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Tra dilemmi etici e la consapevolezza di essere fragili

di Redazione

Quante volte, durante la pratica quotidiana, gli infermieri si confrontano con dilemmi etici? Questo lavoro, che amo e che ho scelto, mi porta a considerare e affrontare molteplici problematiche, cui solo in parte sono stata preparata all’università - confida Chiara - Le tante domande su cosa sia “giusto”, “adeguato”, “necessario”. E le conseguenze...

Noi infermieri, quotidianamente alla prova con dilemmi etici

accanto al paziente

Mi chiamo Chiara, sono laureata in infermieristica da 4 anni e da quasi 3 lavoro in una RSA di una città di provincia. Tre piani, circa 35 pazienti ciascuno; 10 infermiere, 40 Oss, 3 medici in giornata, 6 fisioterapisti.

I pazienti - dai 60 agli 80 anni - vengono principalmente per riabilitazione dopo fratture di femore, bacino, protesi d’anca. Altri come modulo sollievo o in attesa di istituzionalizzazione.

Tante volte ci scontriamo con idee, pensieri, desideri e pretese delle persone che abbiamo di fronte. Fragilità del fisico e della mente da accudire, gestire, se possibile curare completamente. Ma sempre più si alza l’età di queste persone e l’incapacità di accettare, da parte dei familiari in particolare, che la vita non può tornare al “prima”.

Come posso affrontare questo lavoro per 20-30 anni se permettiamo loro di credere di poter curare qualsiasi disturbo, malattia, complicanza anche a 90-95-98 anni? Così i dubbi etici si ripresentano ciclicamente.

Le tante domande su cosa sia “giusto”, “adeguato”, “necessario”. E le conseguenze che si trascinano dietro sono ancora più ampie da analizzare. Ci sono la paura della perdita, del distacco dai propri cari. La paura di poter fare o non poter fare determinate procedure. O di dover fare, un obbligo imposto.

Questo lavoro, che amo e che ho scelto, mi porta a considerare e affrontare molteplici problematiche, cui solo in parte sono stata preparata all’università. Perché prepararsi ad affrontare quelle situazioni emotive (pazienti anziani, familiari poco comprensivi, situazioni cliniche tra le più disparate...) non è facile, non è possibile.

Si deve viverle in prima persona, affiancati dai colleghi con più esperienza, con la gioia o l’apprensione o la rabbia o altre emozioni che si possono provare. Bisogna trovare le strategie per andare d’accordo con gli esseri umani prima di tutto e specialmente recuperare il rapporto di fiducia che è alla base della mia e nostra professione.

Conciliare le conoscenze pratiche e tecniche con il lato umano, relazionale. Sapendo che a volte possiamo essere fragili anche noi e sentirci travolti dalle vite di chi abbiamo in cura. Per poi rialzarci determinati e più sicuri di ciò che abbiamo scelto. Per la vita.

Chiara, Infermiera

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