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Cancro al seno non ti temo: Corro perché ho vinto io

di Paola Botte

Parlare di tumore al seno non è facile. Parlare di come la propria vita sia inevitabilmente cambiata per sempre lo è ancora meno. Farlo, però, è importante. Per sé stessi. Per le altre. Per quelle donne che oggi si sentono sopraffatte dalla malattia, ma che grazie alla ricerca scientifica, potranno scoprirsi più forti e combattive che mai. Parlarne fa bene anche agli "angeli custodi", ossia a tutte quelle persone che ogni giorno combattono al loro fianco, nel bene e nel male. Proprio come è accaduto a Manuela Prestifilippo, giovane giornalista siciliana trasferitasi a Verbania, che ha trovato nella sorella, negli amici, nei medici e negli infermieri che l'hanno seguita un valido supporto nel superamento della malattia e delle cure.

Manuela: Corro per dimostrare che nonostante il cancro siamo forti

Manuela Prestifilippo è Pink Ambassador e correrà la maratona di New York in prima linea

Oggi Manuela sostiene la ricerca scientifica come Pink Ambassador per il progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi e questa è la sua storia.

Era il 14 maggio di due anni fa – racconta - tornavo da un pomeriggio al lago, mi slaccio il costume e noto una macchia di sangue. Mi tocco il seno sinistro dove sento qualcosa di duro e penso, considerata l'ignoranza che hai quando non ne sei toccata, possa trattarsi della botta presa qualche sera prima mentre poggiavo per terra le borse della spesa. Vado dal medico di base, convinta mi confermasse che con qualche pillola tutto si sarebbe riassorbito e invece parte una settimana di ecografie, visite senologiche, ago aspirato e medici che parlavano di mastectomie e interventi di ricostruzione. Insomma mi stava cambiando la vita proprio nell'anno dei miei 30 e così ho pensato di essermi fatta proprio un bel regalo.

La vera diagnosi però le fu confermata dopo qualche settimana, il primo giugno 2015, dalla dottoressa che eseguì l'ago aspirato a Verbania.

Ero con mia sorella Loredana, lei c'è sempre stata in ogni passaggio di questa vicenda, dai più ai meno belli. Ammetto - continua - di aver consultato internet sin dai primi momenti, ma complice anche la formazione giornalistica, mi sono sempre accertata delle fonti da cui recepivo le informazioni.

Nessun forum non ufficiale, né pagine Facebook con opinioni di donne, non volevo lasciarmi influenzare e coinvolgere da storie di altre persone. Ho affrontato la parte diagnostica e chirurgica all'Istituto Europeo Oncologico di Milano, ma una volta avuto l'esito istologico mi sono affidata al reparto di oncologia di Verbania.

È qui che ho affrontato i 6 cicli di chemioterapia e i 18 di somministrazione della terapia biologica, l'anticorpo monoclonale trastuzumab. Ora per 5 anni dovrò assumere la terapia ormonale con contestuale blocco del ciclo. Mi ritrovo quindi in menopausa a condividere vampate di calore e aumenti di peso come se avessi 50 anni - dice sorridendo -. Però non fa nulla, ci rido sopra e quando i miei amici vedono che mi sbottono la camicia e inizio a farmi aria con qualsiasi cosa mi passi tra le mani capiscono che è in atto una vampata con conseguente presa in giro.

Ecco, in questi momenti mi reputo fortunata, perché pur avendo un prezzo da pagare, sono ancora qui

A Verbania, Manuela si affaccia nel mondo infermieristico, dove dice "oncologia rappresenta un reparto a misura di paziente".

Questo clima è alimentato sia dai medici che vi lavorano sia dalle infermiere. Sono scrupolose, attente, vicine. Il concetto di prossimità è tangibile, perché sanno chi è ogni paziente e questo è certamente possibile grazie alle dimensioni modeste della struttura. Sono professionalmente amiche e se ho affrontato la malattia con il sorriso lo devo anche a loro, pronte a porti una carezza mentre con l'altra mano ti iniettavano il farmaco che ti stava salvando la vita.

Anche all'Istituto Europeo Oncologico ho sempre trovato, durante i ricoveri, personale molto gentile e preparato. Forse è proprio la speciale tipologia di paziente che porta l'infermiere ad essere così devoto, o forse sono io che sono stata semplicemente fortunata.

Vista la giovane età e non avendo casi di tumore in famiglia, Manuela è stata sottoposta al test genetico che le ha dato alcune risposte relative alla comparsa della malattia.

È stato accertato che la mia malattia sia stata prodotta dalla mutazione BRCA2, - spiega - quella della Jolie per intenderci, quella per cui è stata attaccata per essersi rifatta il seno. Ecco, quella è ignoranza. La mastectomia profilattica è una scelta, tanto quanto il voler sapere o meno di essere portatrice di una mutazione che ti espone alla malattia nel corso della tua vita. Io ho scelto di sapere per essere più soggetta a controlli.

Florence Nightingale

Il prossimo anno anche io effettuerò la mastectomia profilattica sul seno che non si è ammalato, perché voglio abbassare di molto il rischio di avere ancora un tumore al seno. Non sto andando a rifarmi le tette, - ci tiene a sottolineare - sto andando a togliere una ghiandola e a sostituirla con una protesi in silicone in un intervento che mi toglierà la sensibilità al seno e la possibilità forse un domani di allattare i miei figli, se funzionerà tutto dopo le cure. L'ecografia semestrale quindi farà sempre parte della mia vita, oltre a visite ginecologiche, ecografie addominali, scintigrafie, visite senologiche, oncologiche e tanto altro.

A livello psicologico sono sempre stata forte, ho pensato a tre cose: Fiducia nella medicina e nell'operato dei medici, Pazienza perché è un periodo della vita che viene congelato e Coraggio, perché guardarsi allo specchio - confessa - non era la migliore consolazione. I miei lunghi capelli castani non c'erano più, così come ciglia e sopracciglia e poi quella cicatrice sul seno, senza contare il gonfiore e le occhiaie per il cortisone. Non è stato semplice, ma era necessario trovare ogni giorno delle motivazioni.

Lo sport è stata proprio una di queste motivazioni e grazie ad esso Manuela è riuscita a rimettersi in forma e ambire alla maratona di New York con il running team di Pink is good.

A gennaio di quest'anno ho saputo del bando di Pink is Good, un progetto della Fondazione Umberto Veronesi che reclutava 25 donne per andare a correre la maratona di New York. Prima di propormi ci ho riflettuto un attimo, perché 42 km sono il doppio dei 21 della mezza maratona a cui era abituata. Poi però ho pensato che se lo proponevano ad ex pazienti oncologiche sarebbe stato possibile farlo anche per me. Così mi sono iscritta e sono stata selezionata non solo a far parte del gruppo, ma addirittura sono stata scelta tra le 8 che correranno la maratona in prima linea.

Il gruppo di donne che si è costituito ormai è diventato una famiglia, dove ognuna porta la propria esperienza e come specifica Manuela si viaggia ad armi pari. Non importa chiudere la maratona con un tempo ma con un messaggio: io ho vinto.

E se le si chiede cosa vuol dire essere Pink Ambassador ecco cosa risponde:

Pink Ambassador vuol dire mettere la faccia per la prevenzione, la ricerca scientifica e la raccolta fondi, ma soprattutto metterci il cuore per spiegare e dimostrare che nonostante la malattia ci abbia travolte, noi siamo più forti di prima

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