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editoriale

L'uomo e il sisma. La notte di Mirandola

di Marco Previdi

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MODENA. A volte sono preso dallo sconforto. Fare l’Infermiere per una intera vita? Turni massacranti, fine settimana al lavoro e ferie con il telefono che squilla e il numero sul display ormai conosciuto del Pronto Soccorso.

Ma oggi tutto è più chiaro. Perché questo? Perché il destino mi ha messo alla prova, e non poco.

 

Nella notte tra il 19 e 20 maggio alle ore 04:03:52 la vita mi cambia e cambierà a molti. Una scossa di Magnitudo 5.9 mi fa sobbalzare dal letto e cadere a terra, mi alzo e mi sento instabile come ubriaco, corro verso l'uscita, ma mi scontro con il muro. Non riesco a stare in piedi. Arrivo alla porta a fatica ed esco. Il cuore mi batte a mille, sono sudato, confuso. Non riesco a pensare. Mi guardo intorno e le luci dei lampioni si spengono. Il buio e la terra che trema sono un mix terrificante. Qualche secondo e mi capacito della gravità della cosa.

 

La gente si riversa nelle strade, impaurita e priva di parole. I pianti si sommano in un lamento che ricorda un girone dantesco. L’umanità come la conoscevo appare spogliata del suo velo dominante in questa terra e appare misera contro la natura. Passa qualche minuto, mi siedo a terra con le mani sulla testa quasi a cercare conforto e protezione.

 

I primi pensieri affiorano e vanno ai miei genitori, alla mia fidanzata Erika e ai miei familiari. Stanno bene? Sono vivi? Provo a telefonare, ma la linea è occupata. Riprovo e riprovo ancora senza accorgermi che tutta le persone al mio fianco stanno facendo la medesima cosa. Cerco di ragionare. Prendo la macchina e mi reco in strada. Nel procedere con il veicolo vedo un fiume di persone riverso sulle strade, chi corre, chi è abbracciato al proprio figlio e chi cerca aiuto.

 

Procedo con la macchina a rilento, la strada è piena di altre vetture e di persone. Arrivo dai miei genitori e trovo mia madre in strada. Leggo nei suoi occhi la paura di un evento che fin da quando ero piccolo la terrificava. Il terremoto si era avverato.

 

Con lei mio padre impietrito e impotente. La paura mi assale, quando il cellulare squilla. È Erika e mi dice che sia lei che i sui genitori stanno bene. Il tempo pare fermarsi, ma la terra non sembra volerne sapere e continua a muoversi. All'improvviso un pensiero mi assale e invade prepotentemente la mia testa.

 

Ci saranno feriti, morti? Penso al Pronto Soccorso e ai miei colleghi. Troppo pochi per fronteggiare un evento simile. Guardo mia madre, le accarezzo il volto pieno di lacrime e le dico che devo andare.

 

Lei mi abbraccia e senza dir nulla si allontana. Ritorno in macchina e mi reco in PS senza accorgermi che ero ancora in pigiama. Non mi importa. Arrivo e trovo le porte dell'inferno aperte.

 

Tantissime persone, spaventate, con ferite in diversi punti, bambini che piangono e in ultimo i miei colleghi. Ci abbracciamo e ci guardiamo negli occhi. Basta questo per capirsi. Mi metto la giacca con la scritta Infermiere e dentro di me si attiva qualcosa.

 

È ora di congelare le paure e di mettersi al servizio dei cittadini. Viene allestita una tenda provvisoria nella quale si svolge l’attività di assistenza, molto semplice quasi da guerra. Volti si susseguono ai miei occhi. Anziani, giovani, bimbi impauriti, stranieri, ma tutti con la stessa espressione di paura.

 

Non c'è differenza, anzi tutto sembra azzerato come se il mondo con tutti i suoi dogmi e ipocrisie fosse saltato. Si riparte da zero. Ricordo il volto dei miei colleghi al cambio turno, pallidi e tremolanti per i morti e feriti visti durante il proprio lavoro. E non si sapeva quando e se sarebbe finita.

 

Tutto questo è solo uno spaccato di vita di un periodo molto lungo, che ancora deve terminare. Vedete la foto dietro alle mie spalle? Il soggetto non è solo un infermiere o un collega, ma un uomo che è nato vissuto in questo territorio che si trova di fronte a una scelta. La scelta di credere in se stesso e nella realtà che ha di fronte. Un marea di macerie? Non solo, ma anche una sfida!

 

La sfida di tutelare e rendersi garante della salute dei cittadini. Che sono le persone che hanno investito tempo, denaro ma anche passione, sentimenti in questo territorio e quindi nella casa che vedete martoriata dal sisma.

 

Poche ore dopo il terremoto ho potuto notare e toccare con mano il vero senso delle parole “tutela della salute, diritto alla salute e civiltà”. Ho visto colleghi Infermieri, Medici, Oss, Tecnici che con una totale abnegazione, si sono resi garanti della salute dei cittadini.

 

Lavorando in condizioni disumane, efficace il nostro operato. Tutelare non solo la salute fisica ma anche mentale, psicologica. Una carezza, un sostegno in un momento di crisi, dove la terra, la tua amata terra, sembra cedere! Un marea di persone in cerca di assistenza si sono rivolte a noi e nessuno e rimasto senza risposte e abbandonato!

 

Noi lavoratori pubblici, noi che dobbiamo tutelare non solo la salute ma anche la digntà di essere umani, e quindi di valori. Per concludere un pensiero va a tutti i colleghi che erano presenti nella notte del sisma, e la mattina del 29 maggio, che hanno vissuto il loro peggior incubo, ma nonostante questo sono rimasti nel loro posto di lavoro a tutelare i cittadini e i pazienti in quel momento ricoverati, anche oltre il loro orario lavorativo pur essendo loro stessi terremotati.

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