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Editoriale

San Martino

di Giordano Cotichelli

L’11 novembre è San Martino, ricorrenza carica di significati, un'occasione per riflettere su come costruire una formazione professionale e scientifica dell’assistenza che non sia mera riproposizione di protocolli ed ordini eseguiti, ma ancor più su come si possa riprodurre e rafforzare una società solidaristica che sappia riconoscere il medicante cui offrire il proprio mantello senza che debba chiedere necessariamente. Senza che debba essere citata alcuna parabola cristiana, con la consapevolezza che se c’è un cornuto da festeggiare questo debba essere per amore e mai per profitto.

San Martino: se c’è un cornuto da festeggiare, non sia mai per profitto

L’11 novembre è San Martino, ricorrenza carica di significati. In molte parti d’Italia il giorno assume l’appellativo gergale di festa dei cornuti e le interpretazioni che ne derivano sono occasioni di feste e fiere varie: in Veneto, Marche, Campania, Romagna, Abruzzo, Lazio e Salento.

A Santarcangelo di Romagna c’è la “Festa dei becchi”; per l’occasione vengono appese delle enormi corna sotto l’Arco di Piazza Garganelli e se, al passaggio di qualche incauto marito, queste iniziano ad oscillare significa che lo sventurato è stato tradito dalla consorte, cioè fatto becco. La parola sembra essere di origine latina, usata per indicare le capre selvatiche.

Per consolazione i maschietti tirano fuori la celebrazione del 12 novembre che sarebbe la festa, contro-laterale, delle cornute. In realtà, al di là delle tante interpretazioni date al significato della diceria popolare, sembra che quella più acclarata sia legata al mondo contadino ed in particolare ai contratti di mezzadria (boaria in Romagna, o altra tipologia di affitto agrario in altre zone del paese).

L’11 novembre era in genere la giornata in cui si dovevano rinnovare i contratti di mezzadria che erano in scadenza e, se questo non accadeva, il contadino si vedeva costretto a caricare su un carro le poche cose che possedeva, assieme ai suoi familiari, e vagarsene per la campagna a mendicare un lavoro (fare il San Martino, appunto), un alloggio, una qualche forma di sopravvivenza alla tragedia che si era abbattuta su di lui e i suoi cari.

Significativa in merito la rappresentazione data dal regista Bernardo Bertolucci nel film “Novecento”, che mostra in merito una famiglia che vaga per la Bassa, fra freddo e nebbia, in cerca di un riparo. Al contrario, chi invece aveva visto rinnovato il suo contratto se ne stava al caldo, sicuro, tranquillo, magari agli occhi dei meno fortunati, questo era dovuto non proprio a meriti lavorativi, ma perché, pur di mantenere casa e lavoro, aveva “mandato” la propria moglie dal padrone, o dal fattore, per ottenerne favori in cambio di… favori. Meglio cornuto che disoccupato.

Nell’immaginario popolare e religioso San Martino è la festa del Santo omonimo che, mentre era in servizio come legionario romano, divise il suo mantello a metà con un mendicante infreddolito incontrato lungo il suo percorso. Per tale motivo è considerato il santo protettore dei viandanti e dei camionisti, dei soldati e patrono dell’Arma di Fanteria dell’Esercito Italiano.

Battaglia di Solferino e San Martino e l'idea della Croce Rossa

I carri, carichi di feriti, che percorrono la strada che li conduce verso l’avamposto medico a Castiglione (Battaglia di Solferino e San Martino, 1859)

A dire il vero ai soldati, con San Martino, non è sempre andata bene. Nota è la battaglia di Solferino e San Martino, verificatasi durante la Seconda Guerra d’Indipendenza Italiana in cui si registrarono circa 40.000 vittime fra morti e feriti nello scontro fra le truppe Franco-piemontesi e gli Austriaci.

Tale fu la violenza dello scontro, la carenza dei soccorsi, la distruzione di vite umane, che un giovane ginevrino presente ne fu così impressionato da adoperarsi da quel giorno al fine di garantire un’assistenza degna a tutte le vittime di guerra.

L’uomo si chiamava Jean Henry Dunant ed avrebbe fondato di lì a poco l’organizzazione di soccorso internazionale meglio nota con il nome di Croce Rossa.

Un’organizzazione che fu alla base della creazione, fra le altre cose, delle prime scuole infermiere, in Italia e nel Mondo. Durante la Prima Guerra mondiale mobilitò 3.487 ufficiali, 8.400 infermiere, 14.650 sottufficiali e truppa, 349 cappellani, 4.122 borghesi aggregati che si fecero carico di assistere 1.205.754 militari per un totale di giornate di degenza di 21 milioni.

Le infermiere inviate al fronte furono 1.080. Il contributo della Croce Rossa fu molto importante e le infermiere volontarie mobilitate, attraverso altre organizzazioni assistenziali, arrivò a circa 10.000.

Un numero importante ma decisamente esiguo rispetto alle esigenze sanitarie di un esercito – quello italiano – che mobilitò circa 6 milioni di soldati ed ebbe 680.000 morti e circa 2,5 milioni di feriti.

Ecco che alle infermiere volontarie citate, devono essere aggiunte le migliaia di religiose, di infermieri militari, di ausiliari e di aggregati di ogni tipo che si attivarono negli ospedali da campo per prestare assistenza e cure. Il loro numero è ancora da calcolare in maniera storiografica compiuta, ma il loro impegno decisamente fuori di dubbio, dato che molto probabilmente senza il loro contributo il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto.

La Guerra per l’Italia finì il 4 novembre 1918 e per l’Europa una settimana più tardi: l’11 novembre, giorno di San Martino. Doveva essere l’ultima delle guerre dell’umanità, tanta era stata la sua violenza. In realtà durante il corso del XX secolo fu superata nelle tante, troppe guerre che seguirono, causate dall’odio fra popoli, dall’avidità dei governi, dalla disumanità dei mercati e dei mercanti.

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