Un'analisi del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto superiore di sanità su 83 campioni di capelli di gestanti tra 18 e 24 anni ha trovato in 34 casi un profilo compatibile con quello della bevitrice sociale. Le stesse donne, nelle interviste, avevano dichiarato di non bere. Il 9 settembre parte la campagna del ministero della Salute "Zero alcol in gravidanza".

Alcol in gravidanza, Iss: il 41% beve pur dichiarando di no
Il fatto
I dati arrivano dal progetto "Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza", condotto dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto superiore di sanità e diffuso il 7 settembre.
I ricercatori hanno cercato nei capelli l'etilglucuronide, metabolita minore dell'etanolo che si deposita nella matrice cheratinica e permette di ricostruire l'esposizione all'alcol nei mesi precedenti. Nel meconio dei neonati lo stesso marcatore documenta invece l'esposizione fetale nell'ultimo trimestre. Sono due misure oggettive, indipendenti da quanto la donna riferisce.
Il confronto tra le due fonti è il punto interessante. I campioni neonatali hanno confermato in larga parte le dichiarazioni delle madri, con un solo caso in prossimità della soglia di esposizione rilevante. I capelli materni raccontano un'altra parte della storia: due campioni con marcatori di consumo cronico, 34 con un profilo da bevitrice sociale. Quelle donne, in sede di intervista, avevano detto di non bere.
"Il messaggio è chiaro: zero alcol in gravidanza", ha commentato Simona Pichini, direttore del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Iss, che estende l'indicazione ai partner e alla rete familiare attorno alla donna. L'Istituto stesso precisa che i risultati richiedono ulteriori approfondimenti prima di trarre conclusioni su frequenza e quantità del consumo lungo tutta la gestazione: non si tratta di una stima di prevalenza, ma di un segnale su un campione limitato.
Il contesto: quanto pesa la Fasd
I metaboliti dell'alcol attraversano la barriera placentare e raggiungono il feto a concentrazioni pari a quelle materne. Il danno che ne deriva prende il nome di Spettro dei disordini feto-alcolici (Fasd) e comprende anomalie cranio-facciali, rallentamento della crescita e disturbi del neurosviluppo con disabilità comportamentali e neuro-cognitive. La sindrome feto-alcolica (Fas) ne è la manifestazione più grave.
Il danno è permanente e non curabile. È però interamente prevenibile, perché dipende da un'unica esposizione evitabile. Su questo l'Iss non lascia margini: non esiste una soglia sicura, e l'alcol raggiunge il feto in qualunque momento della gestazione.
La prevalenza reale resta difficile da fissare, per i limiti diagnostici e per la sottostima dell'esposizione prenatale. Gli studi europei citati dal ministero indicano che circa il 10% delle donne consuma alcol in gravidanza. In Italia una ricerca su 607 bambini nati in sette ospedali, richiamata da EpiCentro, ha rilevato un'esposizione prenatale nel 7,9% dei casi, una prevalenza di Fas di 1,2 su mille nati vivi e di Fasd di 63 su mille. Pesa anche un dato che sposta il problema a monte della diagnosi di gravidanza: nella regione europea dell'Oms circa il 42% delle gravidanze non è programmato.
La campagna del ministero
Il 9 settembre il ministero della Salute avvia la campagna informativa "Zero alcol in gravidanza", costruita con l'Iss e con la Società italiana di ginecologia e ostetricia. I contenuti scientifici nascono da videointerviste con esperti delle due istituzioni.
"Non esiste una quantità sicura di alcol che si può assumere in gravidanza. L'unica scelta sicura è non bere alcolici", si legge nella nota ministeriale. La campagna corre sui canali Instagram e YouTube di ministero e Iss fino a fine novembre, con post statici, carousel, reel e un video.
