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Testimonianze

La figura dell’infermiere coordinatore in Psichiatria

di Marco Previdi

EmanuelaFerri

Esperienza della Dott.ssa Emanuela Ferri Infermiera Coordinatrice SPDC Ospedale di Carpi (Modena)

MODENA. La psichiatria e la salute mentale rappresentano un settore importante e strategico per le organizzazioni sanitarie, questo sia da un punto di vista umano ma anche e in particolare a livello sociale. Come sa bene chi ci lavora in questi ambiente lo “stigma” è il callo duro da scalfire.  Ancora oggi, essere “catalogati” come “malato di mente” può rappresentare un problema non solo per la singola persona ma anche per la famiglia e la comunità.

Proprio per questo esistono reti sanitarie e territoriali che accolgono le persone con disagio mentale e lavorano per il reintegro sociale, lavorativo oltre che  affettivo e famigliare.

Per capire meglio cosa significa tutto questo nell’ottica del coordinamento abbiamo intervistato la collega Emanuela Ferri al momento coordinatrice Infermieristica di un SPDC nella città di Carpi (Modena, vedi curriculum vitae)

Emanuela raccontaci la tua storia, da quanto tempo sei coordinatrice?

Ho avuto, in un primo momento, un ruolo di coordinamento informale (facente funzione) dopo pochi mesi che sono arrivata in psichiatria, e assieme alla direttrice, ho iniziato questa esperienza che si è bloccata dopo poco tempo con l’arrivo del mio secondo figlio. Passato questo lieto evento ho ripreso a fare l’infermiera, sempre in psichiatria,  e ho affiancato al lavoro lo studio, prima la maturità e poi il master in funzione di coordinamento. Proprio in quegli anni, 1990, la psichiatria si stava muovendo molto, e tanti servizi stavano aprendo (Residenze, Centri salute mentale ecc.).

Perché hai scelto questa strada e non hai mantenuto la professione?

Per sviluppare nuove realtà. MI piace l’aspetto organizzativo, progettuale. Sono convinta che si debba elaborare, scrivere e condividere.

Qual è la peculiarità di svolgere questa funzione in psichiatria rispetto ad altri settori?

Sicuramente i ritmi. La psichiatria ha un andamento lento ma che è funzionale sia per il personale che per il paziente. Delle volte andiamo in “assenza temporale” proprio come va il paziente. Ecco il coordinatore deve mantenere “l’orologio” attivo rispetto alla formazione, alla interazione con gli altri servizi ed il territorio. Le interfacce sono molte, ad esempio il Diagnosi e Cura si interfaccia con tutte le specialistiche dell’ospedale (chirurgia, ortopedia, laboratorio) ma accanto a queste abbiamo anche la relazione con i servizi sociali, associazioni e le risorse del territorio che mette a disposizione. Il coordinatore deve conoscere queste realtà per permettere la riuscita di una progettualità sul paziente. Nel mio mondo ideale l’Infermiere esce dal reparto e si affianca all’infermiere territoriale.

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso di coordinamento? Hai avuto conflitti con i medici? Mancanza di supporto?

Io mi sono sentita una “mamma” verso gli Infermieri. Quindi molto protettiva ma non perché li conoscessi ma in virtù del mio istinto di accompagnarli verso un obiettivo. Anzi, spesso anche il gruppo infermieristico mi ha guidato. Però la cosa che differenzia il coordinatore rispetto ai professional è la responsabilità organizzativa che racchiude i percorsi e i piani assistenziali. Introdurre cambiamenti è stato difficile. Con la componente medica non ho avuto particolari difficoltà.

Il tuo carico di lavoro è misurabile e come lo percepisci?

Io riesco a misurare il mio carico di lavoro anche perché fa parte del mio essere, organizzare le situazioni. Però, spesse volte, quello che mi frega è il pensare continuamente (alla formazione, a un nuovo progetto o a un cambiamento). Ma il carico è alto quando il reparto diventa complesso, con pazienti difficili e tensioni elevate, da quel momento anch’io mi sento in “dovere” di inserirmi come professional oltre che coordinatrice.

Cosa pensi delle competenze avanzate degli Infermieri coordinatori nell’area psichiatrica?

E‘assolutamente opportuno sviluppare competenze avanzate ed in particolare nella psichiatria. Nell’unità operativa che coordino è presente una collega masterizzata e devo dire che la differenza si sente, in particolar modo nella riabilitazione del paziente. Queste competenze avanzate mi permettono di parlare di percorsi SPDC e territorio con professionisti che ne riconoscono il valore e le potenzialità. Anche altre figure come il Tecnico della riabilitazione psichiatrica rappresenta una risorsa fondamentale che può sviluppare altrettanti percorsi di reintegro attraverso una moltitudine di progetti. Nel nostro caso abbiamo creato un’attività di “tai chi chuan” con pazienti e operatori. Un’attività di gruppo come questa diminuisce il livello di asimmetria tra pazienti e professionisti “abbassando” la posizione dei ruoli senza perdere, ovviamente, l’identità di ognuno.

Quale futuro pensi abbia la figura dell’Infermiere coordinatore in psichiatria? Come ti vedi fra 10 anni?

Mi vedo vicino alla pensione e spero di essere sopravvissuta, questo perché il coordinamento lo vedo molto in affanno. Credo sia necessario, dopo qualche anno di lavoro, direi cinque anni, ruotare posizioni (sempre all’interno del settore psichiatrico). E’ vero può essere difficile, ma è importante portare lo sguardo della propria esperienza da coordinatore, come nel mio caso di un SPDC verso il territorio e viceversa, per arricchire, sviluppare e prendere visione di realtà differenti seppur collegate.

Puoi lasciare un messaggio per i nuovi coordinatori nell’area psichiatrica?

In termini generali bisogna pensare che il contributo di tutti è importante ed arricchisce la professione. Per chi è nuovo nella psichiatria occorre osservare e guardarsi intorno. In particolare nel primo periodo. L’imprinting iniziale in questo settore è fondamentale ed è sarò di aiuto quando si inizierà a prendere consapevolezza dell’insieme attuando possibili cambiamenti.

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