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oncologia

24 luglio, il mio indice di frattura

di Lucia Teresa Benetti

Il 24 luglio di alcuni anni fa… La mia Vita si è sconvolta. Certo che ricordo e ricorderò sempre quella data. Indica la frattura della mia Vita. Lucia prima e Lucia dopo. È lo spartiacque. Quella data che mi fa dire: ”prima io..” e “ora io..”. È la data che oggi mi ha fatto tremare il cuore. Perché ho ricordato. Tutto. Anche gli infermieri che mi hanno accolta, mi hanno adottata, consolata, abbracciata, fatta sorridere. Che avevano capito la mia disperazione.

Non sono quel pezzo di colon mangiato dal cancro. Io sono ancora Lucia

Nella Vita di ognuno ci sono date importanti nel bene e nel male che si fatica a dimenticare. Ci sono nascite, compleanni, incontri, esami dati, diplomi e lauree. Ci sono incidenti, dispiaceri, baruffe e rotture. Ci sono morti.

Date che ci fanno sorridere o che dipingono nuovamente dentro ai nostri occhi pennellate di tristezza.

Poi ci sono quelle date che portano con sé altri sentimenti, altre situazioni, altre emozioni. Sono date che io chiamo di indice di frattura.

Date che ci riportano al momento esatto (io ricordo anche l’ora) in cui la nostra Vita è stata sconvolta da una diagnosi di malattia grave. Nel mio caso, il cancro.

Ricordo ancora perfettamente - io che non bado a certe cose - com’erano vestite le persone che, insieme a me, attendevano di essere visitate. Mi tornano alla memoria i rumori intorno, la voce del medico che mi cerca, io su quel lettino che tento di fare ancora la spiritosa (“Cos’è? Un tumoraccio?” e lo dico ancora sorridendo…).

Lui che non risponde, il pallore del viso di mio marito quando, dopo essermi rivestita, il chirurgo mi richiede cosa volessi sapere (”Sì, è un cancro e bisogna anche operare subito o arrivare a Natale sarà dura”).

Io che spengo il cervello, io… io che non esisto più.

Ritorno ad essere Lucia tanto tempo dopo

Prima di riprendere coscienza passerà una settimana. Quei giorni io non li ricordo più. Certo li ho vissuti, ma non ho la minima idea di cosa possa aver fatto, detto, programmato durante quelle ore che mi dividevano dall’intervento.

Ma non ero ancora Lucia. Quella era ancora un bravo soldatino senza nome che subiva.

Subiva il dolore senza manifestarlo, piangeva le sue lacrime versandole “per dentro” per non ferire, per non angosciare le persone accanto.

Mi avevano abituata così. A non piangere mai davanti alla gente. A non fare la lagna. E io non piangevo mai davanti alla gente e non facevo (e credo ancora di non farla) mai la lagna.

Però piangevo “dentro” e urlavo senza emettere suoni, mi disperavo, perché nessuno mi vedeva, mi straziavo davanti a domande, paure, terrori che ancora non sapevo buttare fuori. Ma che mi laceravano.

Perché, ahimè, quando si arriva in ospedale tutti corrono. Tutti hanno mille cose da fare. Tutti sono là per guarirti, pochi per prendersi anche Cura di te

Poi io che riprendo fiato. Io che non scalpito più. Non perché mi sia rassegnata, ma perché pian piano la parte più razionale di me comincia a riprendere coscienza. Incomincia a rimettere ordine nel cuore e nel cervello.

Incomincia a urlarmi dentro che io non sono quel pezzo di colon mangiato dal cancro. Io sono ancora Lucia. Esattamente com’ero prima.

Lucia capace di scalare montagne. Lucia capace di fare le pazzie più impensabili per amore.

Lucia, che molla tutto incurante di comodità sicure, di comode poltrone, di affetti rassicuranti. Lucia, che si butterebbe anche nel fuoco per quel senso di giustizia che, per fortuna, non è mai andato a scemare.

Lucia casinara, Lucia madre, Lucia innamorata, Lucia triste, Lucia emozionata, Lucia persona. Ancora persona.

24 luglio di alcuni anni fa. Un primo incontro

Non solo con il cancro di cui diventerò quasi amica, meglio compagna di Vita. Ma un incontro importante con un medico amico: uno che fa parte di quella percentuale bassissima (1 ogni 5), ma che se hai la fortuna di trovare nella tua strada allora sei salva.

A lui devo la Vita. Se non quella fisica (in gran parte anche quella) quasi totalmente quella psichica.

Mi ha portata sul piano della normalità. Mi ha aiutata a guardarlo in faccia questo cancro. Ha capito (ascoltandomi) la mia assoluta necessità di sapere, conoscere ogni cosa per poter combattere.

Per accettare. Sapevo e accettavo: la terapia, la situazione, la paura. E accettando sconfiggevo ogni fantasma.

Rafforzavo la convinzione che non ero finita. Che potevo ancora tornare a vivere. Con difficoltà, certo, ma vivere.

Mi ascoltava con pazienza. Chissà, forse lo avrò anche annoiato, sicuramente distrutto con tutte le mie chiacchiere, domande quasi trabocchetto e ancora domande e richieste di risposte davanti a perché che esistevano, spesso, solo nella mia mente.

Ma mi ascoltava. Sempre. Mi ascoltava e lo sentivo complice. E quando qualcuno è complice con te tu non sei più sola. E io non lo ero più.

Quando parlavo con lui io diventavo nuovamente Lucia. Lucia persona. Non quella del colon.

Sono stati mesi lunghi, lunghissimi. E io sempre a correre da lui, a dire le mie fatiche, a chiedere una rassicurazione, a ricominciare a prendere fiducia e coscienza.

Ad aiutarmi a costruire dentro di me una nuova Vita fatta di quel “prima” prezioso e indispensabile, con quel nuovo vissuto pieno di dolore e speranza, ma anche ricco di incontri e di emozioni vere.

Il 24 luglio di alcuni anni fa… La mia Vita si è sconvolta. Certo che ricordo e ricorderò sempre quella data. Indica la frattura della mia Vita. Lucia prima e Lucia dopo. È lo spartiacque. Quella data che mi fa dire: ”prima io..” e “ora io..”. È la data che oggi mi ha fatto tremare il cuore. Perché ho ricordato. Tutto.

E davanti ho rivisto questo nuovo film con i vari interpreti. Tutti importanti.

Infermieri che mi hanno accolta, mi hanno adottata, consolata, abbracciata, fatto sorridere. Che avevano capito la mia disperazione di essere lontana dalla mia città d’origine, dai miei cari, dagli amici, da quelle sicurezze che aiutano a vincere le giornate.

Infermieri che hanno saputo spingermi verso la Vita con la dolcezza e la fermezza di chi non fa solo iniezioni o dispensa pilloline, ma sfiora i cuori e le menti senza porsi domande di tempo che manca o di tempo donato

Medici preparati e attenti. Medici preparati, attenti e capaci di avere Cura del proprio paziente, indipendentemente e oltre le delibere e le statistiche da rispondere o da compilare.

Compagni di viaggio. Compagni che non ci sono più. Ho rivisto quegli occhi spaventati. Esattamente com’erano i miei. Ho risentito voci timorose. Esattamente com’era la mia.

Ho abbracciato ancora quei cuori, quei dolori, quelle speranze e mi sono ripromessa di continuare su questa strada finché sarò in grado di farlo.

Editorialista
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