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editoriale

Diffusione del precariato, un problema anche in sanità

di Giordano Cotichelli

Ciclicamente torna il problema della carenza infermieristica all’attenzione dei media. In queste settimane si è parlato della necessità urgente di almeno 50.000 infermieri. Cifra importante, ma che rischia di porre nella sola ottica quantitativa la questione infermieristica in Italia, mentre la realtà è abbastanza più complessa e per capirla bisogna gettare lo sguardo altrove: alle problematiche occupazionali, salariali e contrattuali in generale di questo paese. E al crescere delle sacche di povertà nonché alle relative politiche sociali messe in atto.

Carenza di infermieri, ma non solo numeri

I dati Istat di quest’anno parlano di almeno 5 milioni di italiani in povertà assoluta. Ma i numeri non rendono l’idea di un tessuto sociale ed occupazionale drammaticamente deteriorato. L’Italia è un paese che ha perso un terzo della sua storica capacità produttiva negli ultimi venti anni e che, secondo il rapporto Sivmez del 2015 (Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), la deindustrializzazione al Sud risulta essere il triplo rispetto al Nord.

Nella sostanza il quadro occupazionale che si è delineato in questi ultimi anni è relativo alla formazione di una nuova tipologia di lavoratori: quelli che restano poveri nonostante abbiano un lavoro, anzi due, se non in qualche caso tre. Un fatto conseguente all’affermarsi di stipendi irrisori che sulla carta rispettano le normative, ma in realtà vedono monti orari assolti in maniera gratuita.

Una volta si sarebbe detto in condizione di schiavitù. Come tutto ciò può interessare la professione infermieristica? Beh, in primo luogo se aumenta precariato e povertà aumentano le disuguaglianze nella salute e tutto quello che ne consegue.

Inoltre ciò che accade nella società in cui si lavora come infermieri influisce su ciascuno di noi come individuo, cittadino, e come professionista ed utente. Nel concreto la diffusione del precariato non riguarda solo i cantieri edili o la raccolta dei pomodori, ma anche il mondo sanitario. E questo è risaputo. In merito ecco una notizia, piccola, ma utile a contestualizzare i problemi presentati.

In un recente articolo pubblicato sul settimanale tedesco Die Zeit si mette in rilievo come nei prossimi anni molti lavori scompariranno. Fatto che riguarderà in misura direttamente proporzionale i lavori manuali, con basso bagaglio formativo e sottopagati. In qualche caso anche alcune professioni intellettuali importanti rischiano di vedere ridimensionato il loro peso, dal semplice uso di app specifiche.

A rischio, in questo - secondo l’articolista - anche la professione del medico, anche se le perplessità su tale previsione sono molte riconoscendo, al di là di qualsiasi valutazione diagnostica meccanica elaborata in modo impeccabile da una intelligenza artificiale, la centralità umana del professionista clinico.

Al di là di qualsiasi altra considerazione però, fra i mestieri manuali che invece rimarranno e subiranno importanti sviluppi, ci sono tutti quelli che riguardano la cura e l’assistenza alla persona.

A riprova di questo viene citato uno studio del 2018 di Adair Turner (Capitalism in an age of robots) per l’Institute for New Economic Thinking. Secondo Turner fra i lavori che vedranno un aumento dell’offerta occupazionale, ci saranno anche quelli della cura della persona, degli infermieri, dell’assistenza sanitaria a casa e degli aiuto infermieri.

Nella sostanza l’infermieristica del futuro potrà godere di un’accelerazione come professione, come ambito di applicazione e, di conseguenza, come dottrina, ma non necessariamente questo potrà comportare delle ricadute positive sul sistema se permarrà il metro di valutazione del liberismo selvaggio, di acquistare beni e servizi sempre e comunque al ribasso.

Alla fine lo storico binomio della domanda e dell’offerta, della crescita numerica e della lunga mano del mercato si infrangono contro il muro della qualità e delle ricadute positive determinate da qualsiasi prestazione relativa alla salute

E questi sono elementi nell’economia sanitaria, ed infermieristica, ben conosciuti e prendono il nome di: efficacy, efficiency, effectiveness, outcome, equity. Elementi propri dell’espressione diretta delle politiche sociali e sanitarie, occupazionali e assistenziali che un paese sceglie di intraprendere, in maniera disfunzionale lungo la visione a corto respiro e moralistica propria dei sussidi a pioggia e dell’assistenzialismo elettoralistico, o in termini adeguati attraverso riforme di sistema a sostegno delle fragilità sociali nello sviluppo di una cultura solidale ed inclusiva.

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