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Le 3 D: Diabete, Depressione e Demenza senile. La correlazione fra i tre eventi

di Laura Brunelli

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CESENA. La genesi della demenza senile e della depressione, intese come condizioni cliniche tendenzialmente croniche, sono fortemente correlate all'equilibrio glicemico. Curando bene il diabete, si riduce il rischio e la progressione delle altre due D. La correlazione tra diabete e depressione, condizione clinica intesa come la rottura di un equilibrio e una conseguente caduta verso il basso dello stato d'animo compromettendo lo stile di vita, ha i seguenti numeri statistici: una persona diabetica su tre, è stata o è clinicamente depressa.

Ciò è dovuto al fatto che i pazienti diabetici, spesso in sovrappeso o obesi, sono stressati: devono gestire l'insoddisfazione verso sé stessi, costruendosi una corazza di protezione dall'ambiente esterno. L'autostima è ridotta dalla sensazione di non avere il controllo verso il proprio atteggiamento alimentare: mangiano quindi in modo eccessivo e incontrollato qualsiasi cosa, soprattutto prodotti alimentari confezionati, in quanto a casa non cucinano.

 

Mangiare senza controllo rappresenta un'autocura per rispondere a una situazione psicologicamente deturpante: ansia, paura e solitudine sono gli stati d'animo che li accompagnano quotidianamente. Tutto ciò, poi, si rifletterà in un aggravamento della patologia.

 

Importante è anche sottolineare che il paziente assumerà nei confronti del team di riferimento, un atteggiamento di scarsa o nulla compliance: oltre a non seguire i consigli alimentari, assumerà in modo scostante la terapia farmacologica. Va anche ricordato che l'assunzione di farmaci antidepressivi, hanno come effetto secondario un aumento del peso ponderale perchè stimolano l'appetito. Si riesce a controllare il tono dell'umore ma al contempo ci sarà un aumento del peso che andrà ad aggravare il diabete.

 

Da sottolineare come questi farmaci vengano impiegati male e prescritti per periodi di tempo spesso più lunghi del necessario, creando, di riflesso, una vera e propria assuefazione e dipendenza.

 

  • Le soluzioni al problema nella relazione diabete – depressione potrebbe pervenire da un maggior coinvolgimento del paziente nel team diabetologico, dotato anche di una esperto psicologo;
  • impiego di farmaci come gli analoghi del GLP -1, ormone che secreto dopo i pasti controlla la glicemia, aumentandone la secrezione da parte delle cellule Beta del pancreas, inibisce la produzione di glucagone (antagonista dell'insulina) e rallenta lo svuotamento gastrico, diminuendo in tal modo il senso di appetito.

 

 

Concludendo, l'associazione tra diabete e depressione è un binario a doppio senso. Come e perchè sono stati scoperti in parte, ma sappiamo che l'insulina funziona come un neurotrasmettitore, analogamente alla serotonina, definita come “ormone della felicità”.

 

Ognuno di noi, invecchiando, perde in parte la propria capacità cognitiva, intesa come facoltà dell'essere umano di adattarsi ai mutamenti dell'ambiente esterno e, si possono avere anche difficoltà nell'orientamento spazio – temporale. I diabetici hanno maggior probabilità di sviluppare demenza o MCI (Mild Cognitive Impairment – deterioramento cognitivo lieve).

 

La demenza può essere di origine vascolare o dovuta a una degenerazione del tessuto cerebrale. La prima causa è maggiore nei pazienti diabetici, in quanto è proprio la patologia che porta ad occlusione di arterie e capillari nel cervello con esiti che possono anche essere macroscopici, come l'ictus.

 

Occorre quindi che il diabetico tenga sotto controllo i valori glicemici, non solo prettamente legati alla misurazione di glicemia ed emoglobina glicata ma, soprattutto, evitando quelle che possono essere le escursioni giornaliere, in senso di picchi di ipo o iperglicemia. La variabilità glicemica giornaliera può essere controllata tramite l'holter glicemico o CGM (Continuous Glucose Monitoring), strumento portatile che tramite un piccolo sensore impiantato nel sottocute, registra di continuo la glicemia, permettendone così una perfetta visione quotidiana.

 

Un'altro strumento molto utile che potrebbe addirittura essere utilizzato come test di screening, è l'esame del fundus oculi. Esso consente di studiare i piccoli vasi della retina, potendo fare previsioni sullo stato del microcircolo cerebrale. Nelle persone con diabete di tipo 2, la presenza o assenza di retinopatia e la sua gravità sono associati a deficit cognitivi. Un'altro anello di congiunzione tra diabete e deficit cerebrale è rappresentato dalla sedentarietà: è provato e risaputo che il costante esercizio fisico, così come quello intellettuale, fanno bene al cervello.

 

Ma che rapporto esiste tra diabete e malattia di Alzheimer? Un legame è dato dall'insulinoresistenza, che compromette l'attività delle cellule cerebrali, determinando i disturbi tipici della malattia. Il cervello non solo ha una sua produzione di insulina ma, in tante aree, vi sono un gran numero di recettori per l'ormone. Il legame tra i due è dato da un enzima, chiamato Degrading Enzyme (IDE), che degrada sia l'insulina che la proteina beta amiloide. L'insulinoresistenza sottrae tale enzima alla beta amiloide che non riuscendo a degradarsi si accumula nei neuroni generando le placche tipiche della demenza di Alzheimer.

 

A questo proposito, taluni scienziati sono arrivati ad introdurre il concetto di “diabete tipo 3”. In conclusione si può affermare che la demenza senile si può definire come una delle tante complicanze del diabete, anche se non è esclusiva della patologia.

  

1 Balestri M, Marino R., 2012, Modus: periodo di medicina, salute e vita pratica per diabetici e non, 2012, La Roche, pp. 39 -42

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