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area psichiatrica

Infermiere in Salute Mentale. Fascino e complessità

di Rosario Scotto di Vetta

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MILANO. Il lavoro in salute mentale non è altro che il prendersi cura di persone che soffrono di patologie della mente. Gli infermieri utilizzano strumenti relazionali che si possono apprendere ma solo con tanta esperienza e dedizione. La mission è sopratutto assistere, prendersi cura della persona e della sua famiglia, dal punto di vista relazionale in un ambito affascinante e complesso. Niente di più e niente di meno di un infermiere di area critica.


Un infermiere di area critica motivato, formato, ben addestrato riesce ad acquisire un’autonomia e una consapevolezza del proprio ruolo in circa sei mesi. Apprende le tecniche necessarie, sperimenta le situazioni di urgenza più frequenti, viene a contatto con le situazioni emotive che si ripresenteranno nel corso della sua esperienza lavorativa. Le tecniche da apprendere, riproducibili con ogni paziente, non sono molte e sulla routine inizia il cammino della sicurezza professionale.

Per un infermiere del Centro di Salute Mentale non è esattamente così. Il suo lavoro è spesso indefinito, le tecniche non sufficientemente apprese, gli strumenti da usare ed i luoghi dove usarli sono diversi e molteplici. Ma la differenza sostanziale, come ognuno di noi ha ben sperimentato, risiede nella integrità del “io” della persona. Chi soffre di un disturbo mentale è una persona annientata dalla sua stessa sofferenza, ammalato in una parte di sé che è intangibile, perde la sua capacità di chiedere aiuto e spesso anche di accettarlo.

Rifiuta spesso la vicinanza degli operatori che desiderano aiutarlo, rifiuta i farmaci, rifiuta di lavarsi ed accudirsi o di lasciarlo fare a chi lo farebbe per lui. L’infermiere in qualsiasi altro ambito è abituato ad assistere i pazienti che si fanno accudire volentieri, si fanno lavare, toccare, sono riconoscenti a chi con attenzione e cortesia si occupa di loro e dei loro bisogni. Sono grati a chiunque si avvicini loro con una parola di conforto, per ascoltarli, per sostenerli in quegli attimi di fragilità tipici dello stato di malattia.

Di fronte al paziente psichiatrico che rifiuta tutto, insulta, può aggredire, non vuol farsi toccare, l’infermiere perde le sue sicurezze e talvolta si irrita, pensa di aver perso la capacità di svolgere il suo lavoro, avverte imbarazzo nel dover chiedere ai colleghi o ai medici.

Le difficoltà nel saper gestire la relazione infermiere-paziente può essere ulteriore fonte di frustrazione, ansia, rabbia, impulsività; si rischia così di assumere atteggiamenti che, privi di obiettività, non permettono di percepire i veri bisogni del paziente. E il tempo dei normali reparti, denso di cose da fare, stabilisce le distanze. In psichiatria, il coinvolgimento emotivo diretto è inevitabile. Non ci sono altre cose da fare che stare con lui, senza diaframmi o oggetti. Solo parole o silenzi.

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