quella tra chi "è Infermiere" e chi "fa l'Infermiere"; l'unico vero distinguo risulta essere quello tra chi ha scelto di svolgere questa professione per passione e chi invece ha scelto di iscriversi alla facoltà perché "altrimenti che faccio?".

 

Essere Infermieri significa fare tesoro delle esperienze passate e trasmetterle alle generazione di giovani colleghi, significa essere formati e informati sempre, significa aiutare i Pazienti nel loro percorso di malattia, significa aiutare con ogni forma di prevenzione chi non sa, significa essere aperti ad ogni cambiamento organizzativo e non, proposto da chiunque sia, significa avere il senso del "gruppo" nell'intento di fornire prestazioni efficaci ed eficienti, significa molte altre cose ancora....

 

Ma non significa, scontrarsi tra generazioni per cercare di far prevalere un modello anziché l'altro, non significa credere che i giovani Colleghi laureati siano solo una valigia piena di informazioni ma vuota di contenuti. Altresì, non significa che i Vecchi Colleghi diplomati con il vecchio ordinamento, siano obsoleti e prive di cultura specifica!

 

Le due generazioni devono trovare un punto d'intesa volto a fornire alle persone malate tutto ciò di cui necessitano, senza guerre fratricide, come è apparso dalla lettura di alcuni recenti articoli scritti da nostre Colleghe. Se vogliamo che la nostra categoria faccia quel meritato salto di qualità, il primo passo da compiere è quello dell'unità d'intenti e di percorso. Dobbiamo dire basta alle "guerre" con le altre categorie di professionisti sanitari, ma soprattutto basta alle "guerre" fratricide che solamente fanno male alla nostra categoria e alla percezione che forniamo agli altri.

 

Le "vecchie" generazioni devo provare a comprendere che i giovani non solo sono una risorsa per la nostra categoria, ma rappresentano i nostri figli, il nostro futuro, quel futuro che tanta parte dello Stato e della politica – sì, con la p minuscola! – è riuscita a togliere loro.

Dall'altra parte le giovani generazioni devono provare a comprendere che non è sempre facile, per chi da tanti anni è in frontiera, riuscire a modificare il proprio status mentale; riuscire a tenere alto il livello di passione dopo tanti anni di battaglie e di sconfitte.

 

Una preghiera a tutti noi: lavoriamo ricordandoci che il vero motivo della nostra professione è quello relativo ai bisogni delle Persone malate, e che tutti i nostri sforzi devono essere tesi verso questo obiettivo.

 

 

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