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Editoriale

25 novembre 2023: contro il narcisismo del potere

di Giordano Cotichelli

Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È stata istituita nel dicembre del 1999 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per avere un punto fermo sul calendario che ricordasse la necessità di estirpare la malapianta del femminicidio. La data è legata alla tragica storia delle sorelle Mirabal, simbolo estremo di tutte le donne uccise dalla violenza di una società patriarcale e misogina. Le sorelle Mirabal appunto il 25 novembre di oltre mezzo secolo fa (era il 1960), dopo aver fatto visita ai rispettivi mariti imprigionati per motivi politici, furono vittime di ratto, tortura, stupro e omicidio, nella Repubblica Dominicana del dittatore Rafael Leònidas Trujillo, per mano dei militari al potere. Una storia orrenda, ma esemplare dello stretto legame fra violenza, femminicidio, potere e società; quella società gerarchica declinata tutta al maschile, anche quando governano le donne, certe donne, preoccupate di far peggio dei loro predecessori politici maschi. Una società, come quella italiana in particolare, dove alcuni si vantano di miti fondatori legati alla nascita di una città – eterna – seguita al rapimento di un gruppo di donne: il famoso ratto delle sabine di romanica memoria.

Ci vorrà molto di più di un Ddl per eradicare tutto questo

Questo mondo e questa vita, questa società e questa umanità possono e devono essere migliori, per tutti e per tutte, senza esclusioni di sorta, ripetendo per questo: “Non una di meno”.

In questa giornata, un po’ in tutta Italia ci saranno cortei e manifestazioni, iniziative di piazza e dibattiti di vario genere, legati non solo al rispetto della scadenza commemorativa, ma in relazione al profondo trauma di uno degli ultimi femminicidi avvenuti in questo paese, quello di Giulia Cecchettin e al fatto che la famiglia della giovane assassinata, specie nel dolore disperato della sorella Elena, che ha chiamato in causa la dimensione globale e sistematica di un fenomeno.

Tali sono state le parole di Elena, che prodi leoni da tastiera e da poltrona – ed anche da velina – hanno come sempre sparso letame per confondere le acque e far passare una vergogna della società come se fosse una vergogna della persona e della famiglia.

Per fortuna molti hanno sentito il dovere di farsi megafono dello sconforto della famiglia di Giulia. In qualche università ed in qualche città si è manifestato, senza aspettare la scadenza del 25 novembre. E fra le tante voci, anche qualcuna di origine infermieristica ha fatto sentire il suo peso. A Piacenza, una studentessa infermiera si è laureata con una tesi dal titolo: "Prima accoglienza in pronto soccorso della donna vittima di violenze e valutazione del triage infermieristico".

Un dato di non poco conto in quanto rivela l’importanza del problema all’interno del mondo sanitario, prendendo in considerazione i codici rosa e trattandoli non certamente in reazione ai fatti degli ultimi giorni, ma assumendo il problema come una questione propria anche del mondo assistenziale, per la presa in carico di un fenomeno, il femminicidio, che ha numeri sempre più intollerabili.

Secondo il Viminale viene uccisa una donna ogni tre giorni per un totale di 106 vittime (al momento in cui si scrive) di cui ben 87 strettamente correlate all’ambiente domestico ed affettivo immediatamente prossimo alla vittima.

Numeri che fanno da eco alla cultura di un paese in cui solo a quasi cento anni dalla sua nascita, nel 1948, le donne hanno avuto il diritto di votare, restando però ancora per quasi un trentennio, sul piano giuridico, in posizione subordinata alla patria podestà maschile all’interno della famiglia fino alla riforma del codice civile del 1975.

Un paese che vede solo nel 1981 l’abolizione del delitto d’onore che, nella sostanza, legittimava l’uccisione della coniuge colpevole di tradimento amoroso. Un paese che dovrà aspettare poi, ancora tre lustri per avere, nel 1996, una legge che considerasse la violenza sessuale un delitto contro la persona e non contro la morale.

Va detto, a ragion del vero, che proprio dietro l’onda emotiva della morte di Giulia, in questi giorni è stata approvato all’unanimità un Ddl per il contrasto della violenza di genere e domestica. Molte le idee legate a progetti educativi sul piano affettivo e relazionale, anche se, per una questione secolare e multidimensionale come è il femminicidio, bisognerebbe fare molto, ma molto di più.

Non basta né una foto di gruppo familiare femminile per dire che il patriarcato non esiste, ma ci vuole una profonda revisione dei meccanismi di sicurezza lavorativa, retributiva, giuridica e formativa nei confronti delle donne e nei confronti dei maschi che debbono essere spronati, come non mai, a farsi promotori e fautori della prevenzione, per non essere più i principali esecutori di un delitto figlio di un narcisismo individuale e collettivo.

Non sarà facile. Non passa giorno in cui i signori del Palazzo dimostrino che loro, figli di un dio superiore, possono tutto, da fermare un treno alla bisogna, a prendere le difese di un parente stupratore, a ripetere all’infinito che c’è una parte della società (la minoranza) che può fare e disfare a suo piacimento del tempo e della vita di buona parte della restante umanità. Un narcisismo tossico e strutturale, saldamente ancorato alla stratificazione di classe, allo sfruttamento, alla discriminazione erette a sistema di governo. Ci vorrà molto di più di un Ddl per eradicare tutto ciò.

Empatia infermieristica

Intanto in attesa di qualche progetto educativo di rilievo, ancora nell’ambito della formazione infermieristica, qualcosa è stato fatto. In un Corso di Laurea di una remota sede provinciale dell’Italia Centrale, a pochi giorni dall’assassinio di Giulia, è stato chiesto alle studentesse e agli studenti di un primo anno, di scrivere il loro pensiero in merito all’attualità degli avvenimenti, dei problemi, dei drammi in corso.

Più che un tema in classe, un vero e proprio esperimento educativo – a costo zero - basato sul nursing narrativo che chiede nell’immediato elaborazione del pensiero, lettura introspettiva, analisi dell’attualità e riordino degli argomenti considerati rilevanti.

Il tutto, lungo una proiezione pedagogica che guarda alla sintesi, all’essenza delle cose da dire e da pensare, ma soprattutto da scrivere, da leggere e rileggere. Giovedì scorso inoltre, sempre in un remoto Corso di Laurea in Infermieristica della provincia italiana – ma da n’antra parte come direbbe il prode Brancaleone – nella lettura finale della cerimonia di consegna delle lauree, una studentessa, anzi, una neo-infermiera, ha ritenuto di legare la dimensione dell’attualità del suo discorso dedicando a Giulia un omaggio corale dell’impegno infermieristico per una società migliore, a partire anche dalla denuncia della violenza contro le donne.

E questo è avvenuto in un’aula magna gremita di pubblico dove un’altra laureanda si è sentita in dovere di distribuire a studenti e docenti, e a chi altri lo desiderasse, alcuni fiocchetti rossi in segno di partecipazione, di empatia infermieristica, o se si preferisce di impegno politico, per un paese migliore di quello attuale.

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