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salute mentale

La Paura e le sue declinazioni in ambito sanitario

di Roberta Guerra

La paura è una delle emozioni di base, quindi innata e presente a qualsiasi latitudine del globo. A cosa serve quest’emozione è facilmente intuibile: senza paura non ci sarebbe percezione del pericolo e quindi non sarebbe possibile mettere in atto dei comportamenti atti a proteggere la nostra incolumità. In ambito sanitario, e nel nostro caso in quello infermieristico, non è raro doversi relazionare con persone che stanno vivendo una condizione di ansia, una risposta assolutamente normale in una circostanza di incertezza e potenziale pericolo. D'altronde è proprio l’emozione della paura che ci porta a chiedere un consulto medico in caso di sintomi fisici anomali.

La minaccia è il cuore dell'emozione che chiamiamo paura

Halloween ne è la celebrazione, ma che cos'è davvero la paura?

Se abbiamo davanti una tigre affamata che ci guarda con fare non del tutto amichevole, la minaccia è ben definita, è presente, è proprio lì davanti a noi. In altri casi, non è così semplice capire cos’è che sentiamo minacciato. Molto spesso il pericolo riguarda scenari futuri, anche solo immaginati, la paura ha quindi una forte componente anticipatoria che ci permette di prepararci al meglio per affrontare il pericolo.

Quando la minaccia riguarda il futuro e lo scopo minacciato è meno definito, possiamo parlare di ansia anziché di paura. La minaccia in questi casi non riguarda la nostra incolumità fisica, ma ha a che vedere con scopi diversi e più complessi, frutto dell’evoluzione. Richiede quindi un sistema cognitivo più sofisticato che sia in grado, tra le altre cose, di fare previsioni. Ad esempio pensiamo al timore della brutta figura in caso di ansia sociale, uno scenario a volte solo immaginato e poco delineato che, tuttavia, può rappresentare un’importante fonte di sofferenza soggettiva.

Come tutte le emozioni anche l’ansia ha una specifica attivazione fisiologica, ovvero parla anche attraverso il nostro corpo. Se non tutti, molti avranno sperimentato un eccesso di sudorazione prima di quell’esame che ci mette tanto alla prova.

Respiro corto, formicolio alle gambe e alle braccia, accelerazione del battito cardiaco, pupille dilatate, sono tutte reazioni fisiologiche legate all’attivazione del Sistema Nervoso Simpatico, grazie alle quali il nostro corpo è “pronto ad agire”.

Le reazioni al pericolo sono identificabili in una sequenza che inizia con una risposta di freezing, letteralmente congelamento, ovvero una risposta di immobilità che permette di scrutare il pericolo per poi decidere se è meglio scappare o se costretti a lottare. Questa reazione, come le altre, ha un suo vantaggio evolutivo: gli animali che riescono a rimanere “congelati” hanno meno probabilità di essere catturati, la corteccia visiva dei predatori mammiferi infatti, è in grado di percepire gli oggetti in movimento meglio che i colori, ecco il perché di questa reazione così ancestrale (Bracha, 2004)

Successivamente vi sono le due reazioni più conosciute dette di attacco-fuga, evoluzionisticamente la prima cosa più vantaggiosa da fare è provare a scappare e a lottare solo se non ci sono le condizioni necessarie alla fuga.

La quarta ed ultima risposta della sequenza è il “right” (terrore letteralmente) o anche detta risposta di immobilità tonica. Questo tipo di reazione è messa in atto dagli animali quando vi è il contatto fisico con il predatore. Fingendosi morto, l’animale può approfittare di un momento in cui il predatore molla la presa per avere la possibilità di fuggire. La risposta di fright subentra quindi, quando ci rendiamo conto che non c’è più niente da fare. Negli essere umani questa risposta è tipica nei casi di violenza.

Riassumendo la sequenza delle risposte di paura è:

Freezing > Fuga > Attacco > Fright.

