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Bicamerale, Enpapi risponde punto per punto

di Redazione

Il direttore generale di Enpapi Marco Bernardini risponde punto per punto alle contestazioni mosse dalla commissione bicamerale di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale.

Le risposte di Enpapi a nurse24 sulle contestazioni della bicamerale

enpapi

Enpapi risponde alla bicamerale

Innanzitutto – chiarisce subito il direttore generale Bernardini dopo l'audizione alla bicamerale - è opportuno evidenziare come la relazione conclusiva sull’attività di ENPAPI, sui bilanci consuntivi 2011-2012-2013-2014-2015, sui bilanci preventivi 2011- 2012-2013-2014-2015 e sul bilancio tecnico attuariale al 31 dicembre 2016 di Enpapi, depositata dalla commissione stessa, contenga conclusioni del tutto positive, che confermano la stabilità della cassa e la virtuosità della sua gestione, di cui gli infermieri possono andare orgogliosi.

Sembra che tutto sia partito da una lettera anonima inviata alla commissione. Siete a conoscenza dei contenuti della lettera? Vi siete fatti un’idea su chi sia stato ad inviare la lettera?

Questo è quello che è stato riferito nel corso dell’audizione e non sappiamo, né interessa sapere, chi sia stato a inviare la lettera in questione. È però evidente che qualcuno abbia interesse a danneggiare l’immagine dell’ente, dal momento che sono state manipolate e distorte notizie e informazioni su attività legittime e virtuose della cassa.

Tra i punti emersi durante l’audizione, sono stati contestati gli emolumenti del presidente, in particolare la tipologia di contratto, un cococo che, come ha specificato Di Gioia, va in contrasto con una circolare dell’Agenzia delle Entrate che vieta contratti di questo genere - e la “diaria giornaliera per ogni giorno di impegno”. Ma cosa si intende esattamente con “giorno di impegno”? I 400 euro di diaria giornaliera come vengono elargiti? La presenza del presidente ad eventi o incontri per conto dell’ente non è già ricoperta dal compenso per la carica? Stando a quanto dichiarato dal presidente della commissione Di Gioia, Mario Schiavon sarebbe l’unico presidente di ente previdenziale ad avere un contratto cococo (pur avendo la partita Iva). Come mai la scelta di questa tipologia di contratto? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo tipo di contratto per l’ente e per il presidente?

In realtà, le circolari n. 67/E del 6 luglio 2001 e n. 105/E del 21 dicembre 2001 dell’Agenzia delle Entrate, cui si riferiva Di Gioia, hanno chiarito che laddove per lo svolgimento dell’attività di amministratore non siano necessarie conoscenze tecnico-giuridiche direttamente collegate all'attività professionale esercitata abitualmente e in relazione alla quale il contribuente abbia aperto la partita Iva, i relativi compensi non possano ricondursi al “reddito professionale”, ma debbano invece essere assoggettati alla disciplina prevista per le cococo, ovvero, debbano essere trattati come redditi assimilati al lavoro dipendente. Le stesse circolari hanno poi specificato che, in generale, l’attività di amministratore non può essere attratta nell'ambito del “reddito professionale” visto che per l'esercizio della stessa non è necessario attingere a specifiche conoscenze professionali. In sostanza, l’attrazione verso il compenso da lavoro autonomo opera solamente nel caso in cui ci sia una “connessione oggettiva” tra l’attività di consigliere e quella di libero professionista. Sono ad esempio considerati “redditi professionali” i compensi percepiti da ragionieri o dottori commercialisti per l’ufficio di amministratore, sindaco o revisore di società o enti, in quanto attività rientranti nell’oggetto proprio dell’attività professionale, oppure, i compensi percepiti da un ingegnere per l’amministrazione di una società edile, in ragione della “connessione oggettiva” con l’attività professionale. Nel caso di specie appare tuttavia evidente l’estraneità delle competenze richieste dal ruolo di presidente dell’ente (che potremmo unanimemente ritenere essere di natura giuridicoeconomica) rispetto alle competenze professionali del presidente Schiavon. In ogni caso, è stato l’ente stesso a determinare il regime fiscale da applicare, così come è stato l’ente stesso a determinare la misura dei compensi per i componenti degli organi collegiali della cassa. Nello specifico, per espressa previsione dello statuto Enpapi, queste decisioni sono assunte dal consiglio di indirizzo generale dell’ente, ovvero l’organo assembleare composto da infermieri professionisti eletti tra gli iscritti, di cui non possono far parte (per incompatibilità espressamente prevista dai regolamenti interni) né il presidente, né gli altri componenti degli organi dell’ente. È stato quindi il consiglio di indirizzo generale, con la deliberazione n. 6/2015, a determinare la misura dei compensi per il presidente, nonché per i componenti del consiglio di amministrazione e del collegio dei sindaci, qualificandoli in due voci distinte:

