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editoriale

A che scopo restare vivi, se si perde la propria umanità

di Giordano Cotichelli

L’Argentina, sulla carta, è uno dei paesi che attualmente sta vivendo il suo lungo periodo di lock-down, in attesa del picco del contagio. Rispetto a molti altri paesi del Sud America e del mondo la situazione, in apparenza, sembra meno drammatica. Alla data del 20 maggio si registravano 8.371 casi con 382 decessi. Numeri che, come è noto, spesso rischiano di essere abbastanza lontani dalla reale rappresentazione della pandemia. Il modello epidemico italiano, con l’esponenzialità dei contagi sta lì, dietro l’angolo, a ipotecare le prossime settimane. Questo almeno sulla carta.

La storia di Ramona e Victor

Villa 31 è uno dei tanti quartieri poveri della periferia di Buenos Aires. Vicoli stretti e case tirate su rubando qualcosa alla terra e al cielo per un’umanità dimenticata, cui è negato un accesso all’acqua potabile, servizi igienici e la sicurezza di un pasto quotidiano.

L’area ingloba la stazione ferroviaria di Retiro, una delle più importanti della città, dove ogni mattina arrivano migliaia di pendolari dalle varie cittadine dell’immensa conurbazione argentina. Viste dalla ferrovia le baracche di Villa 31 sembrano quasi pittoresche, nei colori e nelle forme. Viverci in realtà, per i suoi 40.000 abitanti, è un inferno.

Qui, fino a pochi giorni fa vivevano Ramona Medina e Victor Giracoy, 42 anni lei e quasi 60 lui. Entrambi se ne sono andati per colpa del Covid-19: poveri, obesi. Victor era per giunta diabetico e Ramona viveva in condizioni difficili con una figlia disabile e tutta la sua famiglia: sette persone in 26 m2. Ramona era diventata la garganta della Poderosa, un’organizzazione di quartiere che reclama garanzie e sicurezze per gli abitanti del posto.

Negli ultimi tempi molti erano stati gli interventi di Ramona sui media per denunciare le condizioni igieniche del quartiere in cui nulla veniva fatto per impedire il diffondersi dell’epidemia. Victor, dal canto suo, da almeno 25 anni lavorava nella mensa dei poveri.

L’Argentina, sulla carta, è uno dei paesi che attualmente sta vivendo il suo lungo periodo di lock-down, in attesa del picco del contagio. Rispetto a molti altri paesi del Sud America e del mondo la situazione, in apparenza, sembra meno drammatica. Alla data del 20 maggio si registravano 8.371 casi con 382 decessi. Numeri che, come è noto, spesso rischiano di essere abbastanza lontani dalla reale rappresentazione della pandemia. Il modello epidemico italiano, con l’esponenzialità dei contagi sta lì, dietro l’angolo, a ipotecare le prossime settimane.

Questo almeno sulla carta, dato che a Villa 31, e a Villa 1-11-14, e nelle altre centinaia di insediamenti caratterizzati da precarietà e sovraffollamento sono tali da rivelare in tutta la sua drammaticità il vero volto di questa pandemia: il contagio è dato dal virus, ma il resto lo fanno le cattive condizioni di vita, di salute e di lavoro, e l’improvvisazione o addirittura assenza di scelte istituzionali o di governo. O entrambe.

Insomma, il modello italiano – o lombardo – di cui sopra. Modelli che rischiano di riprodursi, considerando che i numeri dei decessi e dei contagi citati riguardano per il 39,3% la Città di Buenos Aires, cui segue il 33,1% della Provincia di Buenos Aires. Su un muro del centro della città è comparsa pochi giorni fa una scritta: "De que sirve conservar tu vida, si perdes tu humanidad".

"A che scopo restare vivi, se si perde la propria umanità". Non c’è punto interrogativo e la frase, in un mondo prossimo a registrare i 5.000.000 di contagiati con oltre 320.000 morti, assume un carico pesante e supera la rassegnazione e la denuncia, e si fa monito di fronte alle facili parole di chi ha una facile vita e rende ancora più difficile quella altrui. Nei prossimi giorni l’Argentina dovrebbe decidere di prolungare il periodo di quarantena in corso. Come potranno continuare a farlo le persone dei barrios dove non è possibile avere il distanziamento sociale, perché ammucchiati in ambienti stretti e squallidi.

Dove presidi che si credono scontati: gel disinfettante, mascherine, guanti, non sono alla portata di chi non ha neanche i soldi per mangiare. Facile retorica, ma che suggerisce qualcosa a noi del primo mondo, dove già comincia destare più interesse chi pensa alle mascherine griffate che chi si danna per un lavoro perduto. A Buenos Aires qualche settimana fa gli infermieri hanno protestato reclamando presidi, sicurezza, personale e sostegno. È successo anche in Brasile. Anche a Torino e a New York. In Belgio medici ed infermieri hanno voltato le spalle alla premier in visita all’Ospedale di Saint Pierre in segno di protesta per le scelte governative.

Viene da dire che tutto il mondo è paese e gli infermieri fungono da indicatore sociale per leggere e conoscere la realtà dell’oggi

Yuval Noah Harari, filosofo e storico israeliano, ha affermato che nella società attuale esistono calamità come nel passato, ma con frequenze diverse e maggiormente legate ai decisori politici che non a cause naturali. Ieri le carestie e la peste, oggi malnutrizione e Covid-19, in un mondo dove più di 2 miliardi di persone sono in sovrappeso.

Ramona e Victor erano in sovrappeso, ma non possono essere considerati schematicamente né vittime di loro stili di vita sbagliati, né della fatalità di essere stati contagiati. Sono le vittime di quel mondo e quelle decisioni di politica sociale che negano servizi sanitari e sociali, scuole e case, lavoro e reddito. Ramona e Victor hanno lottato per una vita migliore, propria e altrui. Un esempio da seguire.

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