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COVID-19

Avremmo potuto non farci mancare nulla

di Giuseppe La Torre

In questa pandemia Covid-19 gli infermieri hanno mostrato il loro impegno trasversalmente con tutti i professionisti sanitari, hanno sostenuto le necessità di relazione tra i pazienti e i familiari con complicità improvvisa e inaspettata. Hanno combattuto sul campo e sono caduti. Indiscutibili professionisti che oggi hanno la necessità di abbandonare le vesti di eroi e di testimoni avute in questi ultimi due mesi. Oggi abbiamo il compito di far riprendere il nostro sistema sanitario anche come sentinelle insolenti per risvegliare l’attenzione su meccanismi sbagliati che potranno manifestarsi e per la diffusione di errate convinzioni e notizie che potranno essere veicolate dai social. Nel bicentenario della nascita della fondatrice dell’infermieristica moderna abbiamo mostrato competenza, specificità e abnegazione. Stiamo acquisendo crescente consapevolezza di nuove sfide e mostrando maggiore determinazione per il riconoscimento contrattuale che dovrebbe essere riservato alla nostra professione e che possa rendere dignità a tutto il nostro percorso professionale. Sarà un 12 maggio pieno di speranza oltre che di consapevolezza.

Caos Covid-19, come abbiamo potuto ritrovarci in tutto ciò?

Mi sembra ieri quando è iniziato tutto. Mi sembra ieri il 31 gennaio, riverso nel letto che ascolto dalla voce della radio la notizia di due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma con l’infezione da Coronavirus. La temibile ombra di questa epidemia che stavamo osservando sulla finestra orientale allunga il passo sulle tappe percorse da queste due persone cinesi lungo l’asse turistico che da Milano porta a Roma.

Le rassicurazioni dei virologi e dei politici iniziano a vacillare e da lì a poco quell’ombra epidemica comincia ad acquisire consistenza fino al 21 febbraio 2020: l’Italia aveva il suo paziente zero nel Pronto soccorso dell’ospedale di Codogno. Il giorno successivo il primo morto e 79 persone positive. Mentre noi eravamo affacciati sulla finestra dei social il virus è entrato direttamente dalla porta. L’onda di questa infezione ci ha pertanto colti di sorpresa. Una sorpresa preannunciata.

Abbiamo tentato di prevenire il virus arginandolo attraverso il blocco delle frontiere quasi come se questa impalpabile inconsistenza avesse una precisa direttrice d’ingresso. Quasi. Ma la natura non conosce alcuna frontiera.

Come abbiamo potuto trovarci impreparati ad affrontare questa situazione per cui il mondo scientifico e sanitario ci aveva informato per tempo indicandoci di provvedere alla gestione di una possibile pandemia? Come abbiamo potuto trovarci indifesi quando sulle sponde orientali del nostro continente euroasiatico abbiamo saggiato i primi pericoli di una SARS e di una MERS che avevano preannunciato a tutti una nuova possibile epidemia attraverso un salto di specie?

Eppure in Italia avevamo recepito almeno un documento nel 2002, poi aggiornato nel 2005, che dettava le linee guida per l’adozione di misure preventive. Medesimo documento pubblicato sul sito dell’ISS con adozione di check list, non rintracciabili purtroppo, che ci avrebbero permesso di fronteggiare, grazie all’esperienza di altri paesi, l’avvento di una pandemia.

Eppure il documento master dell’OMS, Global Risk Assessment dell’ottobre 2004, aveva stilato delle strategie e dei programmi da implementare nei periodi inter-epidemici per affrontare un possibile salto di specie, dalla natura o da naturali portatori animali, per virus che potesse caratterizzare un’evoluzione epidemica infausta per SARS–CoV2.

