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Approccio infermieristico nella gestione del paziente aggressivo

di Domenica Servidio

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Quale infermiere durante la propria attività lavorativa non ha mai avuto contrasti verbali con pazienti o parenti di pazienti? Capitano giornate in corsia nelle quali sembra difficile anche solo respirare, perché non c’è tempo, perché bisogna correre, perché i campanelli suonano e mentre vai a rispondere, sai già di dover ancora somministrare la terapia, sollecitare le consulenze specialistiche e compilare la cartella infermieristica del nuovo ricovero che è già lì ad aspettarti, e poi il turno sta quasi per finire, pensi di aver dato abbastanza, ma ad animare la fine di quel turno c’è lui. Il paziente aggressivo.

 

La collera è l’elemento di base più spesso associato all’aggressività potenziale. Le cause possono essere molteplici. In ambito sanitario i pazienti possono provare collera per varie ragioni: una malattia diagnosticata di recente, problemi già esistenti prima di entrare nell’ambiente sanitario, i timori che accompagnano i test diagnostici o le procedure chirurgiche e la prospettiva di un cambiamento di vita.

Avendo frequenti contatti con i pazienti, l’infermiere spesso diventa il bersaglio della sua collera. Per noi infermieri questo può risultare difficile, ma è opportuno comprendere che in molti casi dare al paziente la possibilità di esprimere la collera è importante per la sua guarigione. Per esempio quando il paziente ha subito una perdita importante, la collera diviene un mezzo che lo aiuta a fronteggiare il dolore, oppure il paziente a cui è stato diagnosticato un cancro può contrapporsi all’assistenza dell’infermiere invece di esprimere la paura della morte.

Per l’infermiere può essere molto stressante avere a che fare con un paziente del genere e a volte gli sforzi dedicati a questi pazienti possono portare al mancato soddisfacimento delle priorità di altri pazienti. Saper contenere l’aggressività del paziente in collera non è affatto semplice, ma è fondamentale da parte nostra l’applicazione di competenze che variano dalla comunicazione di messaggi non minacciosi verbali o meno, al disimpegno in sicurezza e al controllo dell’aggressore con mezzi fisici. E’ importante valutare i comportamenti assunti da questi pazienti (per esempio: la cadenza, i pugni chiusi, la voce alta, il lancio di oggetti) e/o le espressioni che indicano stizza (ad esempio: porre ripetute domande all’infermiere, non fare quanto gli è chiesto, scoppi di aggressività e minacce). Spesso questi pazienti amano essere sarcastici, rifiutano le terapie, assumono atteggiamenti anche infantili e hanno un basso livello di frustrazione.

Mettere in atto gli interventi più appropriati in dinamiche del genere può risultare semplice sulla carta, ma quando ci si trova di fronte a pazienti con problematiche di questo tipo non è affatto facile mantenere la giusta lucidità mentale. Essere infermieri significa anche questo: avere consapevolezza delle proprie reazioni utilizzando una comunicazione efficace, senza eccessive pressioni sul paziente.

L’aggressività di alcuni pazienti potrebbe essere ridotta se da parte del team clinico-assistenziale venissero messe in atto una serie di importanti interventi quali:

• Creare di un clima accogliente per il paziente;

• Usare del silenzio terapeutico e capacità di far parlare il paziente delle proprie impressioni;

• Capacità di rispondere alle domande in modo corretto: se il paziente formula un tipo di domanda aggressiva, indirizzarlo verso nuove direzioni e porre dei limiti fornendogli delle aspettative chiare e concise. Informare il paziente delle potenziali conseguenze se non modificherà i suoi comportamenti;

• Se il paziente minaccia verbalmente di fare del male agli altri, restare calmi e continuare a porre limiti al suo comportamento inadeguato. Se alla dimissione vi è una forte probabilità di pericolo imminente, l’infermiere deve notificarlo all’autorità competente;

• Mantenere la sicurezza e uno spazio personale con il paziente verbalmente intimidatorio. Conservare un comportamento non verbale privo di minacce, linguaggio del corpo incluso.

È opportuno che l’operatore possa sempre avere la possibilità, ad esempio posizionandosi fra il paziente e la porta aperta, di guadagnare l’uscita senza subire danni e di poter fruire del pronto intervento di una équipe, che osservi senza disturbare o alterare la riservatezza del colloquio. Quest’ultima avvertenza serve non solo per il pronto intervento fisico, che l’équipe può mettere in atto, ma anche per tranquillizzare, dissuadere con la presenza, discreta ma significativa di varie persone, eventuali atti aggressivi, soprattutto se questi sono di tipo manipolatorio, e cioè suscettibili alla provocazione, ma sempre sensibili al confronto con la realtà.

«Nessuno di noi è completamente "buono", la malvagità, nel senso di aggressività, pensieri “cattivi”, instintualità, è comunque parte della nostra personalità e non serve a molto tentare di soffocarla, meglio piuttosto integrarla con in resto e canalizzarla verso un fine utile e costruttivo» (Rita Ricci)

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