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Editoriale

Mastrogiovanni, gli effetti a caduta di una morte evitabile

di Francesco Falli

La condanna in appello per tutti i protagonisti (medici ed infermieri) giunta pochi giorni fa, in relazione al caso Francesco Mastrogiovanni, ha riportato le luci della cronaca nera sanitaria su un fatto che non è eccessivo definire ''terribile''.

Fotogramma dal web

Le ripercussioni sull'immagine della professione

Del resto, senza assolutamente volersi sostituire al Collegio giudicante, la definizione di "evento terribile" è certamente aiutata da una circostanza nuova: mai un caso simile aveva potuto contare su una costante, continua, totale testimonianza "visiva", giunta attraverso la registrazione della videocamera che per 87 ore ha documentato la contenzione di Mastrogiovanni. Contenzione che, di fatto, ha accompagnato Francesco dai minuti successivi al suo ricovero fino al decesso, giunto - per l'appunto - 87 ore dopo l'inizio della misura coercitiva.

Se è facilmente misurabile la durata della pratica contenitiva sul degente di quella struttura di Vallo della Lucania, non è assolutamente misurabile l'effetto sui cittadini che in questi anni sono entrati in contatto con questa storia drammatica, che hanno osservato in TV le crude immagini dell'agonia di Francesco o che hanno letto la storia su riviste a diffusione nazionale, cartacee o web.

Per chi non ha altro modo di ''misurare'', valutare, definire il livello medio di assistenza, cura, presa in carico di un paziente (psichiatrico o meno, non credo che questo possa fare la differenza nell'immaginario del singolo) la vicenda Mastrogiovanni ha certamente prodotto emozioni negative, preoccupanti, in una vasta gamma che si colloca dallo sdegno, l'indignazione, lo sgomento e la rabbia. Perfino la paura di dover entrare in una struttura sanitaria e finire così, legato al letto ''mani e piedi''.

Non ci sono, penso, parole sensate da offrire ai familiari. Anzi: il loro commento alla sentenza di appello è la conferma che la ferita - e non potrebbe che essere così - è aperta e brucia; non posso certo io ricordare - è inutile in questi casi - che a fronte di un gruppo di professionisti sanitari che ha chiaramente superato il confine del lecito (vedasi la condanna), vi sono moltissimi altri che svolgono con sincera attenzione e passione, abnegazione e capacità la loro professione.

Più che mai in questi casi valgono le leggi, già citate in casi simili, del rovesciamento di ruolo, ricordato da Herbert Gans nei suoi lavori sulla comunicazione di massa:

non c'è notizia (purtroppo) nel fare bene un massaggio cardiaco o nel rilevare i parametri vitali al momento giusto, intuendo uno stato di sofferenza di circolo e così salvando la vita a un degente critico

La notizia vera è - invece - quando si scopre che chi è stato formato e assunto per curare, crea quelle condizioni che danneggiano l'assistito o, come nel caso in oggetto, lo portano al decesso.

Per usare una nota frase, la paternità della quale risale al XIX° secolo ed è ancora oggi da assegnare con certezza a Charles Dana e John Bogart, due giornalisti del New York Sun, non fa notizia il cane che morde l'uomo, ma l'uomo che morde il cane.

Le ricadute, importanti sul piano della considerazione generale della Sanità italiana e sul valore di quelle professioni sanitarie coinvolte in questa vicenda gravissima e tragica, esistono e non sono buone. Naturalmente, chi va oltre il titolo e ragiona sul tutto o colui che ha avuto esperienza diretta da paziente, per sé o per i suoi cari, sa bene che molto spesso la situazione è diametralmente opposta.

La maggioranza dei professionisti sanitari si impegna, molto. Riesce, in mezzo a turni difficili, situazioni complesse, organizzazioni spesso carenti e strutture non proprio sempre al top a dare davvero molto, tanto; a migliorare il percepito e a creare benessere.

Ma raramente si raggiunge la divulgazione di massa di queste frequentissime circostanze, a causa del signor Gans che, comunque, ci aveva visto giusto.

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