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editoriale

Sogno d’inverno

di Giordano Cotichelli

Si affonda. Fai tre passi e il terreno va giù. Il fango arriva al bordo degli stivali e il rischio è quello di farseli sfilare via ogni volta che fai un passo. È come se il sentiero ti volesse trattenere; impedirti di andare avanti. Oddio, è abbastanza arduo chiamare sentiero questa lingua di fango che i diluvi dei giorni scorsi ha allungato fra gli alberi della foresta, ma non c’è di meglio. Cerco di camminare sopra i mucchi di foglie marcite. Fanno un po’ di resistenza e si affonda meno. Vado avanti. Fra poco sarà notte e non si vedrà più niente. Salto su una radice che affiora; su una serie di radici. Riesco a camminare più spedito. Si scende verso il basso. Dietro di me sento che la rete si allontana. Più vado avanti e più mi allontano dal limite invalicabile del confine, ma altrimenti non si può fare. Continuo a scendere. Più scendo e più si allunga la salita che dovrò fare per riprendere la linea di confine abbandonata ormai parecchie ore fa. E adesso comincia pure a farsi sentire di più il freddo. Ti entra dentro dal colletto sporco del maglione, graffia lungo la schiena, morde i reni e gela il sudore della fatica. Fra poco sarà notte e farà più freddo. Devo andare avanti finché un minimo di luce del giorno potrò permettermelo, e trovare un riparo prima che sia troppo tardi. Avanti e riparo, avanti e riparo. Non c’è scelta, non c’è stata mai scelta. Mai. Eppure bisogna andare avanti per darsi una scelta, immaginarla, rubarla, o semplicemente non fermarsi disperati a morire sotto un mucchio di foglie marcite che adesso, con la strada che si è fatta più ripida, rischiano solo di farmi scivolare. Non posso cadere, sarebbe la fine. Devo fare attenzione ai passi, Un salto e un passo. Un ramo per frenare ed un passo allungato. Una radice, un altro ramo, attenzione alle foglie marcite. Avanti così, anche se si inizia a correre troppo velocemente. Un salto, forse l’ultimo, e c’è quasi una luce, Un salto, forse un po’ più lungo degli altri. Troppo lungo però. Si vola, ed io non so volare.

Non riesco ad aprire gli occhi. Deve essere giorno perché la luce di fuori mi riflette un’ombra davanti. È enorme, immensa quasi, con una sua ben definita forma. La percepisco distintamente anche se ho gli occhi chiusi: è la sagoma di un bisonte. Follia! La figura maestosa di un bisonte mi sovrasta e riesco bene a sentire il suo alito caldo che mi riscalda piacevolmente. Un bisonte, si è una follia. Ce ne sono da queste parti, ma in genere stanno in aree molto ben nascoste e protette. Sono arrivati qui anni fa, dalle pianure meridionali, dove un sole fatto di un arcobaleno tossico era esploso mortalmente. Il fiato caldo della bestia ad ogni modo è piacevole. Riscalda, ma non basta. Apro gli occhi e il bisonte è davanti a me. Quasi ci tocchiamo. Quasi ci baciamo. Mi fissa per un istante infinito, poi mi sbuffa per l’ultima volta aria calda sul viso e se ne va scomparendo nel nulla, nel freddo del bosco. Nel freddo della notte. Mi guardo attorno. Devo aver perso i sensi quando sono volato giù dal sentiero. È notte ma tutt’attorno sembra illuminato a giorno. C’è un posto di ristoro; baracche, uomini, figure, voci e vite che si incrociano. Mi avvicino barcollando.

