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editoriale

Feudalesimo italiano e sanitario

di Giordano Cotichelli

In sanità sembra accadere quello che si sta accentuando anche a livello istituzionale: un feudalesimo del XXI° secolo, fatto di contee piccole piccole, con le loro leggi e i loro privilegi. E sembra di tornare al passato, dove l’efficienza del sistema sanitario non era espressione di qualcosa di organico, strutturato, normato o protocollato, ma dipendeva dalla buona, o cattiva volontà del professionista di turno.

L'Italia medioevale chiusa nelle sue corsie e arroccata nei suoi budget

La Scuola Medica Salernitana in una miniatura del Canone di Avicenna

Iniziative molto interessanti in queste ultime settimane in tema di sanità pubblica e assistenza infermieristica. Ci sono state audizioni alla Camera dove si è parlato di prescrizione farmaceutica, adeguamento del Ccnl, riconoscimento della specialistica, carenza numerica e rischi per la salute dell’assistito.

Il tutto in un clima di fervore istituzionale dove la Ministra della Sanità cerca di trovare risorse per l’assunzione dei Medici di Medicina Generale, assicurando che non vi saranno tagli. Buona cosa.

La questione però è che in sanità pubblica, come in qualsiasi ambito del welfare, non improntare aumenti programmati nel tempo per la spesa, significa nei fatti – in un settore in continuo cambiamento fra innovazione e crescita dei bisogni – fare dei tagli.

Il quadro sembra peggiorare, con la prospettiva poi della attivazione, a cura del Ministero degli Affari Regionali, della devoluzione sanitaria dove, a partire dal Veneto prima, alla Lombardia e a molte altre regioni poi, verrà messo in atto il trasferimento di tutta una serie di competenze in tema di sanità pubblica - e non solo – che nei fatti produrranno un rafforzamento dell’autarchia dei vari Sistemi Sanitari Regionali, con regole e servizi differenti in maniera pressoché arbitraria da regione a regione.

Che fine faranno i LEA

Già la miniriforma della sanità Lombarda, varata all’inizio dell’anno, con i suoi gestori ed erogatori di servizi, apre a scenari di privatizzazione abbastanza preoccupanti. I benedetti LEA andranno definitivamente a farsi benedire?

La questione è più complessa. In realtà la tendenza sembra quella di una polverizzazione progressiva dello stato sociale, con la creazione di sacche di benessere (non necessariamente omogenee a livello regionale) conseguenti a direttive nazionali di uno stato che sta rinunciando sempre più alla sua funzione di controllo delegando a mercati e dirigenti locali, poteri di vario tipo, con la conseguenza del prodursi di piccole e grandi disuguaglianze e meschinerie di sorta.

Daspo sanitario

Un esempio su tutti parte dal decreto sulla sicurezza e l’immigrazione, che sembra aver ispirato qualcuno all’introduzione di una sorta di “Daspo sanitario”, tornando alle scelte proposte già durante i governi Berlusconi dove, prima della prestazione sanitaria al bisognoso, veniva la segnalazione autoritaria del bisognoso.

Le regioni, dal canto loro, fra piani di rientro e scelte di vario tipo, sembrano sempre più allontanarsi da una visione d’insieme. Direttori Generali, assessori regionali ed altre figure apicali, si sostituiscono alle funzioni centrali di Roma allargando appalti e privatizzazioni e frammentando ulteriormente l’offerta e l’identità stessa di una sanità pubblica universalistica.

In sanità insomma sembra accadere quello che si sta accentuando anche a livello istituzionale: un feudalesimo del XXI° secolo, fatto di contee piccole piccole, con le loro leggi e i loro privilegi.

Il sindaco/podestà che può tutto proibisce la consumazione libera di cibi o bevande, oppure la vendita in questo o in quel negozio, se gestito da stranieri, o ancora chiede improbabili modelli ISEE alle famiglie con almeno uno straniero, negando di fatto mense scolastiche e trasporti pubblici ai bambini.

Con la scusa del risparmio si fa di tutto nelle asfittiche amministrazioni locali, arrivando, per assurdo, a finanziare anche, in maniera indiretta (ma non troppo) il boicottaggio alla legge 194. Al contrario però, se un Sindaco fa però qualcosa che non è in sintonia con le linee di chiusura culturale e umana dominanti, allargando l’accoglienza, può venire arrestato senza problemi. Cronaca di città piccole e grandi sparse lungo il Bel Paese, che riportano ad un’Italia medioevale piccola, chiusa nelle sue valli e arroccata nei suoi castelli. O meglio chiusa nelle sue corsie e arroccata nei suoi Budget aziendali.

E sembra di tornare al passato. Dove l’efficienza del sistema sanitario non era espressione di qualcosa di organico, strutturato, normato o protocollato, ma dipendeva dalla buona, o cattiva volontà del professionista di turno.

Oggi fa sempre più notizia la nomina di un primario che appare come garanzia che quel reparto, almeno fino al pensionamento del suo direttore, non verrà chiuso. O, al contrario ci si perde nella malasanità del comportamento sbagliato di questo o quel professionista.

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