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Lingua inglese in sanità: davvero ci aiuta a comunicare meglio?

di Marco Alaimo

barriere linguistiche

L'invasione della terminologia scientifica inglese ha cambiato volto alla comunicazione tra operatore sanitario e assistito

Siamo sicuri che il nostro linguaggio scientifico sanitario funzioni e sia comprensibile a tutti? Vi capita mai di essere fermati dai degenti o dai parenti per chiarimenti e delucidazioni?

Oltre al difficile linguaggio sanitario negli ultimi tempi i nostri cari assistiti devono vedersela anche con l’invasione dei termini inglesi.

Scusi cerco l’infermiere o il medico, dove li posso trovare? Guardi, li trova alla week surgery, stanno facendo il briefing dopo il round medico.

Handover, briefing, setting, round medico, bedmanager, visual hospital, day, week surgery, discharge room, check list, audit, chronic care model, fast track, etc.

Un piccolo esempio di quello che spesso i nostri cittadini si trovano ad affrontare nella giungla dei non facili linguaggi sanitari. Già risulta alle volte difficile riuscire a capire nel dettaglio alcuni termini in Italiano, figuriamoci in inglese.

Ho provato a chiedere ad alcuni colleghi quali fossero nell’attività quotidiana i termini maggiormente usati in ambito sanitario e che spesso utilizziamo anche con i nostri assistiti generando, talvolta, delle incomprensioni.

i pazienti ci comprendono sempre?

I pazienti ci comprendono sempre?

Ovviamente l’utilizzo di termini specifici aiuta il professionista della sanità nella comunicazione interprofessionale, ma può non essere vero nella relazione con il cittadino. C’è infatti il rischio di una "overdose di termini anglofoni" al quale diamo troppo valore, scordando di assicurarci se il nostro interlocutore abbia effettivamente recepito il nostro messaggio.

Sono poi di moda anche termini per chiamare con nomi nuovi modalità già presenti e funzionanti da tempo, ma forse “antiquati” solo nel nome.

Un esempio ci è dato dal famoso "passaggio di consegne" con il nuovo "handover". Sappiamo che vi è una evoluzione non solo linguistica, ma anche di contenuti con le consegne al letto del malato. Esperienze di condivisione sulle problematiche principali proprio discusse a letto del malato con infermieri referenti e i medici tutor. Una modalità di presa in carico dei pazienti certamente non nuova, anzi molto utilizzata in passato, ma persa negli ultimi 10 anni. Con le nuove tecnologie e con la ricerca di una maggiore sicurezza nel voler ridurre il rischio clinico siamo approdati a nuove modalità anche comunicative.

Ma veramente l’utilizzo di terminologie nuove (soprattutto inglesi) ci può aiutare nella comunicazione?

Non stiamo criticando l’evoluzione scientifica e informatica in sanità, ma stiamo piuttosto facendo una riflessione su eventuali rischi comunicativi e su mode che possono danneggiare il nostro lavoro di cura.

confusione linguistica

La confusione linguistica rende meno efficace la comunicazione.

Molti ospedali hanno la segnaletica con terminologie inglesi e gli stessi professionisti utilizzano con i pazienti questi termini senza però essere certi di venire compresi. Questo il vero problema. Farsi capire dagli altri, dai cittadini.

Sarà possibile fare un passo indietro? Tornare a parlare con termini più chiari? O forse l’evoluzione passa anche dall’adattarsi all’uso di linguaggi utilizzati ovunque?

Qualunque sia la risposta la cosa importante è accertarsi sempre che il nostro interlocutore abbia recepito e ben capito che la qualità delle cure è garantita e che ogni nostro intervento è “evidence based”.

Ops, scusate. A prova di efficacia (basato sulle evidenze).