Sporadici casi in diverse aree orientali si erano già presentate per le abitudini alimentari di consumare animali che erano naturali serbatoi di CoV: uno studio retrospettivo aveva messo in luce dal 2002 la diffusione in 26 paesi di 8098 casi con 774 decessi. Il rischio, diventato ormai troppo evidente, aveva allertato l’OMS e sviluppato pertanto il programma di gestione del rischio globale: il problema non era più “se” fosse accaduto, ma piuttosto “quando” sarebbe accaduto.

Vittime di un’inadeguata programmazione economico finanziaria

Da qui la necessità di avvisare il mondo intero di prepararsi ad una possibile pandemia attraverso lo sviluppo di sistemi di ricerca di laboratorio per l’identificazione del virus, alla necessità di rifornirsi di adeguati DPI (PPE) e reagenti di laboratorio, di facilitare la circolazione delle informazioni e della collaborazione internazionale, di produrre algoritmi clinici e linee guida per la gestione della SARS, mobilitare il sistema sanitario per la formazione continua nel controllo delle infezioni e nell’utilizzo dei DPI, di sviluppare e implementare il sistema sanitario per la diagnosi, trattamento, contenimento e controllo della SARS e infine creare e definire un piano di comunicazione per mobilitare la popolazione alla gestione globale del rischio.

Avremmo potuto non farci mancare nulla. La storia invece ci insegna altro. Ci insegna che siamo bravi a recepire, ma non ad implementare. Ci insegna che le evoluzioni dei sistemi e la prevenzione richiesta si fa con i tagli economici al sistema stesso.

La storia ci ricorda un sistema sanitario in brillante efficienza ed ineguagliabile salute che i governi che si sono succeduti hanno pensato bene di ridurre. Certamente non un trend negativo, ma con percentuali insostenibili per il corretto funzionamento del sistema, che nel corso degli anni ha visto un progressivo indebolimento. Pezzo per pezzo, governo dopo governo e crisi dopo crisi, ci siamo ritrovati, all’anno 20 del XXI° secolo, vittime di un’inadeguata programmazione economico finanziaria e protagonisti di un dramma annunciato.

Politica e scienza sono due discipline che non vanno d’accordo se non condividono un obiettivo comune: la salute dei cittadini. Un parallelismo comunque irregolare tra Costituzione e linee guida: quelle che ci dettano, che recepiamo, ma non applichiamo. Ci sono sempre altri obiettivi - economici, produttivi, ideologici - che spesso sovrastano, spengono e si contrappongono all’obiettivo primario sotteso alla nostra salvaguardia.

Bergamo e la Val Seriana ne sono una piccola dimostrazione. Come ne è una grande dimostrazione tutta l’area industrializzata della fascia subalpina che ha pagato, in termini di mortalità, il prezzo più alto di tutto il paese. Studi futuri magari ci dimostreranno una possibile e stretta correlazione tra inquinamento atmosferico e mortalità, ma dovremo attendere i dati delle altre aree più industrializzate affinché questa tesi che si sta delineando tra alcuni scienziati possa avere la sua validità.

Ci siamo imbattuti in un nuovo fenomeno che non ci ha permesso di avere il tempo necessario per produrre valutazioni e soluzioni utili a produrre soluzioni efficaci, di facile accesso e non dannose

In tutto questo gli infermieri non hanno ceduto di un solo passo

Gli infermieri hanno mostrato il loro impegno trasversalmente con tutti i professionisti sanitari, hanno sostenuto le necessità di relazione tra i pazienti e i familiari con complicità improvvisa e inaspettata: hanno dato luce alla speranza.

Hanno combattuto sul campo e sono caduti. Sono passati dall’essere impegnati professionisti ad essere infaticabili gestori di molteplici condizioni di cura che li hanno resi tristi testimoni di questa rapida pandemia.

Indiscutibili professionisti che oggi hanno la necessità di abbandonare le vesti di eroi e di testimoni avute in questi ultimi due mesi

Oggi abbiamo il compito di far riprendere il nostro sistema sanitario anche come sentinelle insolenti per risvegliare l’attenzione per meccanismi sbagliati che potranno manifestarsi e per la diffusione di errate convinzioni e notizie che potranno essere veicolate dai social.

