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editoriale

25 aprile: la storia di Franca

di Giordano Cotichelli

C’è una ragazza, ventenne, un po’ esile, non molto alta. Sta ferma su un marciapiede e fissa il portone di un grande palazzo dall’altra parte della strada. È l’entrata di un albergo: l’Hotel Regina. Alle sue spalle, poco distante in Via dei Filodrammatici, c’è il Teatro alla Scala e quasi di fronte a lei, in linea d’aria, c’è il Duomo. Lei si trova lì, quasi all’altezza dell’angolo fra Via Silvio Pellico e Via Santa Margherita. Guarda il portone dell’albergo con risolutezza, quasi con metodo, cercando di cogliere ogni più piccolo movimento. Una fila di sacchi di sabbia occupa per diversi metri il marciapiede antistante l’albergo e ricorda come quel luogo non sia più la meta del turismo ricco della città. C’è una guerra e niente è più come prima.

Qualcuno potrebbe dire che il 25 aprile è una festa divisiva

Milano è lo spettro di sé stessa. I milanesi sono tanti piccoli spettri che vagano per una città lunare. Le vie non si riconoscono più. Le strade sono scomparse in una selva di buche, macerie e facciate incenerite di palazzi che si arrampicano inutilmente verso un cielo. Di qualche edificio sono rimasti solo i muri perimetrali, o appena una parte, sghemba, asimmetrica, contorta che sfregia l’orizzonte e rendono più pesante il cuore. Il cielo è più grigio di sempre, rotto in qualche punto da rigagnoli di fumo nero, viscido, colloso, maleodorante e putrido come la morte, che salgono verso l’alto.

Da qualche giorno non bombardano più, ma gli animi continuano ad essere intossicati di terrore. Un rumore, una folata di vento, anche il richiamo di un passante, fanno scattare subito gli occhi verso l’alto. Da lì viene la distruzione, la fine di ogni cosa. E poi ci si guarda intorno e si ha paura di tutto e di tutti. E poi ci si guarda intorno e non si ha più paura, ma si aspetta solo una fine che forse non verrà. O forse sì.

La guerra è questo: un limbo infinito di dolore in cui si va avanti, perché altrimenti non si può fare. Se qualcuno da un palazzo ti spara non lo puoi prevedere; e anche se qualcuno ti previene che da lì non devi passare, non basta perché… perché è da lì che devi passare. Non puoi fare un’altra strada, altrimenti sei costretta a fare un giro di centinaia di metri, se non qualche chilometro, per arrivare in posti dove prima, se mai c’è stato un prima, ci mettevi cinque minuti per andare e tornare.

Si cammina veloci. Si cammina piano. Si fugge e ci si guarda circospetti. Si resta immobili e si fa correre lo sguardo, più veloce di un cuore che scoppia in petto. La vita non vale più niente, perché è l’ultima cosa che ancora non ti è stata portata via. Se qualcuno da un palazzo ti spara, forse tutto questo orrore potrà terminare.

La ragazza è ancora lì, continua a fissare l’edificio dall’altra parte della strada. Poco prima è passata da casa dell’Amalia. La Sciura Amalia! Quella che sta in fondo la via e che di lavoro infila le perle. Brava e precisa. L’ha trovata seduta con lo sguardo perso nel vuoto in mezzo ad una stanza devastata dalla rabbia di qualche belva vigliacca in divisa. Giorni prima, i fascisti sono entrati in casa e le hanno ammazzato il figlio di diciotto anni davanti agli occhi.

Franca, questo il nome della ragazza, non è riuscita a fare niente per la Sciura Amalia, e dopo essere restata lì per un po’ se n’è scappata via con un senso di impotenza cattiva di fronte a qualcosa di troppo grosso da sopportare. La rabbia le ha serrato la gola quasi soffocandola, premendole il petto, peggio della tisi. E così, col fiato strozzato, è arrivata lì, davanti all’Hotel Regina quasi senza accorgersi della strada fatta. Ora non resta che aspettare che quelli di dentro vengano fuori, con le mani alzate, i visi abbassati ed un filo di paura in corpo che li faccia sentire umani.

Ehi tu! Togliti da li davanti, ancora può essere pericoloso, gli fa all’improvviso una voce da dietro un riparo di sacchi di sabbia, dove si è posizionato, un po’ più in là, un gruppetto di partigiani appena arrivati. Franca si volta verso di loro, accenna un sorriso e torna a fissare l’entrata dell’Hotel Regina. Lì dentro c’è il comando delle SS e della Gestapo; sede di torture e di assassini, espressione istituzionale più immediata della repubblichetta (così la chiamano gli antifascisti) di Salò, lo stato fantoccio collaborazionista della Germania nazista. Il presidente in carica, mai eletto dal popolo, è Benito Mussolini.

E voi chi siete? Franca si volta dalla parte opposta del gruppetto di partigiani e ne vede un altro che però, probabilmente, era lì già da un po’. Non se n’era accorta. Qui ci siamo noi che siete venuti a fare? Siamo della Brigata Bruzzi Malatesta e veniamo dal Niguarda. Ci ha mandato Di Gaetano. Di Gaetano Salvatore? – esclama uno – Ma chi l’anarchico liberato da San Vittore grazie alle medicine dei medici borghesi e alle cure delle suore infermiere? Beh! Allora è vero che è scoppiata la rivoluzione.

Si, si! La rivoluzione per mandare via questi corvacci neri. Al Niguarda, al Policlinico e a San Vittore! Non c’è rimasto che il resto della città. Questione di poco! Te ragazzina vieni via da lì che ancora non è sicuro. Io aspetto che escano con le mani alzate, risponde Franca volgendo il capo ora verso un gruppo, ora verso l’altro. Quelli non escono finché non sono arrivati gli americani, qualcuno gli fa eco. Ho aspettato cinque anni, qualche ora di più è poca cosa, conclude lei tornando a fissare l’Hotel Regina.

Dopo un paio d’ore però il portone non si è ancora aperto e Franca alla fine è tornata a casa, dove ha ritrovato il padre da poco arrivato dalla Svizzera, dove si era rifugiato. Un saluto, un abbraccio forte come la voglia di vivere che torna a farsi sentire e che dura un’eternità ritrovata fino al momento in cui esce di nuovo in strada. Vuole andare a Piazzale Loreto.

Ha saputo che lì ci sono i corpi di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi fascisti, appesi a testa in giù, penzolanti dalla tettoia della stazione di benzina. Prima di congedarsi dal padre, Franca dirà: Vado a Piazzale Loreto. Ci vado perché soltanto quando avrò visto con i miei occhi riuscirò a convincermi che l’incubo è davvero finito. Come la giovane milanese faranno altre centinaia di persone in quella afosa giornata di aprile, radunandosi a Piazzale Loreto, dove sono stati scaricati i corpi dei fascisti fucilati. Dove, proprio lì, il 10 agosto dell’anno precedente, 15 partigiani erano stati sommariamente fucilati per rappresaglia. Dopo l’esecuzione fu impedito ai parenti, per tutta la giornata, di avvicinarsi ai corpi delle vittime.

Nei giorni successivi Franca potrà abbandonare il falso cognome Pernetta con il quale si era nascosta per cinque lunghi anni e riprendere così quello di Norsa, della sua famiglia ebrea. A dire il vero Franca sostituì anche questo cognome, non più per motivi razziali, ma per esigenze artistiche, facendosi conoscere da tutti gli italiani come Franca Valeri, attrice di cinema, televisione e teatro famosa per tutta la seconda metà del XX secolo.

NurseReporter

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