L’ansia quindi è una reazione utile, tuttavia possiamo assistere ad una condizione che richiede specifico trattamento. Ad esempio quando raggiunge livelli molto elevati tali da determinare disagio intenso, evitamento pervasivo delle situazioni legate alla risposta d’ansia o quando, finita la condizione di minaccia, l’attivazione ansiosa persiste per lungo tempo a causa di precisi fattori di mantenimento.

Curva Yerkes-Dodson

La curva di Yerkes-Dodson.

Per capire meglio quando l’ansia è una reazione utile e quando lo è meno, ci viene d’aiuto La curva di Yerkes-Dodson (1908) che ci mostra la relazione tra ansia e prestazione: ad un livello di ansia medio si ottiene la prestazione migliore, quando l’ansia è troppo bassa/assente o quando è troppo elevata assistiamo ad un decadimento della prestazione.

Spostandoci verso le caratteristiche più strettamente cognitive dell’ansia, i soggetti ansiosi hanno la tendenza a sovrastimare la gravità e la probabilità del pericolo e a sottostimare la capacità personale di poter porre rimedio alla situazione temuta e, di poterla sostenere, qualora si verificasse (Salkovskys, 1996)

Nel sovrastimare la gravità e la probabilità del pericolo intervengono diversi errori di ragionamento come la tendenza alla “catastrofizzazione”, un tipo pensiero che tende a prevedere conseguenze negative in modo rigido e inflessibile.

Tra una situazione e la conseguente risposta emotiva-comportamentale, interviene sempre una valutazione che facciamo su quello che sta accadendo. Questa valutazione può andare incontro a diversi “bias” (errori di ragionamento) tra i quali, appunto, ritroviamo il pensiero catastrofico.

Tra i principali fattori di mantenimento dell’ansia vi è il rimuginìo e, ovvero, quell’insieme di pensieri o immagini a carattere ripetitivo in cui il soggetto tenta di prevedere possibili scenari negativi futuri (Borkovec et al., 1998)

Può essere sostenuto dall’idea che rimuginare ci è utile ad affrontare meglio il pericolo qualora si verificasse, in realtà il rimuginio può assorbire talmente tanto la mente da interferire in modo significativo con l’attenzione, la memoria ed altre capacità cognitive, ottenendo il contrario di quanto auspicato. Il rimuginio è un’importante target terapeutico nel trattamento dei disturbi d’ansia.

In ambito sanitario, e nel nostro caso in quello Infermieristico, non è raro doversi relazionare con persone che stanno vivendo una condizione di ansia, una risposta assolutamente normale in una circostanza di incertezza e potenziale pericolo. D'altronde è proprio l’emozione della paura che ci porta a chiedere un consulto medico in caso di sintomi fisici anomali.

Tuttavia, può capitare che l’operatore sanitario si trovi a dover gestire risposte di ansia importanti che prendono la forma di un vero e proprio disturbo. È importante, se non fondamentale, che il professionista sanitario conosca queste manifestazioni, in quanto anche esse riguardano l’ambito della salute della persona.

Una delle paure più frequenti è la fobia del sangue e a molti infermieri sarà capitato di dover gestire i sintomi legati a questo tipo di circostanze. Una fobia è una paura intensa verso uno stimolo specifico in cui la risposta d’ansia è estrema e irrazionale e si manifesta anche al solo pensiero dell’oggetto o situazione temuta.

Quindi è importante diversificare una lieve e normale condizione di ansia o disagio da una vera e propria fobia: in questi casi l’ansia può essere talmente elevata da assumere la forma di un vero e proprio attacco di panico. Molto frequenti inoltre sono i comportamenti di evitamento: se momentaneamente evitare lo stimolo fobico fa abbassare la risposta ansiogena, nel lungo termine non permette alla risposta d’ansia di estinguersi, ma al contrario la rinforza.

L’evitamento è uno dei principali fattori di mantenimento dei disturbi d’ansia

Inoltre nel caso dell’ematofobia (fobia del sangue) o della dell’aichmofobia (fobia degli aghi), pensiamo a quanto possa essere deleterio il comportamento di evitamento, che può portare ad un ritardo degli interventi terapeutici.