L’anno 2020 dovrebbe essere l’anno del ricordo. Dobbiamo conoscere la storia per costruire il futuro (Muzio Stornelli): drammaticamente la stiamo facendo la storia e questo servirà, speriamo, per migliorarci nel futuro.

Nella storia più recente della nostra professione siamo passati attraverso l’anno del riordino per quello della coerenza, della transizione per giungere in quello della consapevolezza, come ci aveva preannunciato il nostro amato direttore Ferdinando.

Eravamo pronti alla nostra consapevolezza

Miseramente l’anno della consapevolezza si è manifestato in una inaspettata condizione.

Eravamo pronti della nostra consapevolezza, ma gli eventi hanno determinato che la consapevolezza della nostra professione fosse manifestata agli altri in una dimensione diversa da quella che noi stessi avremmo voluto dare nell’anno del ricordo della fondatrice della nostra moderna professione.

Non la nostra consapevolezza, ma quella degli altri.

Oggi sono gli altri che ci restituiscono questa consapevolezza attraverso la fiducia e una sorprendente ammirazione. Sono gli altri che tra sirene e saluti ufficiali ci rendono onore di fronte a questo smarrito onere.

Smarrito come il programma della politica, che dimentica e non riconosce il valore della nostra professione. Smarrito, come la dignità dei professionisti della sanità privata che da 13 anni sorreggono questo pilastro dell’assistenza che contribuisce con le sue risposte ai bisogni di salute.

Smarrito come la vergogna di quei politici che ignorano le differenze economiche tra loro e chi li sostiene e fanno spicciola demagogia dimenticando che i problemi di oggi hanno radici nel loro stesso passato.

È dell'inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi. Nuovi Miserabili, che per anni abbiamo atteso con imbarazzante ritardo l’elemosina di un contratto e di una dignità che non ci ha mai reso soddisfatti perché i desideri e le realtà viaggiano come un binario di due rette parallele.

Ora però spero che questa consapevolezza sia arrivata al capolinea e che l’intera professione infermieristica e sanitaria abbia il suo dignitoso riconoscimento economico. Oggi è visibile questa consapevolezza.

Oggi ci chiamano eroi, ma dov’era lo Stato quando venivamo offesi, maltrattati e picchiati nel compimento del nostro dovere? Dov’è lo Stato quando siamo a lavorare sottodimensionati rispetto alle reali necessità, quando i rapporti OCSE mostrano impietose differenze rispetto agli altri paesi?

Oggi quello che più mi spaventa è tutto questo assurdo velo di ipocrisia che ci sta avvolgendo in questo indiscutibile stato di necessità. Non spaventa l’impegno che ci attende nel prossimo avvenire e la crescente problematica climatica e ambientale che ci porterà ad affrontare probabilmente nuovi danni collaterali.

Le zoonosi virali potrebbero essere solamente uno dei tanti capitoli che l’ambiente porta alla nostra attenzione. Il disgelo del permafrost potrebbe riservarci sorprese assolutamente sconosciute. Il surriscaldamento globale e gli spostamenti di importanti masse d’acqua potrebbero determinare nuovi bisogni sanitari a cui dovremo far fronte già da oggi con una crescente impronta ambientale della nostra professione.

Un nuovo scenario potrebbe delinearsi per la comunità infermieristica internazionale. Una nuova esigenza dovrebbe diffondersi a livello globale rispetto ad una etica ambientale che in questo periodo di lockdown ha mostrato meravigliosi risultati.

Nel bicentenario della nascita della fondatrice dell’infermieristica moderna abbiamo mostrato competenza, specificità e abnegazione. Stiamo acquisendo crescente consapevolezza di nuove sfide e mostrando maggiore determinazione per il riconoscimento contrattuale che dovrebbe essere riservato alla nostra professione e che possa rendere dignità a tutto il nostro percorso professionale.

Sarà un 12 maggio pieno di speranza oltre che di consapevolezza.

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