  • un emolumento annuo, legato alla responsabilità della carica;
  • un gettone (o indennità) di presenza per ogni giornata di impegno in sede o fuori sede per svolgere attività istituzionale connessa alla carica.

C’è poi la questione dell’incarico ad una società di lobbying; è vero che Enpapi ha pagato questa società con l’obiettivo di ottenere il passaggio dell’emendamento sull’equo compenso?

Va anzitutto chiarito che l’attività di lobbying – da intendersi quale attività strumentale alla creazione di una legittima interlocuzione tra le istituzioni ed i soggetti interessati, a loro volta portatori di interessi diffusi – rappresenta attività consulenziale del tutto lecita e propria di tutte le più moderne democrazie. Ciò chiarito, non sussiste alcuna normativa che ne precluda l’utilizzo e nel caso di specie si rendeva necessario facilitare i rapporti con il Parlamento, al fine di dirimere i perduranti contrasti interpretativi sorti in relazione alla “esclusione” delle casse dal divieto di conferire incarichi a soggetti collocati in quiescenza, invero già prevista per gli ordini professionali (art. 5, comma 9, del DL 95/2012). Questione interpretativa tra l’altro posta dalle stesse amministrazioni statali interessate, le quali, adottando diversi e spesso contrastanti approcci al tema, hanno creato una certa confusione sull’argomento. La questione è stata comunque oramai risolta a seguito dell’approvazione della norma inserita del decreto fiscale, che risolve i dubbi interpretativi del passato e ristabilisce per il futuro una parità di trattamento tra i pensionati eletti in organi di governo di enti previdenziali privatizzati e quelli eletti negli organi di governo degli ordini professionali. Un ultimo rilievo: l’obiettivo della norma in questione (introdotta nel 2012 in sede di spending review) era quello di porre un freno al crescente conferimento di incarichi dirigenziali (retribuiti) a lavoratori già in quiescenza presso la pubblica amministrazione; non era invece quello di imporre la gratuità delle attività svolte da soggetti in quiescenza i quali fossero stati democraticamente eletti negli organi di governo degli enti di previdenza. Ciò è tanto più vero ove si consideri che le casse – al pari degli ordini professionali (sottratti invece ab origine a tale limitazione) cui le prime sono ovviamente “collegate” –, si sostengono con proprie risorse e non beneficiano in alcun modo di finanziamenti pubblici.

Sempre sul tema dei rapporti con il Parlamento, Enpapi sta lavorando anche su altri punti a favore della professione infermieristica?