E tu chi sei?, mi fa una vestita con una tuta blu, sporca e scolorita. Io sono … - già chi sono io, non mi ricordo più. Non è possibile. Ho perso la memoria cadendo? Si, forse ho battuto la testa, ma non sento dolore in nessuna parte. – Io … io non lo so. Scusa, sono confuso devo… Ecco, Io devo raggiungere la limitazione esterna facendo un giro largo e quindi sono arrivato qui. Capito. Sei un altro di quelli che devono passare. Vieni qui, che hai bisogno di riscaldarti., poi si gira e se ne va verso il gruppo delle baracche. La seguo. Sulla schiena ha scritto il suo nome: Carola. Entro in una baracca in legno e all’interno mi accoglie un tepore piacevole. Tieni, prendi questo che ne hai bisogno. È brodo di pollo. Caldo. Aiuta. Ma questo cos’è. Si, dico, questo posto a cosa serve, chi siete voi. Beh! Noi siamo i guardiani di Giorgio Kastriota Nottambulo e siamo qui per non far peggiorare la situazione. Difendiamo il reddito prossimo e il futuro posteriore, per cui qui con noi sei al sicuro. Puoi passare la notte qui e, domani, se vorrai, sarai libero di andartene. La tipa mi sorride e se ne va. Il brodo caldo mi ridà un po’ di lucidità. Mi guardo intorno, e vedo che ci sono altre persone con me. Tutte accovacciate in sacchi a pelo. Molte dormono. Alcune fissano il vuoto e sorridono. Chiudo gli occhi e mi lascio portare via dalla notte.

Di nuovo il fango. Si affonda meno, ma ad ogni passo uno strato di terra in più, si attacca alle scarpe e le fa più pesanti. Ho lasciato l’accampamento all’alba e mi sono diretto in direzione Nord-Ovest per cercare di arrivare al limitare della rete in un punto accessibile. È già da un po’ che la strada si è trasformata in una vera e propria arrampicata. Rami, radici, cespugli e massi. Si sale. Rami, radici, cespugli e massi. Si suda. L’aria fredda brucia dentro. Rami, radici, cespugli e massi. Il cuore batte rapido. Troppo. Ancora un passo e si arriva alla fine; là, oltre la gobba del piccolo orizzonte chiuso, che sovrasta tutto. Non posso cedere. Un altro passo, un altro ancora. La cima è lì. Manca poco. Non c’è scelta. Non si può tornare indietro. Simmel, un amico dei bei tempi, diceva che siamo tutti come alpinisti a metà cordata, troppo stanchi per arrivare in cima e senza possibilità alcuna di tornare indietro. Simmel, dannato tedesco quante cose mi hai insegnato. È strano, ricordo il suo nome e continuo a dimenticare il mio. Il cuore batte troppo forte, l’aria brucia, bisogna che mi fermo. Un attimo, un attimo solo. Ecco, resto così, aggrappato per un attimo e poi riparto. Allungo la mano per aggrapparmi meglio a quel ramo lì. Non troppo lontano. Non troppo vicino. Ecco, si che ci arrivo, cerco il ramo, mi sfugge e qualcosa di rigido mi prende la mano e la stringe in una morsa.

Ti vuoi fermare proprio adesso?. Alzo gli occhi verso la voce. Non riesco a vedere nulla nell’immediato. Ho il sole contro e appena un’ombra si stacca dall’intrigo del verde della foresta. Dai, vieni su!. La voce mi stringe più forte la mano e mi tira verso l’alto. Cerco di seguire la voce, di fare forza sulle gambe troppo pesanti, Cerco, cerco e non so neanche io cosa, ma mi ritrovo seduto in cima, stretto ad una rete. Irene mi fa la voce che assume la forma di due occhi azzurri ed un sorriso. Ciao, sono Irene ripete Aspetta qui, non è questo il momento buono per passare. Mi appoggio meglio alla rete, e la sento premere contro la mia schiena. Il sudore mi appiccica addosso i panni che da giorni non tolgo. Torna anche la fame, che ormai avevo dimenticato. Tieni, non è granché, ma penso che ne senti il bisogno. Irene mi allunga un pacchetto di biscotti. Sopra c’è scritto glucose, con la faccia di un bambino paffutello e sorridente. Irene, sembra leggerti nel pensiero. Divoro i biscotti. Respiro. L’aria è meno fredda e mi lascio sopraffare dall’oblio.

