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Fuga di cervelli: Le proposte dal Sabato delle idee

di Arianna Caputo

La “fuga di cervelli” era il tema dell'incontro ospitato sabato 17 febbraio nella sala conferenze dell'Ospedale Santobono Pausilipon di Napoli ed organizzato in collaborazione con il Cnr, nell’ambito della decima edizione de “Il sabato delle Idee”, il pensatoio napoletano che raccoglie alcune delle migliori eccellenze scientifiche, accademiche e culturali della Campania. Se la fuga dei cervelli diventasse semplicemente una proficua circolazione dei cervelli – ha sottolineato in apertura lo scienziato Marco Salvatore - non staremmo più parlando di un problema ma bensì di una grande opportunità.

L’Italia della fuga di cervelli: Modo di dire o una realtà consolidata?

L’ex struttura ospedaliera pediatrica, ubicata nel cuore di Napoli ed impregnata di storia e di arte, è stata sede del convegno al quale hanno partecipato ospiti che, nel raccontare le proprie esperienze, si sono aperti a nuove proposte e ad incitanti riflessioni.

Il Direttore Generale dell’A.O.R.N. Santobono Pausilipon ha aperto il dibattito affermando di voler contrastare la “fuga di cervelli” grazie al reclutamento di giovani lavoratori, già attuato a fronte dei suoi nove anni di direzione dell’Azienda.

Le tematiche emerse sono molteplici: dall’interdisciplinarietà necessaria ai fini di poter promuovere progetti dinamici ed innovativi, al reale significato dell’espressione “fuga di cervelli” la quale, come affermato da Max Mizzau Perczel del Cnr, si è rivelata essere una provocazione.

A tal proposito, Marco Salvatore, Direttore Scientifico Irccs Sdn di Napoli e Gaetano Manfredi, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, hanno espresso l’importanza del concetto di “curiosità” poi ribadito da Maria Luisa Lavitrano e Loretta Del Mercato.

Quello che manca all'Italia è un collegamento virtuoso con i nostri migliori cervelli sparsi per il mondo le cui esperienze e le cui capacità possono e devono diventare un patrimonio per il sistema della ricerca del nostro Paese. Ci vorrebbe una collaborazione sistematica e periodica tra le Università e i Centri di Ricerca italiani e le nostre migliori intelligenze che lavorano all'estero che potrebbero diventare le migliori guide per i ricercatori che lavorano in Italia

Essa sembra rappresentare il “primum movens” che spinge giovani volenterosi ed appassionati a fare ricerca. Non sempre andar via dal Bel Paese è sinonimo di “fuga”; talvolta la scelta di emigrare è consapevole ed è dettata dalla sola voglia di vivere nuove e stimolanti esperienze formative.

Una proposta che sembra poter mettere a tacere dubbi, dissidi e contrasti ideologici viene lanciata in sinergia e in accordo da Marco Salvatore e Gaetano Manfredi. L’idea, che si presenta come uno dei buoni propositi per poter fare Ricerca in Italia, e per poterla fare bene, è quella di un “Double Appointment”.

In questo modo, sarebbe possibile poter offrire ai ricercatori italiani che lavorano all’estero l’opportunità di poter svolgere la propria attività anche in Italia, in maniera “part time”. Ciò garantirebbe a ciascuno di potersi riavvicinare alle proprie radici, alla propria terra e, soprattutto, di poter formare in maniera eccellente i giovani studenti italiani.

Capitale umano e capitale reputazionale sono gli altri due punti cardine sui quali insiste il Magnifico Rettore Manfredi. Egli afferma che il capitale umano c’è, ma resta talvolta inespresso a causa dei sottofinanziamenti dovuti al fatto che, in una visione distorta delle cose, investire nell’ambito dell’Università e della Ricerca possa rivelarsi un fallimento.

Per spiegare il capitale reputazionale, invece, si serve di una metafora: quella dell’unica mela marcia che rovina l’intero cesto di frutta fresca. Imputata: una gestione ritenuta estremamente superficiale, che porta alla perdita di credibilità.

Bisognerebbe sanzionare chi sbaglia, afferma Manfredi. E per quanto concerne la burocrazia ed il tema degli investimenti, tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che i macchinosi passaggi burocratici rallentino tremendamente progetti troppo deflagranti per rassegnarsi ad un triste destino, tutto italiano, costellato di attese in cantiere e di scartoffie.

E gli investimenti? Basterebbe offrire una serie di strutture e di servizi che possano favorire l’integrazione e facilitare l’accoglienza di coloro che decidono di vivere, studiare e lavorare nel nostro paese. Una comunità internazionale vive in una realtà internazionale, afferma ancora Manfredi, che ha concluso il suo intervento parlando di pregiudizi, in particolar modo di quelli che pongono in dislivello Nord e Sud Italia.

L’unica voce fuori dal coro sembra essere quella di Giovanni Acampora, Professore Associato dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”: L’esperienza all’estero è stata molto formativa e mi ha permesso di raggiungere dei risultati; ma tutto ciò che ho fatto, l’ho sempre fatto col desiderio di tornare qui, a casa. Queste le sue parole, dettate da quella che è stata la sua concreta possibilità di ritornare in Italia, nonostante abbia affermato anch’egli che il sistema di reclutamento in Olanda, terra in cui ha svolto la sua attività di ricerca, sia di gran lunga più efficace e meritocratico di quello nostrano.

Una mattinata ricca, quella di sabato 17 febbraio, fatta di eccellenze e di proposte intelligenti e concrete. Una mattinata che ha scardinato l’espressione “fuga di cervelli”, adattandola e riadattandola ai diversi tessuti in cui si tesse.

In collegamento da Londra, il giovane medico chirurgo Valerio Celentano ha infatti riformulato il termine “fuga” in quello di “circolazione”.

Perché gli italiani all’estero sono anche degli ambasciatori, dei portavoce della realtà del Bel Paese

La voce unanime è quella che sembra essere figlia della volontà, dunque, di creare una rete. Ma non una rete in cui restare impigliati, incastrati. Non una rete pronta a catturare, bensì una rete in grado di facilitare i contatti, di creare dei ponti e delle interazioni, affinché non esistano ricercatori di un Paese piuttosto che di un altro, ma ricercatori e basta.

Affinché gli studenti possano sentirsi liberi di cogliere nuove opportunità anche in contesti diversi, in realtà diverse, in culture diverse. Affinché i cittadini diventino cittadini del mondo.

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