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Israele e Palestina, ospedali colpiti e in tilt

di Monica Vaccaretti

Israele è in guerra. Un altro conflitto è scoppiato alle frontiere mediorientali dell'Europa, cogliendo di sorpresa il mondo abituato al decennale scenario di guerriglia in Terra Santa. L'inaspettato e brutale attacco di Hamas, iniziato con migliaia di missili lanciati sulle città, è un'offensiva che non ha precedenti secondo gli analisti. Quello che sembrava inizialmente un attentato terroristico che infonde un terrore jihadista diventato drammaticamente abituale, è invece un atto di guerra.

Gli ospedali israeliani in tilt per l’enorme afflusso di feriti

attacco hamas

Il 7 ottobre il gruppo radicale palestinese Hamas ha avviato un attacco nel Sud di Israele lanciando migliaia di razzi.

Sabato 7 ottobre, l'ultimo giorno della settimana ebraica in cui si celebra la festività di Succot, l'organizzazione paramilitare palestinese, islamista e fondamentalista, ha sconfinato dalla Striscia di Gaza, una terra di 400 chilometri quadrati in cui due milioni e mezzo di palestinesi vivono isolati e in condizioni di estrema povertà.

La considerano una prigione a cielo aperto. È bastato, via terra, abbattere con una ruspa il punto in cui un'alta rete di ferro separa la striscia dallo Stato di Israele. Centinaia di terroristi hanno attaccato i kibbutz in una ventina di villaggi ebrei vicino al confine, uccidendo casa per casa e prendendo in ostaggio donne, anziani e bambini durante l'incursione durata dieci ore.

Sono 750 i dispersi israeliani e centinaia gli ostaggi rapiti, tra loro anche militari e cittadini di paesi occidentali, portati al di là del confine, dentro la Striscia. La loro sorte non è ancora nota. Le notizie sono terrificanti. Si teme che la reazione di Israele sarà impressionante, come anticipano le intenzioni dichiarate dagli ambasciatori all'Assemblea d'emergenza presso le Nazioni Unite.

Intanto nel contrattacco israeliano sono stati colpiti dai bombardamenti due ospedali supportati da MSF, l'Indonesian Hospital e il Nasser Hospital, a Gaza. Secondo l'organizzazione Medici Senza Frontiere un infermiere ed un autista di ambulanza palestinesi sono rimasti uccisi.

Gli ospedali israeliani, presi d'assalto da numerosi cittadini che vogliono donare sangue, sono andati in tilt per l'enorme afflusso di feriti, oltre 2500 di cui almeno 300 gravi. La situazione è drammatica. Le stime nei primi due giorni, in continuo aggiornamento, sono di 700 morti israeliani, oltre 400 sono quelli palestinesi. La maggior parte sono cittadini civili, su entrambi i fronti.

Un medico israeliano che ha partecipato alle operazioni di soccorso in un rave party che si stava svolgendo nel deserto ha dichiarato che c'è stato un massacro tra i giovani partecipanti, sono stati individuati 260 corpi sterminati dagli incursori atterrati sul posto con deltaplani. I soccorritori della Mezzaluna Rossa accorrono nelle città bombardate; secondo i coordinatori di MSF, a Gaza la situazione è critica: le ambulanze non possono essere utilizzate perché vengono colpite dagli attacchi aerei, gli ospedali sono sovraffollati, c'è carenza di farmaci e di dispositivi medici, manca il carburante per i generatori.

Nell'ospedale di Al-Awda, a nord della striscia di Gaza, le équipe mediche di Medici senza Frontiere, che stanno accogliendo persone con ferite da arma da fuoco e da schegge agli arti superiori ed inferiori, riescono ancora a garantire, nonostante l'incremento degli accessi, gli interventi chirurgici e l'assistenza post-operatoria.

Ricordando che gli ospedali non sono obiettivi militari, l'organizzazione umanitaria chiede con forza che le strutture sanitarie siano rispettate e protette e che sia garantito l'accesso e l'incolumità di chi ha bisogno di cure.

Quando vengono violate le convenzioni del diritto internazionale, sia da parte dell'aggressore sia dell'aggredito, umanamente non ha senso fare elenchi distinti delle vittime. In caso di conflitto i morti sono morti e basta, gli operatori sanitari di qualsiasi nazione ed organizzazione non dovrebbero essere tra le vittime e gli ospedali non dovrebbero essere dei target.

Quando non rispetta la sacralità di un ospedale la guerra diventa ancora più barbara e selvaggia. È disumana quando si perde la razionalità e il senso della misura. Diventa una sconfitta del genere umano.

Mentre la diplomazia non riesce ad arginare l'escalation di violenza, sulla porta di Brandeburgo a Berlino viene proiettata la bandiera con la stella di Davide e il governo tedesco dichiara che la guerra in Israele è una questione di Stato. La significativa solidarietà espressa dalla Germania è stata imitata anche dall'Italia, sulle facciate del Campidoglio e di Palazzo Chigi.

Siamo di fronte ancora una volta a fiamme, macerie e dolore in un mondo geopoliticamente instabile. Tutte le guerre si somigliano. Cambiano l'aspetto delle case distrutte, l'ambiente circostante devastato, i tratti somatici delle vittime e dei sopravvissuti.

Cambia la lingua con cui si piange. Non c'è differenza tra il cirillico e l'arabo. Cambia il modo in cui si trasportano i feriti, in Palestina a braccia, sui sedili delle auto, trascinati su coperte. Cambiano i modi in cui si esterna il dolore e i riti con cui si seppelliscono i morti. Cambia crudelmente la faccia dell'orrore quando all'odio tra popoli, che si tramanda di generazione in generazione e che striscia lungo la storia, non basta più la violenza normale.

Quando l'orrore oltrepassa il limite dell'orrore precedente e prevale l'ottica del dente per dente, pur nel diritto di difendersi da un attacco spietato, anche gli ospedali diventano purtroppo obiettivi sensibili trascurabili. Vedere in diretta una guerra è un trauma globale, almeno per le democrazie. Quando il rischio è una estensione della guerra a livello regionale o globale, soltanto il dolore delle madri è pari in ogni angolo di mondo.

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