Tra investimenti PNRR e nuove evidenze scientifiche, il telenursing si conferma una funzione infermieristica a pieno titolo, non una professione parallela. Ecco come cambiano teleassistenza, telemonitoraggio e competenze digitali richieste all'infermiere.
Telenursing: definizione e confini della pratica
Tra investimenti PNRR e nuove evidenze scientifiche, il telenursing si conferma una funzione infermieristica a pieno titolo
La telemedicina non è più una sperimentazione di nicchia ma diventata uno degli strumenti più portanti della riorganizzazione della sanità territoriale. All'interno di questo scenario, il telenursing (l'uso delle tecnologie per erogare assistenza infermieristica a distanza) occupa un ruolo che spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico, nonostante sia centrale per la tenuta dei servizi.
Un punto va chiarito subito, perché orienta tutto il resto: il processo infermieristico di base (accertamento, pianificazione, intervento, valutazione degli esiti) e l'ambito di esercizio professionale non cambiano quando l'assistenza si sposta su un canale digitale (1). Cambia il mezzo, non il mandato. Questo significa che il telenursing non richiede una nuova professione, ma l'adattamento delle competenze già esistenti a un ambiente di lavoro diverso, con le sue regole e i suoi rischi specifici.
Il contesto italiano: PNRR, Case della Comunità e COT
In Italia il potenziamento della telemedicina è legato alla Missione 6 del PNRR, che finanzia la rete di prossimità territoriale: le Case della Comunità come punto di accesso ai servizi sociosanitari e almeno 600 Centrali Operative Territoriali (COT), pensate per coordinare i professionisti coinvolti nella presa in carico del paziente, dall'assistenza domiciliare fino alla rete dell'emergenza-urgenza (2). A queste infrastrutture si affianca l'investimento specifico sulla telemedicina, nell'ambito dello slogan “la casa come primo luogo di cura”, che punta ad assistere a distanza centinaia di migliaia di pazienti cronici entro il 2026 (3).
La Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) ha preso posizione su questo processo con un position statement dedicato alla sanità digitale, aggiornato nel settembre 2024. Il documento introduce il concetto di “ultimo miglio”: lo spazio di prossimità che parte dal domicilio della persona assistita, dove i servizi digitali devono restare accessibili e sostenibili anche per chi ha minore dimestichezza con la tecnologia. FNOPI stima che in Italia vivano oltre 4 milioni di persone con disabilità, di cui 2,6 milioni con più di 65 anni: una popolazione per cui la progettazione dei servizi digitali non può prescindere dal tema della fragilità digitale (4).
La teleassistenza secondo Fnopi: cosa fa davvero l'infermiere
Il position statement definisce la teleassistenza come “un atto professionale, o più spesso una serie ordinata di atti, di interazione a distanza tra il professionista sanitario e persona assistita e caregiver”, che può avvalersi di telefonata assistita, videochiamata, condivisione di dati clinici, messaggistica o email (4).
Non si tratta di un servizio accessorio di supporto tecnico. Secondo Fnopi, la tecnologia “deve consentire al professionista sanitario il massimo controllo possibile sul setting assistenziale ed abilitarne la competenza professionale”, garantendo alla persona assistita un accesso adeguato ai sanitari e al case manager (4). Nell'ambito della teleassistenza rientrano anche le attività di attivazione dell'assistito verso stili di vita più sani e verso pratiche di mantenimento dello stato di salute: educazione terapeutica, quindi, oltre che sorveglianza clinica.
La Federazione individua inoltre due funzioni infermieristiche emergenti legate alla sanità digitale: la valutazione e la promozione dell'eleggibilità assistenziale del paziente e della sua rete di supporto (la cosiddetta “Digital Citizen Advocacy”), e il ruolo di attivatore delle competenze digitali di pazienti e caregiver, funzionale a ridurre il divario digitale prima ancora che quello clinico (4).
Cosa dice l'evidenza scientifica
Al di là dell'inquadramento organizzativo, l'interesse per il telenursing nasce dai risultati clinici. Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2024, che ha incluso undici studi randomizzati controllati su 2.032 pazienti con insufficienza cardiaca, ha rilevato un effetto significativo degli interventi di telenursing sulla qualità di vita percepita dai pazienti (5).
Gli interventi analizzati includevano applicazioni per il monitoraggio dei sintomi, counseling telefonico settimanale e telemonitoraggio dei parametri vitali: un mix di sorveglianza clinica e supporto educativo che riflette da vicino le funzioni descritte anche nel contesto italiano. Il dato conferma che il valore aggiunto dell'infermiere nel telenursing non si esaurisce nella raccolta di parametri, ma passa dalla relazione educativa e di accompagnamento costruita a distanza.
Le competenze digitali richieste: il quadro DigComp
Se lo scope of practice resta invariato, le competenze necessarie per esercitarlo a distanza no. Fnopi colloca la competenza digitale tra le competenze chiave individuate a livello europeo e, per gli infermieri impegnati in teleassistenza, chiede il possesso di competenze digitali almeno di livello intermedio nel quadro di riferimento europeo DigComp, nelle aree relative a gestione di informazioni e dati, comunicazione e collaborazione, sicurezza e risoluzione dei problemi (4). Per i soli infermieri di famiglia e comunità impegnati nell'attivazione dei cittadini, il documento indica invece come sufficiente un livello base.
Il position statement richiama anche la Strategia generale per l'accrescimento delle competenze digitali in Sanità, definita a fine 2023 dal Ministero della Salute e da AGENAS, e segnala un ritardo strutturale del Paese su questo fronte: nell'indice DESI 2022 l'Italia si collocava al 18° posto su 27 Stati membri dell'Unione europea, con solo il 23% della popolazione in possesso di competenze digitali avanzate (4). È un dato che riguarda anche la forza lavoro sanitaria, e che rende la formazione continua non un'opzione ma una condizione abilitante.
Aspetti etici e relazione di cura a distanza
L'introduzione della tecnologia nella relazione assistenziale pone interrogativi etici specifici, che non si esauriscono nella conformità normativa. Una scoping review pubblicata nel 2024 su Nursing Ethics, basata su dodici studi selezionati da oltre 1.300 articoli, ha individuato nella sicurezza del paziente, nel beneficio per l'utente e nella competenza digitale del professionista gli aspetti etici più ricorrenti segnalati dagli infermieri (6).
Un punto emerge con particolare chiarezza: il consenso informato, in telemedicina, non riguarda solo la liceità dell'atto sanitario, ma deve includere la disponibilità esplicita del paziente a utilizzare la tecnologia proposta. La stessa revisione segnala come la qualità della relazione terapeutica possa essere influenzata dalla mediazione tecnologica, ed è quindi un elemento da monitorare con attenzione, non da dare per scontato (6).
Conclusioni
Il telenursing non è un capitolo accessorio della trasformazione digitale della sanità, ma il terreno su cui si misura la sua reale tenuta assistenziale. Le evidenze disponibili indicano benefici concreti per i pazienti cronici, ma anche che questi risultati non sono automatici: dipendono dalla formazione, dagli strumenti organizzativi messi a disposizione degli infermieri e dall'attenzione alla qualità della relazione di cura, anche quando questa passa attraverso uno schermo.
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