Il registro scelto merita attenzione, perché è una decisione di metodo. Il ministero lo descrive come "caldo e ironico", una comunicazione che "parla la lingua della genitorialità reale" e che "non colpevolizza né ammonisce". Il target non si ferma alle donne: comprende le coppie in età fertile, chi programma una gravidanza, e insieme a loro medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, ginecologi e ostetriche.
Cosa significa per infermieri e ostetriche
Il risultato dell'Iss dice qualcosa di scomodo sul modo in cui raccogliamo l'anamnesi. Le giovani donne del campione sapevano che l'alcol in gravidanza fa male, e infatti hanno risposto in coerenza con quella consapevolezza. Il consumo che i capelli hanno registrato non è quello di chi nega un problema di dipendenza: è il calice alla cena tra amici, il brindisi al compleanno, il bicchiere che chi beve non conta come "bere".
Una domanda binaria intercetta male questa zona grigia. Chi conduce il colloquio ostetrico o l'accoglienza in ambulatorio ottiene di più chiedendo occasioni, contesti e frequenza invece del sì o no: quante volte nell'ultimo mese, in quali situazioni, quanti bicchieri in quelle situazioni. Gli strumenti validati per lo screening dell'esposizione prenatale, come Audit-C e T-Ace, sono costruiti proprio su questa logica e restano sottoutilizzati nei percorsi nascita.
Conta anche il momento in cui la domanda arriva. Se il 42% delle gravidanze non è programmato, l'esposizione più rischiosa cade nelle prime settimane, quando la donna spesso non sa ancora di essere incinta. Sposta il baricentro della prevenzione: consultorio, ambulatorio infermieristico, medicina generale e counselling preconcezionale contano quanto la prima visita ostetrica.
Il terzo elemento riguarda chi sta intorno. Pichini insiste sul coinvolgimento del partner, e la ragione è pratica: il bere occasionale è quasi sempre sociale, e una donna che si astiene in un contesto dove tutti brindano affronta una pressione che nessun opuscolo risolve. L'indicazione operativa è coinvolgere il compagno nel colloquio, quando è presente, invece di limitare il messaggio alla gestante.
Resta il capitolo formazione. Il progetto Iss ha prodotto quattro corsi Fad che hanno raggiunto circa 20mila operatori sanitari, oltre a quattro video divulgativi sulla Fasd e sulla prevenzione dell'esposizione prenatale. Un numero consistente, che però copre una quota ridotta dei professionisti coinvolti nei percorsi materno-infantili.
Cosa succede ora
La campagna ministeriale resta attiva fino a fine novembre e i materiali su Fasd e prevenzione restano disponibili sui canali digitali dell'Iss e nei Centri collaborativi del progetto. L'Istituto ha annunciato ulteriori analisi sui dati raccolti, per definire meglio frequenza e quantità del consumo nelle diverse fasi della gestazione.
Per le équipe dei percorsi nascita la finestra di attenzione mediatica attorno al 9 settembre è l'occasione per rivedere due cose concrete: come è formulata la domanda sull'alcol nella scheda anamnestica in uso, e se il counselling preconcezionale intercetta le donne prima del test di gravidanza. Approfondimento correlato: alcol in gravidanza e gli effetti sul feto.
Linguaggio revisionato con IA.
Fonti
- Istituto superiore di sanità. Alcol in gravidanza, cresce la consapevolezza ma ancora troppo consumo occasionale [Internet]. Roma: Iss; 7 settembre 2026 [citato 7 set 2026].
- Ministero della Salute. 9 settembre, Giornata mondiale della sindrome feto-alcolica, parola d'ordine: zero alcol in gravidanza [Internet]. Roma: Ministero della Salute; 2026 [citato 7 set 2026].
- Istituto superiore di sanità, EpiCentro. Consumo di alcol in gravidanza e prevalenza di Fas e Fasd [Internet] [citato 7 set 2026].
- Istituto superiore di sanità, EpiCentro. Sindrome feto-alcolica e disturbi dello spettro feto-alcolico [Internet] [citato 7 set 2026].
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