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editoriale

Bufale e informazione in sanità

di Giordano Cotichelli

Un web infestato dalle fake news non si combatte con una caccia improvvisa all’untore di turno, o magari dando fuoco a qualche “demoniaco gatto nero” – come la peste di manzoniana memoria ci insegna -, ma si affrontano con la diffusione della cultura e il rafforzamento delle reti relazionali quali circoli virtuosi di assistenza ai bisogni.

Lapidi ed epitaffi contro le bufale, la campagna Fnomceo lascia perplessi

Nei giorni scorsi, da parte della Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), è stata avviata la campagna contro le fake news sanitarie che imperversano sul web.

Un’iniziativa importante che sottolinea come un’informazione falsa o sbagliata possa risultare tragicamente letale per chi vi si affida in modo incondizionato.

Le tematiche affrontate sono sintetizzate da cinque diversi slogan che campeggiano su di una lapide, quasi un’antologia di Spoon River per la salute pubblica. Gli epitaffi scelti sono i seguenti:

  • Non mi hanno vaccinato per paura dell’autismo
  • Avevo acquistato sul web un farmaco miracoloso
  • Ho curato il cancro con il bicarbonato di sodio
  • Credevo fosse un vero dentista, ma non lo era. Avevo un tumore alla bocca non diagnosticato
  • Avevo letto che sei uova al giorno facevano dimagrire

Ogni volta, come chiusa finale, c’è la frase che recita: Diffidate delle bufale sul web. Chiedete sempre al medico. Una campagna che indubbiamente non lascia spazio ad alcuna interpretazione, anche se qualche perplessità sorge spontanea e riguarda il modo, il contesto e il sistema in cui l’attacco alle notizie false vuole essere portato.

Se si prendono in considerazione le modalità adottate, risalta da subito la maniera forte nei temi e nelle simbologie utilizzate, che però rischiano di non arrivare all’obiettivo prefissato, come accaduto già in passato con le tante campagne contro l’uso di droghe, l’abuso di alcool, l’eccesso di velocità.

Questo perché stigmatizzare in maniera autoritaria un comportamento negativo, molto spesso non tiene in considerazione che chi assume quello stesso comportamento si preoccupa di tutto meno che del monito o della proibizione ad esso correlato.

Le immagini scioccanti stampate sui pacchetti di sigarette hanno la capacità più di aumentare i sensi di colpa per l’abitudine dannosa, che non a far desistere dalla stessa. Inoltre quella avviata sembra una campagna che si rivolge a tutti e a nessuno.

Quanto specifici sono gli argomenti affrontati (vaccinazioni, cure oncologiche, diete, etc.) tanto è generico il campione cui ci si rivolge: i genitori e i nonni per le vaccinazioni? Gli adulti o gli adolescenti per le diete? I pazienti, i familiari, i caregiver o chi altro per terapie e così via.

Difficile dirlo, mentre è noto che in qualsiasi campagna di marketing - perché di questo si tratta, cioè di vendere il “prodotto buona salute” - se non si tiene conto del campione, del target di popolazione cui ci si rivolge, i rischi di fallimento sono alti.

Per intendersi. In sanità se si vuole fare educazione sanitaria contro i cattivi stili di vita vanno analizzate le caratteristiche dei soggetti cui ci si rivolge. Le maniere forti servono a poco.

Sarebbe un po’ come mettere il moncherino di un piede amputato sulla confezione di un pacchetto di zucchero quale monito alle cattive abitudini alimentari di un diabetico.

Non basta focalizzarsi esclusivamente sul comportamento sbagliato da censurare, ma bisogna tenere presente anche qualsiasi dato relativo al reddito, all’istruzione, alla rete familiare, alla cultura e a tutto ciò che in definitiva costituisce il quadro dei determinanti sociali e sanitari della salute e della malattia che connotano – come detto – il campione di persone cui ci si rivolge.

E qui entra in campo il terzo elemento evidenziato: il sistema. Il rivolgersi sempre più di frequente alle facili (e troppo spesso dannose) risposte del web è il segno anche di un sistema sociosanitario che non riesce sempre a porsi in maniera funzionale, come interlocutore nella presa in carico dei problemi della popolazione, che ha gravi problemi di accesso a servizi e prestazioni, che spesso lascia da solo colui che è portatore di una fragilità, di un problema di salute di fronte alle lunghe liste di attesa, ai costi del mercato, all’out of pocket della diagnostica privata.

L’amputazione del piede diabetico dipende sì da un cattivo regime alimentare e stile di vita del paziente, ma è al tempo stesso un preciso indicatore di malfunzionamento della rete dei servizi.

Alla fine, il quadro che si ottiene riconsegna il problema delle fake news come espressione sintomatica di una sindrome generale più ampia su cui intervenire e contro la quale vanno mobilitate – e sviluppate - tutte le risorse di sistema lungo una prospettiva di globalità e multidisciplinarietà dell’intervento.

Prospettiva che non sembra alla fine ravvisarsi nel messaggio degli slogan della campagna in oggetto che rimandano, in maniera centrale alla figura medica, i compiti plurimi di una educazione sanitaria che non può essere condotta solo da una singola specificità professionale, ma che deve interessare ogni attore del sistema, considerando distinti i ruoli e le competenze – ovviamente – ma puntando alla condivisione e alla diffusione di saperi e conoscenze.

Un web infestato dalle fake news non si combatte con una caccia improvvisa all’untore di turno, o magari dando fuoco a qualche “demoniaco gatto nero” – come la peste di manzoniana memoria ci insegna -, ma si affrontano con la diffusione della cultura e il rafforzamento delle reti relazionali quali circoli virtuosi di assistenza ai bisogni. Alla fine, le parole d’ordine creano più… disordine che altro.

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