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Editoriale

Zangrillo, ma non solo

di Giordano Cotichelli

La situazione sta andando bene. La mia è una considerazione legata al ritorno dei chiacchieroni. Quelli con la patente di esperto e quelli con la patente di eletto. Chiacchieroni legittimati da questo sistema, che dà loro spazi e credibilità negate per lo più a chi invece di fare chiacchiere lavora e porta avanti questo paese, ma soprattutto ha le idee chiare su cosa dire, quando dirlo e perché dirlo. A differenza dei chiacchieroni che fanno confusione, oggi affermano una cosa e domani il suo contrario, o si mettono in competizione fra chiacchieroni a chi la spara più grossa o a chi fa più confusione. Detto questo, è bene occuparsi di questioni più serie, utili per il prossimo futuro.

Chiacchieroni a parte, la scienza si presta ad essere fallace

Giorni fa sono stati pubblicati due interessanti articoli, utili per prendere visione della situazione attuale e guardare al futuro. Il primo riguarda l’intervista a Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto farmacologico “Mario Negri” di Milano, comparsa sul Corriere della Sera1. L’altro articolo è dell’Internazionale2.

Due articoli che parlano dello stesso argomento, ma molto diversi fra loro. Il primo è l’opinione autorevole di uno scienziato che offre un quadro della situazione attuale a partire dalle caratteristiche del virus, della malattia e delle misure adottate. In queste settimane c’è stato un uso ipertrofico dell’opinione degli esperti di ogni tipo ed in molti casi si sono avuti anche punti di vista e prese di posizione molto diverse fra loro.

Chiacchieroni a parte, la scienza, proprio perché è scienza, si presta ad essere “fallace” e quindi a subire, attraverso il metodo scientifico, continue rivisitazioni. Se non fosse così non sarebbe tale, ma fede e diverrebbe religione. In merito, proprio una affermazione di Remuzzi risulta chiarificatrice, quando gli viene chiesto perché ad un certo punto le epidemie si esauriscono, risponde: Non lo so. Ed è una risposta sincera. Non lo sa nessuno. Sulla fine dei virus, vaccini a parte, esistono soltanto teorie, e nessuna spiegazione davvero provata a livello scientifico. È una risposta molto più scientifica di quanto non appaia e rivela l’onestà intellettuale che ogni ricercatore dovrebbe avere.

Per tale ragione risulta ulteriormente utile la lettura dell’articolo de l’Internazionale in cui al quesito perché si muore oggi di meno di Covid-19, l’articolista riporta le dichiarazioni di: Luciano Gattinoni, medico di terapia intensiva, dei medici del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, pubblicata a marzo sul New England Journal of Medicine; Germano Pellegatta, direttore generale dell’ospedale di Crema e Fabio Ciceri, vicedirettore scientifico dell’ospedale San Raffaele di Milano.

Ognuna di queste testimonianze costruisce, e colloca allo stesso tempo, un importante tassello nella ricostruzione della nascita e della diffusione della pandemia, dei trattamenti adottati, delle difficoltà incontrate. I due articoli restituiscono un quadro composito in cui alla visione del singolo – quella del direttore del Mario Negri – si affianca quella di una pluralità di voci. Facile la lettura, necessarie ulteriori riletture per meglio interiorizzarlo, per arrivare così alla formazione di un sapere e di un’opinione in cui i fatti e i dati pesano più delle impressioni e delle percezioni (o delle chiacchiere dei chiacchieroni).

La forza dei due articoli citati sta nel costruire un quadro che fugge dalla netta presa di posizione e conduce verso il confronto, la verifica, l’elaborazione. Si produce in definitiva quello che è noto come pensiero umano, frutto di un lavoro complesso, difficile, qualche volta sofferto, ma che nella stragrande maggioranza dei casi conduce ad una visione pressoché fedele ed onesta della realtà, circostante, vissuta e, spesso, attesa.

Qualcosa cui da tempo si è stati sempre meno abituati a causa dei media tradizionali e dei social dove la presa di posizione, la condivisione facile, il sapere in punta di mouse appagano l’ansia onanistica delle menti semplici, o rese tali. Facile prendere posizione: bianco o nero, mentre il grigio rimane irrisolto lasciando spazio a facili pratiche di potere che, quando le cose vanno bene è tutto merito nostro, quando le cose vanno male, è tutta colpa loro che non ci hanno permesso di lavorare.

In questo modo l’eccellenza della fuffa diventa una pratica quotidiana, sia di chi governa infischiandosene delle sorti degli ultimi e rispondendo solo ai diktat dei primi, sia di chi cura e assiste

Se guarisci è merito mio, altrimenti è colpa della malattia. La realtà è ben più complessa rivelando come l’azione dei professionisti vada supportata per non lasciarli soli sia di fronte al taglio di servizi, finanziamenti, personale e posti letto, sia di fronte alla superbia e alla stupidità umana. Ed allora, di fronte alla voglia di protagonismo e di riflettori, di facili soluzioni e ancor più facili degenerazioni, il lavoro da fare è abbastanza semplice: leggere, rileggere, studiare, pensare, scrivere, fare e… amare. Per le prime sei ho scritto qual è il mio pensiero. Per l’ultima, meno chiacchiere e più fatti.

NurseReporter
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