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Voglio andare in pensione prima del coccolone

di Monica Vaccaretti

Voglio andare in pensione prima del coccolone. È la frase che si è potuta leggere su un cartello di cartone, tra i tanti sollevati contro la manovra di bilancio e il Governo, durante il corteo a Roma in occasione dello sciopero nazionale di infermieri e medici lo scorso 5 dicembre, cui ha aderito fino all'85% del personale sanitario.

Ci vuole salute per essere un professionista che si occupa di salute

La protesta degli infermieri scesi in piazza durante lo sciopero dello scorso 5 dicembre

Una delle ragioni della protesta, fortemente sentita dai professionisti del SSN, è poter andare in pensione ad un'età ragionevole oltre che con un trattamento economico rispettoso e dignitoso, considerando la pesantezza fisica ed intellettuale dell'attività esercitata.

Anche se riconosciuta inspiegabilmente non usurante, essa richiede grandi responsabilità, impegno costante, energia, formazione continua, carico emotivo.

Ci vuole una testa buona e un fisico in forma per tenere botta sino ad oltre 42 anni di lavoro, senza perdere colpi ed empatia. Ci vuole salute per essere un professionista che si occupa di salute.

E di questo bene che, per legge ed umanità, si deve come diritto ad ogni persona se ne vorrebbe conservare almeno un pochino anche per sé e per quegli anni liberi dal lavoro che si attendono.

Dopo aver amato tanto la propria professione e avervi investito talvolta più del dovuto, ci si augura come qualsiasi lavoratore di poter trascorrere in benessere, anche se residuale, la vita che l'età consente. In fondo, per quanto l'aspettativa sia aumentata, gli anni che rimangono si possono contare in una manciata, forse due, se si è messi in congedo dopo i sessanta verso i settanta.

La frase sul coccolone, scritta a mano, è piena di ironia e realtà

Perchè, pur sembrando una simpatica battuta che strappando un sorriso vuole sdrammatizzare una condizione lavorativa pesante per la prospettiva di andare in pensione a tarda età, rappresenta un pensiero che, almeno una volta, a tanti infermieri è passato per la testa.

Clinicamente siamo soliti chiamare in gergo familiare “coccolone” l'evento vascolare ischemico – noto come ictus - che, per embolo o per emorragia, rende generalmente emiplegici e disabili.

Gli esiti possono essere anche letali, se non trattato entro la golden hour. I fattori di rischio che portano a quello che un tempo definivano colpo apoplettico fulminante sono molteplici. Fumo, alcol, sedentarietà, obesità, ipercolesterolemia, ipertensione.

Anche un eccessivo stress che va oltre le proprie capacità fisiche e mentali può favorirne l'insorgenza, solitamente improvvisa.

Lavorare in sanità oltre una certa soglia anagrafica è difficile ed improponibile. Si rischia il coccolone, appunto, mentre ancora si lavora. L'età anziana dovrebbe essere fatta invece di un tempo rallentato e sereno, da riempire tra un acciacco e un malanno di tutto quanto il lavoro ha tolto.

L'apoplessia cerebrale è un accidente che colpisce maggiormente dopo i cinquacinque anni. È possibile restarci stecchiti. Se si sopravvive al coccolone, gli esiti sono permanenti e la gravità dipende dall'area interessata e dalla sua estensione. In ogni caso non si torna più quelli pimpanti di prima.

E anche se oggi la terapia riabilitativa rimette in piedi, non piace a nessuno essere colpiti da una perturbazione acuta encefalica e perdere l'integrità funzionale della propria sostanza bianca. In fondo, non siamo noi forse la mente?

Voglio andare in pensione prima del coccolone - sento dire agli infermieri che ancora lavorano - perché voglio girare il mondo, è l'intenzione più manifesta. Voglio stare con i miei nipoti prima che diventino grandi come i miei figli, è l'aspirazione che maggiormente viene da un cuore rimasto troppe volte lontano a Natale.

Voglio avere più tempo per me, è quella che in fondo intimamente è la più sincera. Quando anno dopo anno la data si fa pressapoco vicina facendo quattro conti, gli infermieri sono soliti cominciare a contare approssimativamente quanto manca, compresi i mesi e le settimane.

Gli infermieri che riescono finalmente ad andarci davvero, prima del coccolone, esprimono un senso di felicità mescolato a qualcosa che è già nostalgia mentre brindano nei rinfreschi che organizzano per salutare i colleghi pochi giorni prima dell'ultima timbratura.

Non pare vero, sembra una stranezza. Ma questa sensazione di mancanza di rapporti e di perdita di un ruolo, lascia naturalmente il posto, come ogni pensionato che si rispetti, alla parte migliore di sé. Così abbandonano presto l'idea di continuare, in qualche modo, ad esercitare in un altro posto ad orario ridotto, pur di restare nel giro e nell'ambiente.

Ho già preso il biglietto per un mese intero a Dubai e il primo anno lo passerò a ristrutturare una casa nuova, ha detto ieri sera un'infermiera dirigente che nel suo ultimo turno si è fermata fino all'ultimo minuto a darci una mano nell'open day per le vaccinazioni anti Covid-19.

Ha scelto di passarlo così, con noi che ancora restiamo. Mi trasferisco al mare, ha detto un'altra qualche mese fa. Non l'abbiamo più vista. Ho affittato un laboratorio dove andare a dipingere tele, ha detto un altro di cui non si sa più nulla. Felice di essere stato infermiere per una vita, aveva deciso di costruirsene un'altra dimenticando la prima. Voleva iniziare a fare per la prima volta quello che avrebbe voluto fare anche da giovane. C'erano sempre le corsie, le notti, i pazienti, le malattie. La psichiatria, la medicina, l'università, ci mancava pure l'emergenza pandemica negli ultimi 4 anni, diceva per quanto, encomiabile, abbia fatto tanto. Sono certa che sta dipingendo quadri bellissimi, ovunque sia.

Poi ci sono quelli che il coccolone lo fanno per davvero, prima o poco dopo la pensione, anche sotto forma di altre patologie. E si ritrovano ad affrontare sulla propria pelle malattie che per una vita hanno curato in altri, delle quali sanno tutto. Segni, sintomi, terapie e decorsi. Prognosi. E ci vanno incontro con naturalezza e coraggio, da ex infermieri che in fondo, come i medici, non si smette mai di esserlo. Sono professioni a vita.

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