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Infermieri e poliziotti, in prima linea e a rischio depressione

di Fabio Albano

GENOVA. Noi infermieri sempre in prima linea. Può sembrare una frase forte, magari esagerata, soprattutto per chi si lascia influenzare dalla pessima immagine che spesso l'opinione pubblica riserva alla nostra professione. Immagine in cui sovente l'infermiere viene inquadrato come un pubblico impiegato fannullone che altro non è che un peso per le casse dello stato. Partendo da questi presupposti voglio presentarvi una mia disamina riguardante l'articolo di un noto quotidiano di Genova che riporta uno studio del British Medical Journal effettuato su 292 poliziotti del VI reparto mobile di Bolzaneto (Ge). Nell’articolo in questione si riporta che i poliziotti sopportano meglio lo stress da lavoro perché sono preparati a superare le difficoltà del loro mestiere, ma per il 10% di loro si possono prospettare i primi segni della depressione.

 

Questo studio britannico è il primo al mondo ad aver preso in esame il rapporto tra stress lavorativo e problemi psicologici nelle forze speciali di polizia, considerate sino ad oggi ad elevatissimo rischio. Nell’articolo si fa presente che l’indagine relativa allo studio non è stata per niente facile perché poco o nulla incoraggiata dal settore sicurezza, in quanto questo genere di disturbi viene considerato segno di debolezza. Il risultato dice che non esistono sostanziali differenze con studi effettuati su altre categorie di lavoratoriViene spontaneo cercare di commentare, come Infermiere, questo articolo, di cui ho solo riportato il “core”.

 

Intanto è lodevole l’iniziativa di cercare di studiare i comportamenti e le reazioni agli stress importanti, specie di persone che sono spesso in prima linea. Ricordiamo che lo stress è uno dei 7 punti delle “Non technical skill”, gli altri 6 sono: consapevolezza situazionale, decision making, leadership,team, comunicazione, fatica.

 

Quindi perché essere soddisfatti di questo studio? Indipendentemente dai risultati e dal metodo adottato, si comincia a porre in evidenza come non si debba discernere il benessere psico-fisico personale, dall’attività lavorativa, se si vuole ottenere un outcome efficace. Inoltre questi orientamenti, purchè parziali, sono da considerarsi come tentativi di avvicinamento all’approccio sistemico del e nel mondo del lavoro.  

 

Quale è l’Infermiere che, leggendo questo articolo, non cede alla tentazione di compiere una similitudine con la nostra professione? Credo nessuno. Troppo facile pensare alle vicissitudini ed ai rischi cui sono sottoposti i nostri colleghi/e che prestano servizio nei vari P.S., agli Infermieri/e che ogni giorno e notte devono compiere autentici “miracoli” professionali nei reparti di degenza, dove si vive tra carenze di personale, mancanza di risorse, riposi mancati, difficoltà relazionali ed una scarsa considerazione della nostra professionalità!

 

E come non pensare a tutte le colleghe donne che si devono dividere tra lavoro e famiglia? A tutte loro che spesso appaiono come ingranaggi deboli di un mondo, non solo lavorativo, maschilista e pernicioso?

 

Siamo noi Infermieri i professionisti front-line della sanità pubblica e privata, che tutti i giorni si trovano ad operare in condizioni logistiche e psicologiche spesso difficili, a volte impossibili. Chi si occupa di noi? Chi si preoccupa del nostro benessere psico-fisico? Chi si preoccupa di aiutare le nostre colleghe Mamme ad essere brave genitrici e altrettanto brave professioniste?

 

Avrei tanto piacere di dialogare, in merito, con chi non conosce a fondo tutte le sfaccettature della nostra professione, per far capire loro come e quanto in certi frangenti appariamo disarmati. Non perché soggetti deboli ma perché il nostro Codice Deontologico, il nostro buon senso e la nostra umanità, ci impongono, in primis, atteggiamenti comprensivi delle situazioni altrui, vietandoci qualsiasi espressione forte e men che mai violenta.

 

 

Ma tutto quanto brevemente accennato sopra non accade senza lasciar traccia negativa nel vissuto di ognuno di noi. A chi non è mai capitato di sentirsi frustato dopo una giornata di lavoro? Quanto colleghi sono state vittime del Burn-out e sono stati colti dalla depressione? Potrei continuare così a lungo ma voglio proseguire questa mia riflessione personale con un segno di speranza. Quale? La cultura! Solo così possiamo provare ad affrancarci dalle difficoltà, mai dure come oggi, in questo contesto socio-economico, che quotidianamente anche la nostra professione ci propone!

 

Ricordiamoci che noi Infermieri non siamo solo braccia, ma mente e cuore e scusate se è poco! Desidero provare a ricordare ai nostri dirigenti, minuscola voluta, che oggi come oggi il futuro del mondo del lavoro, specie il nostro mondo, non può e non deve slegare le competenze specifiche da un’organizzazione efficiente, moderna e con una visione olistica del gruppo e del singolo.

 

Da tutto ciò si evince che lo sforzo per cercare di ridurre il più possibile il “rischio” di errori ed incidenti, anche subiti, ha senso solo se le condizioni precedentemente accennate verranno poste in essere. Mi piace sottolineare come a “pagare” non può essere sempre chi sta in “frontiera”, ma anche chi ha compiti organizzativi deve rispondere in caso di “insuccesso” dovuto ad una “cattiva” programmazione, di cui è responsabile.

 

Certo questa è una considerazione “culturale” propedeutica ad un cambiamento, possibile, che tende a performance migliori e maggiormente sicure. Per considerarsi in atto, il cambiamento, necessità di uno spostamento dell’ago della bilancia delle, eventuali, responsabilità dal singolo professionista verso il sistema.

 

In merito ritengo fondamentale il ruolo dei Coordinatori infermieristici in quanto possono essere promotori di istanze atte al miglioramento prestazionale, passando attraverso il consolidamento del benessere psico-fisico individuale e diventando soggetti propugnatori di una formazione più moderna. Oggi un Coordinatore carente in merito, risulta essere obsoleto e quindi, probabilmente, non adatto a gestire un team di Infermieri.

 

Mi piace provare a chiudere queste mie riflessioni con uno slancio positivo, ricordando che nonostante tutto e tutti la nostra strada è stata segnata, in positivo, dal momento del nostro ingresso nel mondo universitario. Sono assolutamente convinto che le nuove generazioni, che si approcciano alla nostra professione, sapranno superare tutte le barriere culturali e di percezione che hanno contraddistinto la mia carriera lavorativa! Chiudo con un in "bocca al lupo" rivolto a tutti i colleghi, ma soprattutto agli studenti della facoltà di Scienze Infermieristiche!

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