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COVID-19

La relazione che continua a curare anche sotto le tute

di Daniela Berardinelli

Noi stiamo bene, per il momento, speriamo che vada tutto bene. Con i nostri colleghi dopo un primo momento di sconforto abbiamo capito che in fondo essere infermieri è qualcosa che ti rimane dentro, nonostante tutto e trascende da quel tutone che si indossa. Si creano con i nostri pazienti delle relazioni nuove, strane, forse alle volte paradossalmente ancora più intime e intense rispetto a quelle di prima, prima dell’era COVID. Questo accade probabilmente perché a farla da padrona tra quei letti è la solitudine, i pazienti non possono essere riscaldati dall’amore e dalle visite dei loro cari e così si appellano all’unica cosa che gli rimane: tu.

Di cosa hanno bisogno ora i pazienti? I racconti dei miei amici A. e L.

Essere infermieri è qualcosa che ti rimane dentro nonostante tutto e trascende da quel tutone che si indossa

Le richieste di aiuto e conforto sono le più svariate, c’è chi ti chiede una coca cola, chi una foto da mandare ai parenti perché lui con il casco CPAP non riesce ad inquadrarsi, chi ancora desidera una foto con te, anche se ti ha visto solo una volta e non sa nemmeno chi tu sia davvero o come tu sia fatto sotto quella tuta.

La signora T. voleva solo un abbraccio, facciamo un abbraccio al COVID.

Questo abbraccio virtuale, immaginato e sognato è il motore che fa andare avanti e riempie di significato le giornate degli infermieri in corsia.

Quello che facciamo è cercare di regalare un momento di felicità ai nostri pazienti, alcuni sono veramente a pezzi, il telefono, le videochiamate non sono sufficienti a colmare quel vuoto che li pervade.

I pazienti non possono essere riscaldati dall’amore e dalle visite dei loro cari e così si appellano all’unica cosa che gli rimane: tu

Questa pandemia ha segnato sicuramente un nuovo punto zero, una battuta d’arresto con una nuova partenza per la medicina e l’assistenza infermieristica che si stanno trovando a ridisegnare i propri schemi di apprendimento e di comportamento.

Chi lavora in un ospedale ha già imparato da tempo a non dare nulla per scontato, ma oggi questo accade ancor di più, i bisogni dei nostri pazienti oggi appaiono agli occhi di tutti e sotto una luce bianca e fredda, come quella delle corsie, come dei bisogni ancor più fondamentali, che non potranno mai più essere tralasciati, nemmeno in minima parte.

L’emotività è forte, dentro e fuori. La fiducia è quello che ci lega, il nostro legame con i pazienti si è rafforzato ancora di più, ma questo già lo sapevamo, perché questo lavoro arduo, faticoso, al minimo delle risorse, con scarsissimo personale è quello che svolgiamo, da sempre, quotidianamente.

Come dice L., che con il suo unico modo speciale, di essere e di fare, riesce a strappare un sorriso ai pazienti e a far sopportare loro la claustrofobia di un casco da astronauta con un rumore assordante, presto ci abbracceremo a molto meno di un metro di distanza.

Quando ho interrotto la telefonata con i miei splendidi amici una musica è entrata dalla mia finestra, erano note di un pianoforte, inaspettate e travolgenti, dritte fino al cuore.

NurseReporter
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