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Siamo quelli che usano gentilezza e credono nella coperta

di Monica Vaccaretti

Mi commuovo mentre ascolto questa ventenne raccontarmi la sua storia, mi viene la pelle d'oca nel cuore e sento la bellezza e la forza di questa giovane donna con tutta la mia stima ed empatia. Immagino l'inimmaginabile, ma le sue parole sono così incisive che vedo le scene che racconta. È stato anche il mio Pronto soccorso, una decina di anni fa. Siamo due generazioni diverse, ma io la morte l'ho vista poco, non ho mai chiuso nessuno nudo dentro un sacco di plastica. È una cosa diversa coprire con un lenzuolo bianco. E poi ho visto una morte alla volta, non ho mai visto morire attorno a me come mosche senza aria.

È la testimonianza di una giovane infermiera che ha passato un turno con noi al Centro Tamponi per darci una mano. Siamo rimasti in pochi, la maggior parte dei colleghi è stata richiamata in ospedale per coprire i posti rimasti vuoti nei reparti dopo la sospensione di altre centinaia di infermieri no vax nella mia ulss. Si è laureata due anni fa e la pandemia l'ha vissuta in prima linea sin dal suo esordio.

Penso che il Pronto soccorso sia il posto più bello del mondo per un infermiere, ne ho nostalgia. Dopo averci lavorato generalmente non ti fa più paura niente, si ha addosso un certo imprinting e un sangue freddo che ti permette di affrontare qualsiasi avversità e malanno. Credo che essere infermiere per la prima volta dentro un'area critica dentro una pandemia sia qualcosa che ti forma e ti trasforma, umanamente e professionalmente, come poco altro di grave possa capitarti.

Mi commuovo mentre ascolto questa ventenne raccontarmi la sua storia, mi viene la pelle d'oca nel cuore e sento la bellezza e la forza di questa giovane donna con tutta la mia stima ed empatia. Immagino l'inimmaginabile, ma le sue parole sono così incisive che vedo le scene che racconta. È stato anche il mio Pronto soccorso, una decina di anni fa. Siamo due generazioni diverse, ma io la morte l'ho vista poco, non ho mai chiuso nessuno nudo dentro un sacco di plastica. È una cosa diversa coprire con un lenzuolo bianco. E poi ho visto una morte alla volta, non ho mai visto morire attorno a me come mosche senza aria.

Mi racconta Valentina, la mia collega di quel Pronto soccorso che abbiamo tanto amato insieme. Da anni è infermiera al 118 di Vicenza, una di quelle brave che ti salvano la vita e anche la giornata. È sempre piena di buon umore. Sa ridere. La sua forza sta nel prendere la vita sottobraccio e sta in sua figlia. Anche lei viene a darci una mano nel suo giorno di riposo.

Domani è di nuovo a salvare il mondo là fuori. Salvarlo è per lei cosa da tutti i giorni, non si ha paura quando si sa cosa fare e come farlo bene. Il vaccino aggiunge forza alla sua forza d'animo, affronta il mondo covidizzato con la serenità di non rischiare di ammalarsi mentre salva gli altri.

Vorrei tornare a ricordare quel gesto semplice di coprire con una coperta, prima di caricare in ambulanza le persone in barella.

Al Centro Tamponi ritrovo anche Marco, un altro infermiere del Servizio di Urgenza ed Emergenza Medica, che mi ha formata nei miei anni lontani di tirocinio universitario. È un professionista vecchio stampo e tutto d'un pezzo. Mani forti e cuore d'acciaio. Di quelli che sanno salvarti sulle strade e nelle case, ma che credono ancora nel valore di una coperta. Anche quando è corta. Credono in quello che ci sta sotto. Non fatta di lana, ma di pelle ed ossa.

Mi intenerisce la poesia della bellezza che coglie ancora nell'atto di avvolgere qualcuno in una coperta. Non la leggera e fredda metallina che si usa nel Trauma Care, ma quella pesante di lana marrone, con il risvolto del lenzuolo. Una coperta è fatta per essere rimboccata, mi dice. Non deve mai mancare. Protegge dagli sguardi indiscreti, scalda il cuore oltre che il corpo.

È una gentilezza che fa sentire bene anche quando si sta male. Non è soltanto un coprire un pigiama e una nudità o per non far prendere freddo. È un calore che conforta in ogni stagione e con qualsiasi tempo. Perché sa del calore buono di casa quando ci si deve affidare a degli estranei che ti portano via dal tuo posto del cuore e dagli affetti per andare in un luogo asettico ed anonimo di cura. Perché sa di umanità e di rispetto. Sa di sensibilità. Con una coperta si lascia fuori la paura.

