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COVID-19

Positività degli operatori sanitari serve un approccio più difensivo

di Sara Di Santo

L’elevato potenziale di trasmissione in ambito assistenziale del virus Sars-CoV2 è evidente. Lo ha messo nero su bianco l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) nell’ultimo rapporto sui dati dei casi Covid-19 diagnosticati tra gli operatori sanitari. Quelli che sono stati lasciati in prima linea senza gli strumenti idonei per proteggersi. Quelli che vengono incensati e ringraziati per il loro impagabile (e impagato) lavoro, ma che vengono additati come untori se incontrati al di fuori delle mura ospedaliere. Quelli, insomma, che reclamano il diritto di andare al lavoro per la tutela della salute pubblica, non a sacrificare la propria vita. Quelli che gridano al diritto di resistere.

Covid-19: bassa letalità per gli operatori sanitari

Al 30 marzo sono stati diagnosticati 8.956 casi di Covid-19 tra operatori sanitari (oggi hanno già superato quota diecimila), con un’età mediana di 49 anni, 34% di sesso maschile. Sono circa il 9% dei casi segnalati, ma si può osservare – si legge sul rapporto ISS - che la letalità negli operatori sanitari è sostanzialmente più bassa rispetto alla letalità totale, tuttavia il dato è in fase di consolidamento. Questo è verosimilmente dovuto al fatto che gli operatori sanitari, asintomatici e paucisintomatici, sono stati maggiormente testati rispetto alla popolazione generale.

Ora, vero è che il rischio d’infezione è intrinseco alla professione sanitaria e vero anche che tra teoria e pratica in medio stat virtus, ma risulta estremamente difficile per chi lavora nel bel mezzo di questa pandemia considerare “protezione individuale” qualcosa che, quando c’è, troppo spesso è lontano da ogni logica di idoneità.

Come può confortare un dato che parla di “bassa letalità”, quando quel rischio è stato preso in considerazione con drammatico ritardo? Come può essere considerato un aggiornamento che tenda alla riduzione del rischio quello che nelle ultime indicazioni sull’utilizzo dei DPI prevede una mascherina chirurgica per l’assistenza diretta ai pazienti Covid?

Se si è arrivati a stabilire che il potenziale di trasmissione di questo patogeno è così elevato, perché non si considera che nella pratica clinica l’esposizione al rischio è in grado di mutare improvvisamente e senza preavviso? Non sempre colpi di tosse e starnuti, magari durante l’esecuzione di un tampone, lasciano il tempo al sanitario di dribblarne indenne il droplet.

Tutti eroi, ma nel condominio degli altri

Lo stesso bollettino ISS si sofferma anche sulla percentuale degli operatori risultati positivi sul totale dei casi per periodo di diagnosi (ogni 4 giorni) osservando che a 3 giorni dalla diagnosi dei primi casi di Covid-19 si è verificato un picco, in percentuale, tra i casi diagnosticati nel periodo. Questo verosimilmente riflette l’effettuazione di un numero elevato di test tra gli operatori sanitari in quella fase, che ha fatto emergere le persone positive prima che si manifestasse la sintomatologia.

O, forse, perché in quella fase si è passati da "tampone e quarantena di 15 giorni in caso di contatto con un caso sospetto" a "mascherina chirurgica e finché non hai sintomi fila in reparto, che il tampone non serve". A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E probabilmente se avessimo alzato di più le barriere di fronte ad un nemico nuovo, che siamo ancora lontani dal conoscere a fondo, ci avremmo azzeccato.

Magari oggi non ci sarebbero infermieri e medici che si arrangiano come possono, preferendo dormire in macchina dopo i turni massacranti in corsia pur di salvaguardare la salute dei loro cari. Magari non ci sarebbero infermieri “untori” sfrattati dagli stessi padroni di casa che li hanno applauditi dai balconi, o medici ai quali viene intimato a caratteri cubitali di fare attenzione se devono toccare cancelli, scale, sottoscala e corrimano del condominio.

Magari. Perché eroi sì, ma nel condominio (e possibilmente anche nel supermercato) degli altri.

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Commenti (1)

GD61

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6 commenti

EROI '? NO GRAZIE

#1

"Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” scrisse Bertold Brecht .
Ecco noi infermieri, come gli altri operatori della sanità ,oggi siamo tutti eroi, osannati, applauditi dai balconi. Peccato però che fino a pochi mesi fossimo chiamati cialtroni ,fannulloni e chi più ne ha ne metta.
Ma chi oggi ci chiama eroi ? Sono gli stessi,i "cittadini" che fino a pochi mesi fa minacciavano di denunciarci ad ogni piè sospinto , i giornali ,i media che urlavano contro la Sanità pubblica (gratuita), sbattendo in prima pagina i casi di malasanità sottoponendo la sanità pubblica a un linciaggio mediatico continuo e sistematico sostenendo la necessità di aprire al al privato
( Secondo Pilastro Sanitario Integrativo ).
Ecco i cittadini sono gli stessi come sono gli stessi gli infermieri che non VOGLIONO ESSERE CHIAMATI EROI ma chiedono sia loro riconosciuta una giusta considerazione e il dovuto RISPETTO figlio di capacità e competenze. SEMPRE