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Editoriale

In morte di Silvio

di Giordano Cotichelli

Silvio non è stato un uomo per tutte le stagioni, ma ha rappresentato la più schietta stagione storica di un paese abituato ai bizantinismi secolari e ai compromessi pesati sulla bilancia delle poltrone. Berlusconi è stato il peggior nemico di sé stesso e il primo legittimatore dei suoi avversari politici. Con lui è caduta l’ultima utopia socialdemocratica del Bel Paese. Non più progresso e benessere diffuso, ma promesse mancate e accapigliarsi di mani attorno alle brioche – poche – gettate dalle finestre della reggia del primo ed ultimo Bonaparte italiano. Ai più resterà il mausoleo di un altro potente sulla terra verso cui volgere un folle e nostalgico sentimento di perduta umanità, quella di una figura che ha promesso a tutti di poter diventare come lui perché era facile pensarlo.

Se Berlusconi non fosse esistito lo avrebbero necessariamente inventato

Silvio Berlusconi è mancato nella mattina del 12 giugno. Dei suoi Governi si ricorda una politica di tagli ai danni del Ssn

Nel gergo giornalistico esiste un termine per designare un articolo pronto da mandare in stampa appena l’attualità della vita chiami all’urgenza dell’attualità della notizia.

Il pezzo è denominato “coccodrillo” e designa emblematicamente il cordoglio precostituito che può essere scritto con molto anticipo rispetto alla morte di un personaggio pubblico.

Probabilmente in molte redazioni italiane, e del mondo, da tempo era già pronto all’uso un “coccodrillo” in previsione della possibile morte di Silvio Berlusconi: leader politico anziano e da tempo malato.

Facile quindi che molto di ciò che è stato già detto o che verrà scritto in queste ore, aspettava di essere tirato fuori al momento opportuno. Un po’ come, probabilmente, è stato per la sovrana del Regno Unito.

È vero ugualmente che molti altri articoli verranno scritti nella concitazione o nel dolore della medesimezza dell’oggi. Detrattori e sostenitori del Cavaliere, in molti casi non avranno voluto perdere la possibilità di vergare un loro personale tributo. L’ultimo probabilmente in cui verranno ripetute le tante cose dette attorno al personaggio in una sarabanda di dichiarazioni fra il cordoglio e l’elegiaco, il rispetto e la denuncia, la banalità del lutto dovuto a tutti gli uomini di potere e il politichese che piroetta attorno al cadavere dell’uomo che fu.

Molti stenteranno a credere che ci potrà essere mai un’Italia senza Berlusconi. Molti resteranno convinti che non c’è mai stata un’Italia senza Berlusconi. Entrambe sono lo stesso paese in cui regnava l’arrogante corte di Palazzo fatta dai nani e dalle ballerine della politica degli anni ’80; la stessa di cui Berlusconi si fece degno erede e prosecutore rilanciando l’arroganza del potere che non teme inquisitori ed anzi si accresce e si arricchisce ad ogni anatema di cui viene fatta oggetto.

Chi si illuse che la denuncia politica e quella giudiziaria potessero aprire gli occhi ai più, si condannò ad essere egli stesso vittima e complice di quel sistema di governo che rigettava, non rendendosi conto che il dito inquisitore puntato, in realtà si trasformava in un raggio di luce che metteva ancora di più in risalto la silhouette del personaggio che si stagliava nelle ombre del palcoscenico nazionale.

La discesa in campo di Silvio, quasi trent’anni fa, ha messo fine a quella Prima Repubblica che non poteva avere altro epilogo che quello di avviarsi verso un cammino a ritroso in cui ad ogni passo fatto si perdevano diritti sociali e garanzie costituzionali, universalismo ed equità, in cui l’impegno politico non diventava più progetto sociale ma oggetto di compravendita e di promesse, illusioni e collusioni. Mercato dei peggiori per legittimare il peggio.

Il Berlusconismo non scomparirà con la dipartita del Cavaliere in quanto esisteva prima di Lui e continuerà nonostante Lui

Silvio è stato il degno rappresentante della cultura di potere di questo paese, quella dell’”itagliano” pronto all’uso e al consumo purché: “Franza o Spagna …”. Silvio non è stato un uomo per tutte le stagioni, ma ha rappresentato la più schietta stagione storica di un paese abituato ai bizantinismi secolari e ai compromessi pesati sulla bilancia delle poltrone. Silvio è stato il peggior nemico di sé stesso e il primo legittimatore dei suoi avversari politici.

Con lui è caduta l’ultima utopia socialdemocratica del Bel Paese. Non più progresso e benessere diffuso, ma promesse mancate e accapigliarsi di mani attorno alle brioche – poche – gettate dalle finestre della reggia del primo ed ultimo Bonaparte italiano.

Alcuni hanno provato ad imitarlo, cercando di rottamare in primo luogo i concorrenti della corte di Palazzo. Altre lo stanno seguendo in molte cose, sommando nuovi strumenti di dominio a vecchi paradigmi, malefici, legati alla peggior storia nostrana. Se Berlusconi non fosse mai esistito, lo avrebbero necessariamente inventato.

L’Italia è da sempre paese di sperimentazioni sociali e politiche con corse in avanti progressiste e arretramenti reazionari. La collettività in questo è più spesso chiamata a subire i cambiamenti più che a farsene motore e guida; costretta a scegliere schieramenti e tifoserie in una supposta lotta fra guelfi e ghibellini che alla fine vede il prevale unicamente di un profondo senso di frustrazione collettiva in cui speranze e partecipazione per la “cosa” pubblica, si riducono progressivamente a restare con il cappello in mano e il volto chino a guardare in basso mentre passa il corteo funebre.

Non ci sarà nessun funerale di stato per tutto ciò che è andato perduto in questo trentennio di berlusconismo. Nessun funerale di stato per le utopie avvelenate che, alla fine, finiranno tutte nell’ossario dei Don Chisciotte di sempre

Ai più resterà il mausoleo di un altro potente sulla terra, verso cui volgere un folle e nostalgico sentimento di perduta umanità, quella di una figura che ha promesso a tutti di poter diventare come lui perché era facile pensarlo, illudendosene consapevolmente, piuttosto che faticare, lottare, lavorare per farsi cittadini liberi e solidali di una comunità sentita e partecipata. Non ci sarà nessun 5 maggio per l’uomo di Arcore, ma ognuno di noi potrà sentirsi in grado di autonominarsi suo degno erede.

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