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Editoriale

Dora Focaroli, l'infermiera Giusta tra le Nazioni

di Giordano Cotichelli

La data dell’11 ottobre, a ricordo dei Meditrinalia ed in onore a Meditrina, è il giorno del compleanno degli infermieri. Ad ottanta anni da un tragico anno per l’Italia, non si poteva che dedicare il giorno di Meditrina alle vittime di persecuzioni razziali e politiche e ad una bella figura di infermiera che riuscì a non cedere al facile odio di moda allora.

La protagonista di queste poche righe narrate si chiamava Dora (Teodora) Focaroli1, infermiera. La sua figura consente di introdurre una ricostruzione, immaginata ma non immaginaria, dei primi momenti di una mattina di un sabato che entrerà tragicamente nella storia.

dora focaroli

A destra, Dora Focaroli vestita da infermiera5

È il 16 ottobre 1943. Le truppe di occupazione tedesche, aiutate dai fascisti italiani, stanno rastrellando il ghetto di Roma. A dirigere l’azione è un Tenente colonnello delle SS, a capo della Gestapo della città eterna. Il suo nome è Herbert Kappler.

Qualche settimana prima, il 26 settembre, aveva dato un ultimatum di 36 ore alla comunità ebraica di Roma, per la consegna di 50 chili d’oro, onde evitare la deportazione. Il riscatto fu pagato in tempo, ma la deportazione venne comunque realizzata tradendo la parola data come solo i criminali e i vigliacchi sanno fare.

L’operazione prese il via alle prime luci dell’alba di un giorno di festa per la comunità ebraica e fu facilitata anche grazie all’esistenza degli elenchi della popolazione di religione ebraica di Roma. Elenchi, debitamente compilati in precedenza, in ossequio alle leggi razziali di Mussolini, prontamente consegnati dalle autorità fasciste, devote e collaboranti con gli occupanti nazisti.

Le cifre ufficiali parlano di 1.259 persone deportate. C’erano vecchi, donne, bambini… un neonato. Faranno ritorno solo 15 uomini e una donna. In seguito, seguirono altre deportazioni per un totale di 2.091 ebrei di Roma di cui ritorneranno dai campi 73 uomini e 28 donne.

Le autorità romane, dell’Italia romanica, avevano permesso un crimine di guerra proprio nei confronti di chi – le persone di religione ebraica - era, sicuramente, romano da più tempo di tutti, a partire addirittura dal II secolo a.C.

Un giornalista del tempo, Paolo Monelli, ci ha consegnato un breve resoconto di quel rastrellamento, presente nelle pagine di un libro scritto allora e pubblicato nell’immediato dopoguerra: “Roma 1943”, da cui si trae il seguente passaggio:Poi gli ebrei. Misero prima di tutto una taglia sulla comunità ebraica, pagasse entro 48 ore cinquanta chili di oro fino, a scanso di rappresagli; i maggiorenti raccolsero a fatica monili, monete, cari ricordi di famiglia; se fosse mancato qualche chilo alla somma l’avrebbe integrata il Vaticano, ma non ce ne fu bisogno. I Tedeschi presero l’oro, poi andarono a spogliare la sede della comunità e il Tempio, poi saccheggiarono la biblioteca del collegio rabbinico, infine pensarono di far piazza pulita di tutti.

Un’alba piovosa d’ottobre squadre armate circondarono il ghetto, mentre altre andavano a forzare gli appartamenti degli ebrei ricchi ai quartieri alti; portarono via tutti con meticolosa ferocia, non lasciarono indietro un bambino, un malato, una puerpera, ne caricarono gli autocarri con furia sgarbata, cacciavan su a pedate a urtoni i malati, i vecchi, gli storpi, non lasciarono portar via dalle case che una valigetta di biancheria e di oggetti personali; i lattanti erano strappati dalle braccia della madre e lanciati sul carro come fagotti, un paralitico fu scaraventato con tutta la poltrona sul mucchio. Furono portati alla stazione, sigillati in un treno e mandati in Germania a morire chissà dove.

Kappler continuerà a comandare la piazza militare di Roma e, non pago del suo curriculum di criminale di guerra, sarà colui che ordinerà la strage delle Fosse Ardeatine, con l’uccisione di 335 persone e il successivo rastrellamento del quartiere Quadraro.

In seguito, verrà catturato dalle forze britanniche e consegnato alle autorità italiane. Sarà processato e condannato all’ergastolo. Alla fine degli anni Settanta, malato di cancro, riuscirà ad evadere dall’ospedale militare del Celio, dove era ricoverato, e fare così ritorno in Germania.

Fu un’evasione strana, abborracciata nel racconto e più che fortuita nell’esecuzione. In molti ebbero il sentore di un coinvolgimento diretto delle autorità italiane sacrificando alla ragion di stato le ragioni della giustizia e delle vittime della storia.

Ma se la giustizia dell’uomo troppo spesso si presenta fallace, allora si può ricorrere al giudizio della memoria, che può essere di conforto; specie nel giorno dell’11 ottobre, compleanno degli infermieri in onore alla dea romana Meditrina, protettrice di chi presta assistenza sanitaria. E così si torna a Dora Focaroli, al suo impegno di donna e di infermiera nell’aiutare ebrei, e non solo, a mettersi in salvo.

Dora (Teodora) Focaroli di Rieti, nasce a Borbona (RI) il 27 giugno 1915 e muore il 16 maggio del 1994 a Latina. Dopo aver conseguito il diploma di infermiera iniziò, nel 1934, a lavorare presso l'Ospedale Israelitico e la Casa di riposo per ebrei anziani presenti sull’Isola Tiberina. Ebbe così modo di conoscere quello che sarà il suo futuro marito: Mosè Veroli.

Con la guerra e l’inizio dell’occupazione tedesca si attivò per soccorrere e aiutare, nascondere e assistere i perseguitati. Non fu sola in questo, ma sostenuta da varie persone. Altri infermieri e qualche medico che, opportunamente, nascondeva nelle “pieghe” delle corsie, gravi ricoverati di un pericoloso e letale – quanto inventato – “morbo di K”.

Dora fu aiutata anche dal maresciallo della polizia fluviale – Gennaro Lucignano – che chiuse più di un occhio di fronte alle attività frenetiche che nelle settimane dell’occupazione si consumavano presso l’Isola Tiberina.

Ebbe a dire, riferito all’infermiera: Finché sarò qui io, non avrà nulla da temere2. Al termine del conflitto, lo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, nel 1962, ha riconosciuto a Dora Focaroli il titolo di Giusta tra le nazioni. A ricordo della sua figura poi è stata costituita, nel 2016, l’Associazione Pazienti Diabetici Dora Focaroli dell’Ospedale Israelitico3.

Ecco che, ad ottanta anni da un tragico anno per l’Italia, non si poteva che dedicare il giorno di Meditrina alle vittime di persecuzioni razziali e politiche e ad una bella figura di infermiera che riuscì a non cedere al facile odio di moda allora.

Un odio, una cattiveria gratuita che sembra essere di drammatica attualità oggi nella negazione continua della verità storica e nella chiusura delle frontiere a chi chiede solo aiuto e sostegno per poter vivere.

Ed in merito non si può non pensare a chi, anche oggi, fa il suo dovere di essere umano libero e pensante, con amore e solidarietà, in maniera giusta ed imparziale, lontano dal nascondersi dietro meschine neutralità, sia essa un giudice o un’infermiera, un tecnico che fa un sopralluogo sull’ennesima tragedia italiana o uno qualsiasi di noi chiamato a caricarsi del coraggio di essere giusto4.

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