È un sonno ristoratore quello che si impossessa del mio corpo. Sembra che duri una vita, in realtà pochi minuti, sufficienti a rinfrancare un corpo che da mesi ha addosso una stanchezza infinita. Sento il caldo del sole sul volto. È piacevole. Rinfranca e dà un po’ di tregua. Il calore aumenta ed ora lo sento come se fosse soffiato direttamente sul viso. Apro gli occhi e mi ritrovo di nuovo il muso montagnoso del bisonte di ieri che mi sta alitando sul volto. È il momento mi dice, e se ne va, scomparendo lungo un sentiero che non c’è e che oltrepassa la rete che delimita il confine tra i due paesi. Dalla parte opposta a dove è scomparsa la sagoma dell’animale, sopraggiunge un vociare indefinito: grida, urla, bestemmie rovesciate in lingue sconosciute. Su tutto si sovrappongono rumori di passi, cose rotte, tonfi e spari. Stanno sparando da qualche parte. Ci sono due gruppi di persone che stanno lottando. Da una parte alcuni dragoni delle guardie di frontiera del paese di qua, mescolati ai cacciatori della polizia di confine del paese di là. Tutti sono al cavallo e sono armati. Nemici per il confine, ma amici per la divisa, stanno affrontando una massa informe e indifesa di umanità fatta di uomini, donne, bambini, stracci, disperazione e fuga, urine e sudore, sangue e paura. Tutti cercano di fuggire da nessuna parte, sperando di non farsi catturare. Provano a superare la rete, ma è troppo alta. Non hanno speranza. Dal gruppo si stacca una donna, tiene un fagottino in mano e corre verso di noi. Un dragone si è lanciato dietro- La caccia è iniziata. Ammazzala Viktor!, gli urlano dietro i militi. Due in particolare, un uomo e una donna, sono quelli che gridano più forte. Affossala con la nave e tutto il resto. Affonda questa appestata!, incalzano. Viktor schiuma rabbia e malvagità. È piegato sul cavallo e tiene puntata davanti a lui una picca che cerca con avidità di trapassare la donna e il fagottino stretto fra le braccia, che fuggono avanti a lui. Viktor ha una corporatura viscida che trasuda odio, quello tipico dell’arroganza del potere. Viktor è un cattivo, forte con i deboli e sicuramente ruffiano e falso con i forti. La punta della lancia è ormai a pochi centimetri dalla schiena della donna, e già quasi sembra di vederla volare in alto, ma ad un tratto il cavallo si blocca. Punta deciso le zampe verso terra, la lancia si impiglia fra le maglie della rete e Viktor vola in avanti per finire in un cumulo di letame che il cavallo, saggio animale, aveva visto prima di lui. I militi non urlano più. Viktor è scomparso in un mare di merda e il cavallo ha ripreso la sua corsa in avanti agganciando fortunosamente, con le sue briglie sciolte, madre e figlio, li tira su e se li porta via. Va anche tu! Fuggi, la direzione è quella là, mi fa Irene guardando verso il cavallo che corre via con il suo carico di speranza. Corri! Correte e andate avanti finché non incontrate le macerie. Lì c’è un buco. Lì si passa!, sono le ultime parole di Irene. Non so come faccio a ritrovare le forze necessarie, ma ormai sto correndo parallelamente alla rete del confine fra i due paesi. Parallelamente al cavallo e alla donna e al fagottino.

Arriviamo a quello che dovrebbe essere il passaggio. La recinzione scompare tra le macerie delle città. Fra case e palazzi, che lento il tempo ha sgretolato. Il passaggio è lì, ma per il momento ancora non è aperto. Più tardi, forse. Bisogna aspettare. Bisogna sapere aspettare. Ci sediamo sfiniti. Ci ha raggiunto anche il bisonte, il nostro spirito guida. Guardo la donna, è bella di una bellezza eterna. Le dico il mio nome. O almeno, provo a dirglielo. Continuo a non ricordarmelo. A dire il vero mi vengono in mente, pensandoci, decine di nomi che posso avere. Centinaia. La donna mi guarda e mi sorride. Non preoccuparti, anche io ho dimenticato sia il mio sia il suo e guarda il fagottino ma va bene anche averne mille. Dai, fra poco passiamo. Intanto aspettiamo e ci riposiamo un po’. Fa freddo però, provo a dire. Non ti preoccupare, ci pensano loro, replica la donna guardano il cavallo ribelle e il bisonte radioattivo. Sullo sfondo compaiono le figure di tre cavalieri in tuta bianca, segnati da una croce azzurra eccentrica. Angeli od eroi improvvisati? Semplicemente lavoratori bardati in difesa di tutti. La notte scende lentamente con una magia che si ripete da ben più tempo di quanto ne sappiamo o ne possiamo contare.

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