L’ente intrattiene da sempre ottimi rapporti istituzionali con il Parlamento, grazie ai quali è stato in grado di far adottare molte misure necessarie per ricondurre alla tutela previdenziale di categoria tutte le prestazioni professionali infermieristiche ed assicurare l’efficienza gestionale della cassa. Ci riferiamo, ad esempio, all’inserimento del comma 4 ter nell’art. 8 del DL nr° 95/2012, aggiunto dall'allegato alla Legge di conversione n. 135/2012, con il quale è stata istituita la gestione separata Enpapi, e all’inserimento dell’art. 1, comma 98, della Legge 232/2016, con cui è stato fissato in 50 unità il limite massimo dei componenti del consiglio di indirizzo generale degli enti di cui al dlgs 103/96. L’ente ha da sempre sostenuto anche lo sviluppo della libera professione infermieristica: recentemente, ad esempio, ha supportato l'iniziativa legislativa sull’equo compenso, ritenendolo un intervento normativo necessario, in grado di fornire un giusto riconoscimento alla professione infermieristica attraverso la determinazione di parametri economici da utilizzare in sede di negoziazione del corrispettivo. Inoltre, Enpapi è impegnato da tempo con l’adepp – ovvero l’associazione di tutte le casse previdenziali dei liberi professionisti – nella battaglia per migliorare le prestazioni previdenziali in favore dei propri iscritti, sostenendo le iniziative presso il governo, il parlamento e i ministeri vigilanti, al fine di ottenere una riforma del sistema pensionistico previdenziale privato attraverso interventi normativi che possano migliorare l’adeguatezza delle pensioni. Su questo fronte, l’ente, ad esempio, ha ottenuto l’approvazione della Legge n. 133/2011, che consente di implementare i montanti individuali dei singoli iscritti utilizzando parte del contributo integrativo, in precedenza invece destinato solamente a scopi assistenziali. L’ente sta altresì tentando di far eliminare il sistema della cosiddetta “doppia tassazione sui rendimenti” al fine di garantire agli enti previdenziali maggiori entrate sui propri investimenti, da destinare agli iscritti attraverso una maggiore rivalutazione dei montanti e la creazione di un sistema di welfare ancora più completo. L’ente sta infine sviluppando, sempre di intesa con l’Adepp, una serie di proposte da sottoporre a governo e parlamento volte a conseguire alcuni miglioramenti del sistema di gestione delle casse ed è impegnato sul fronte delle iniziative di sostegno della professione attraverso delle politiche di welfare attivo introdotte dalla Legge n. 99/2013.

Altro punto poco chiaro è rappresentato dalle motivazioni che avrebbero spinto Enpapi ad investire nella Banca Igea. La scelta sarebbe stata dettata dalla presenza di una commissione sanitaria interna alla suddetta banca. Ma che cos’è esattamente questa commissione sanitaria e quali obiettivi ha? Cosa intende Enpapi quando afferma che quello nella Banca Igea è un investimento a supporto della professione infermieristica?

Va anzitutto chiarito che Enpapi non è l’unica cassa previdenziale ad aver investito nel capitale di una banca. Altre casse previdenziali lo hanno fatto e per importi ben maggiori. Nel caso specifico, la scelta è caduta su Banca Igea, data la particolare attenzione dalla stessa riservata alle professioni sanitarie. Tale banca nasce infatti dalla sinergia finanziaria di alcuni professionisti del settore sanitario (per lo più farmacisti) e si presenta al mercato come istituto particolarmente attento alle esigenze di tali professioni. La relativa proposta di investimento, sottoposta all’ente, è stata attentamente esaminata dagli advisor dell’ente stesso e da questi positivamente valutata. A quanto ci risulta, non esiste alcuna “commissione sanitaria” all’interno della banca. Si tratta piuttosto del modus operandi e del business plan della banca stessa, la quale, ripetiamo, offre servizi ritagliati sulle esigenze di alcune professioni sanitarie (prestiti, mutui prima casa, ecc..). Come commento conclusivo e generale, possiamo comunque senz’altro affermare che molti non gradiscono il dinamismo gestionale mostrato dai vertici della cassa in questi ultimi anni, spesso osteggiato e contrastato, nonostante l’innegabile apprezzamento mostrato al riguardo dagli unici soggetti davvero interessati, ossia i propri iscritti.

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