Penso a quante coperte Marco ha posato sulle gambe dei pazienti Covid, caricati sulle ambulanze, prima di partire verso l'ospedale. Oltre a somministrare ossigeno e a fare tutto secondo i protocolli dell'urgenza e dell'emergenza, ha pensiero di fare anche un atto semplice che resta una cura primaria per garantire il comfort e la dignità della persona. Un infermiere non dimentica l'essenziale anche quando sa fare molto di più. Non si salva una vita soltanto con una coperta, ma si salva quel che resta di noi e dell'altro.

Penso a quante coperte Marco ha poi ripiegato con cura, per un nuovo viaggio. Ricordo che c'è stato un tempo in cui gli infermieri del 118 restavano sempre senza coperte. Sparivano misteriosamente sul calar della sera. Una notte sono andati a cercarle e nei sotterranei le hanno trovate addosso ai tanti senzatetto che trovavano un rifugio di fortuna e un riparo dal freddo in qualche anfratto dei corridoi, tra i tubi delle caldaie e i cesti della biancheria, dove passano soltanto le salme e i vivi che fanno gli ospedalieri.

Ricordi quel che ci diceva Giampy?, un infermiere del 118 che è andato in pensione da poco.

Il nostro mestiere ti centrifuga peggio che in una lavatrice. Ti strizza come i panni nel programma più lungo. Non è mai un lavaggio per capi delicati. Non ti mettono nemmeno l'ammorbidente. È come essere sempre dentro una lavatrice. Si guasta se viene usata troppo, si incrosta se l'acqua è troppo dura. Pertanto, non dimenticare mai di usare il tuo anti calcare. Per resistere più a lungo.

L'anti calcare di Marco è fare il papà. È smettere di correre e sceglier soltanto di camminare, da solo, nel silenzio della montagna. È stare fermo davanti ai fornelli ed inventarsi una ricetta con quel poco che ha in dispensa e mangiare in pace il suo pane. È stare lontano qualche volta dalle sirene. È avvolgersi in una coperta. È leggere più volte una lettera che la signora Maria ha inviato in Centrale assieme ad un cestino di calde focaccine.

È una nonnina vicentina che chiama ogni giorno gli operatori del 118, le telefonate arrivano soprattutto di notte perché la notte fa più paura quando si è soli e vecchi. Sono Maria e desidero inviarvi queste focacce come piccolo pensiero per ringraziarvi della vostra professionalità ma soprattutto della grande disponibilità e gentilezza che siete soliti usare nei miei confronti. Sono consapevole che a volte esagero nel telefonarvi ma vi garantisco che la vostra umanità unita alla reale competenza mi sono di grandissimo aiuto soprattutto in questo periodo in cui la terribile pandemia mi ha reso più fragile, più sola e più spaventata. Augurandovi tutto il bene possibile, vi mando un caloroso abbraccio.

La calligrafia è tremante, come quella tipica dei grandi vecchi di una volta. Le parole semplici commuovono e dicono sentimenti ed emozioni che sarebbe forse difficile esprimere a voce. Confessano solitudine e fragilità. Descrivono una realtà vera e vicina. Dura da sopportare, capire, accettare. Nonna Maria non disturba, rispetta il tempo degli infermieri, sa che può restare appesa al telefono fintanto che non arrivano altre chiamate. Le linee devono essere libere per chi sta male. C'è tanto bisogno degli infermieri, dice all'altro capo del filo.

Torno a casa dal lavoro e parcheggio l'auto sotto casa, vicino alla nuova Centrale del Suem. Mi passa accanto un uomo in bicicletta con la mascherina chirurgica sul viso e gli auricolari. Canta. Vivere o sopravvivere, riconosco i versi di Vasco Rossi. Mi sembra il canto perfetto per un altro giorno di pandemia. Voglio sopravvivere al Covid-19 e non ammalarmi.

Che non è mai finita, è un'emergenza infinita. E voglio vivere, come fa nonna Maria. Vivere e sorridere dei guai, come fa Valentina. Vivere come stare sempre al vento, come fa Marco. E poi pensare che domani sarà sempre meglio, come fa la giovane infermiera dell'Area Covid ad ogni turno che passa lì dentro. Perché noi siamo quelli che siamo soliti usare gentilezza e credere in una coperta. E sorridendo mi chiedo se nonna Maria sta parlando con un infermiere anche adesso. Sento idealmente un lembo della coperta che mi avvolge le spalle. Mi ci tuffo dentro. Apro la porta di casa. Il mio anti calcare mi viene incontro. Ed abbaia. Mi è venuta una gran voglia di focaccina calda.

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