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lettere al direttore

Questo non è un paese per infermieri

di Mimma Sternativo

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Cara Presidente,

scrivo a lei, perché lei rappresenta la massima carica di questa professione, perché è stata infermiera, coordinatrice, docente e dirigente.

Lei che ha il grosso compito e dovere di presidiare la carriera e la vita quotidiana infermieristica.

Non le rivolgerò domande. Voglio solo che lei sappia.

Lavoro in un grande ospedale, di una grande città. Sa? IO AMO questa professione, la amo così tanto che ora vorrei tanto non FARE più l'infermiere, eppure lo sono anche in questi momenti. La amo così tanto che vorrei difenderla, ma non ho più risposte.

 

No, non sono in burn out semplicemente vorrei informarla di cosa succede in corsia, perché chi ama essere infermiere non può farlo per troppo tempo.

 

La gente non ha cambiato idea su di noi e NOI NON ABBIAMO CAMBIATO IDEA SUGLI INFERMIERI.

E non è nemmeno più questione di gap generazionale, purtroppo esistono tanti colleghi giovani meno aperti alle novità di quelli "anziani".

 

Dicono che il titolo non faccia il bravo infermiere, coordinatore o dirigente...anzi spesso il titolo bisogna nasconderlo per evitare "strani commenti".

E così ti ritrovi con tante conoscenze, sogni e idee chiusi in un bel cassetto e continui a sentirti "solo un infermiere".

 

Cara Presidente, io sogno di voltar pagina. Cambiare non per uno stipendio che, seppur non rispecchi le responsabilità a cui sono sottoposta, non è la mia spinta motivazionale. Esiste malasanità, ma anche tanta malautenza. La gente è arrabbiata e pare che questa divisa sia un po' come la pallina antistress. Non sa quanti insulti, minacce nessuno può o vuole difenderci e sa cosa? Nemmeno noi lo facciamo, perché poi le segnalazioni chissà perché non le facciamo mai.

 

Ed è così che se un paziente ubriaco colpisce te o urla e minaccia di uccidere tutti, un problema di ordine pubblico si traduce in problema di sola pertinenza infermieristica, il medico non si assume la responsabilità di dimetterlo e il poliziotto − presente in pronto soccorso − in realtà non può intervenire. La verità è che a noi infermieri non resta che sperare di incontrare sempre gente che usa solo le parole senza mai passare alle azioni.

 

Con i medici non va più così male, soprattutto quelli giovani non rappresentano più un nemico: in una trincea come questa bisogna avere "amici", almeno finché le cose vanno bene. Già, perché se le cose vanno male...

 

Oramai il personale OSS non manca, ma non abbiamo smesso di fare i loro compiti a discapito delle nostre prestazioni; anzi credo ci piaccia nasconderci dietro la scusa "lui non lo sa fare e dunque lo faccio io". È come se fossimo ancora come attaccati al nostro vecchio buon mansionario.

 

Non voglio più essere un infermiere.

 

Potrei andare all'estero mi dico, ma io sono già fuggito dalla mia terra natale sognando infermieri diversi.

 

Le faccio i miei auguri perché non siamo proprio una bella famiglia.

Di critiche gliene rivolgeranno tante, ma non si dimentichi di dare un motivo in più a quegli infermieri innamorati di questa professione.

 

Perché l'amore poi passa.

 

Cordiali Saluti

 

Uno dei tanti infermieri italiani innamorati e delusi da questa divisa

 

Sindacalista

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