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Buon Natale a chi è in turno e non solo

di Giordano Cotichelli

Ci vuole un po’ di talento (e un po’ di sfiga) per passare le festività al lavoro, in reparto o su strada, davanti ad un monitor dell’Ecg o accanto ad un letto, o anche dietro gli sgabuzzini di un iper-affollato ristorante, sperando che almeno questa volta il padrone due euro di più se li toglierà dalle tasche. Chi aiuta, cura, soccorre, medica, pulisce, ordina, cucina, distribuisce, insomma chi manda avanti la baracca, non solo quella sanitaria, ogni giorno, un momento di pathos in più lo registra durante le feste. Forse a differenza di chi viene soccorso. Chi è rimasto in un letto ospedaliero forse non ha tutta questa energia e salute per cogliere la “magia” del Natale, anche se la vicinanza di un suo simile non può altro che fargli piacere, facendolo sentire meno malato, meno solo, meno ultimo.

Natale al lavoro, questione un po' di talento e un po' di sfiga

Le feste di Natale per gli infermieri hanno la cadenza dei turni: vanno dal pomeriggio del 24 dicembre alla notte del 6 gennaio, per la durata di 15 giorni, ma spalmati su… tre settimane.

Solo chi lavora durante i festivi – e quindi non solo gli infermieri - può capire un linguaggio così contorto, ma che in realtà è abbastanza semplice da leggere attraverso la lente delle ferie da fare, delle festività da ripartirsi, del salto riposo che ti tocca perché, all’ultimo, c’è sempre qualcuno che sta male, che non torna in tempo… che telefona alle 20:45 del 31 dicembre dicendo che ha la febbre e non può fare la notte dell’ultimo dell’anno.

Accade. A me è successo, ad altri pure, ed è un modo di porsi nei confronti dell’etica del lavoro, del servizio, dei colleghi che la dice abbastanza lunga sulla personalità del febbricitante di turno. Del resto il mondo è bello perché è vario ed allora ecco la collega che non può fare la Vigilia perché “Sai i bambini, ci tengono a scartare i regali subito dopo la mezzanotte. E poi devo preparare il pranzo per il giorno dopo”.

Sui bambini, nulla da dire, ma sul pranzo da preparare, qualche volta lo potrebbe fare anche il maschietto di famiglia, anche se le tradizioni sono dure a morire. Vabbè, allora chi fa Natale e Santo Stefano a casa almeno il 31 e Capodanno può lavorare.

In genere tocca ai più giovani, che poi sono anche gli ultimi arrivati. Lavorano varie feste per restare liberi la notte dell’ultimo dell’anno. Ma la ripartizione non è sempre così scontata e molto spesso, nelle riunioni di reparto che precedono le festività, si accende una sorta di guerra fra scapoli (nubili) ed ammogliati (maritate), con strascichi che proseguono dalle varie festività fatte o saltate e che vanno poi avanti per tutto il resto dell’anno successivo.

A volte capita che sia difficile trovare una soluzione condivisa ed allora decide la coordinatrice e poi tutto passa e si resta in reparto nei momenti forse più magici, più carichi di pathos, di tutto l’anno.

Chi sta in area critica sa che vedrà l’ennesimo infarto che non andrà a finire bene, perché il Natale e il freddo, e l’abboffarsi, per due giornate di fila, qualche volta fanno pagare un conto tragicamente salato.

Stesso discorso vale per la notte dell’ultimo dell’anno dove chi più chi meno si prepara ad una guerra fatta di effetti speciali e traumi devastanti e figlia delle stesse polveri che in molti paesi mietono vittime innocenti.

Non poche volte innocenti passanti o altrettanto innocenti bambini fanno le spese di qualche improvvido italiota armato di polvere pirica. Li chiamano giochi pirotecnici, poco hanno di tecnico, niente di ludico e molto un’umanità ridotta in polvere, che si perde nel frastuono della felicità comandata a fine anno.

Alla fine, però, resta il clima di festa

Artificiosamente e pateticamente buono, ma che difficilmente lascia indifferenti. Restano le luci ad intermittenza di un albero lungo la corsia semi-vuota e avvolta nel silenzio.

Restano le luci di un presepe rimediato su un tavolo dell’ambulatorio dove più di una mano ha messo un pensiero per il personale del reparto: l’ennesimo panettone, l’ennesimo pandoro con dentro improbabili farciture e il consueto spumante di una marca non proprio fra le migliori, ma che comunque permette, a chi è in turno, di condividere un brindisi al volo.

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