La fobia del sangue e/o delle iniezioni condivide con le altre fobie le principali caratteristiche come la paura molto marcata e persistente anche al solo pensiero della situazione temuta, tuttavia questo tipo di fobia è caratterizzato da una risposta fisiologica “anomala” rappresentata da un’alta percentuale di svenimento. Questa reazione è presente quasi esclusivamente in questo specifico tipo di fobia e, attualmente, sono diverse le ipotesi che cercano di delinearne le cause sia dal punto di vista evoluzionistico che fisiologico.

Frequentemente in questi casi vi è un’emozione di disgusto, ma possono subentrare anche emozioni secondarie di vergogna, questo perché ci si giudica negativamente per la reazione avuta, vi può essere paura di ricevere dall’altro valutazioni negative e di essere giudicati come deboli o fragili.

Proprio per questo è importante che il professionista sia preparato ad accogliere i bisogni di questi pazienti, conoscere la sintomatologia è fondamentale in quanto solo così possiamo normalizzare l’esperienza del paziente, fargli sentire che non è “strano”, che non è l’unico (1 persona su 10 ha questo tipo di fobia) e che siamo preparati anche per questo. Può essere utile far sdraiare il paziente ed invitarlo a respirare profondamente, anche le tecniche di distrazione si sono dimostrate molto utili in questi casi.

La paura generalizzata degli ospedali, che può riguardare un lieve livello di disagio fino ad una vera e propria fobia (Nosocomefobia) è un altro tipo di paura molto diffusa. Di fondamentale importanza è l’atteggiamento empatico da parte del personale sanitario, che favorisca la condivisione di dubbi e domande sulle procedure mediche. Se il paziente è invitato a condividere le proprie perplessità, più facilmente saranno verbalizzati i pensieri disfunzionali sottostanti che potranno così essere modificati con informazioni più realistiche.

Una persona che sta vivendo una condizione di ansia intensa, in situazioni di incertezza sarà più portato ad interpretare gli eventi in modo congruo al suo stato d’animo. Fornire informazioni corrette al paziente sulle procedure a cui dovrà essere sottoposto, senza dare nulla per scontato, può essere molto utile per ridurre l’ansia in queste circostanze.

In ambito sanitario infine non è infrequente doversi confrontare con l’ansia legata alla possibilità di avere una malattia. Questa può andare da una lieve preoccupazione fino a forme più gravi tali da assumere valenza patologica. Il DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition) ha inserito nella sua ultima versione, il Disturbo da ansia di malattia che è caratterizzato da un elevato livello di ansia rispetto alla propria salute, la tendenza ad allarmarsi facilmente, comportamenti di controllo del proprio corpo o al contrario, di evitamento

Frequenti in questi casi la ricerca su internet di spiegazioni inerenti ai sintomi fisici. Il motivo della ricerca è la speranza di una rassicurazione che però difficilmente viene trovata, al contrario spesso la reazione d’ansia viene accentuata davanti alle informazioni contrastanti o allarmistiche di cui è piena la rete.

Molto spesso queste persone hanno una storia di relazioni interpersonali in cui gli altri minimizzano la loro sofferenza: “non hai niente” “è tutto nella tua testa”, in realtà ci troviamo di fronte ad importanti reazioni di ansia e, di frequente, ad una compromissione della qualità della vita. Nei casi di sospetto diagnostico, è importante rimandare ad un professionista della salute mentale.

Come tutte le emozioni, anche l’ansia ha un valore adattivo-evolutivo, ci permette di percepire il pericolo, di prepararci al meglio per fronteggiarlo. Tuttavia abbiamo visto come elevati livelli di ansia possono essere deleteri fino ad assumere la forma di un vero e proprio disturbo. In ogni caso non basta la “forza di volontà”, come a volte erroneamente si pensa, purtroppo questo tipo di credenze non fa altro che aumentare lo stigma, ritardare la richiesta di un aiuto professionale e aprire la strada ad emozioni secondarie come la vergogna o la tristezza, favorendo infine l’isolamento.

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