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Il maltrattamento in RSA: persone o sistemi maltrattanti?

di Redazione

Anziani maltrattati prato

Cosa c’entra l’infermiere? Se lo sono chiesti i partecipanti al congresso fiorentino organizzato dall'Associazione dei Manager del Sanitario e del Sociosanitario.

FIRENZE. Si è tenuto nei giorni scorsi a Firenze un interessante convegno dal titolo “Il maltrattamento in RSA: persone o sistemi maltrattanti?". L’evento è stato proposto da ANSDIPP - Associazione dei Manager del Sanitario e del Sociosanitario, in collaborazione con A.R..S Toscana, l’azienda Montedomini e la cooperativa Di Vittorio.

Il titolo già di per sé provocatorio, prepara alle riflessioni della giornata, che si è sviluppata in due step. Il primo durante la mattina, “Il maltrattamento dell’anziano, dinamiche relazionali ed istituzionli” moderatore la dott.ssa Laura Belloni, responsabile del centro regionale sulle criticità relazionali per la Regione Toscana. Il dott. Dino Mazzei, psicologo e psicoterapeuta, direttore I.T.F.S., presidente AITF, ha proposto la lettura dei comportamenti sulla base della teoria degli stili di attaccamento. Secondo la lettura del dott. Mazzei esperienze di violenza subite possono facilitare comportamenti aggressivi. Ma l’individuo è inserito in un contesto che crea le condizioni perché questi comportamenti possano esprimersi.

Nel pomeriggio il dott. Riccardo Romiti, consulente di sviluppo organizzativo e la dott.ssa Antonella Maurizio, responsabile dei Servizi Socio Assistenziali della ASP Pedemontana di Cavasso Nuovo (Pordenone), hanno affrontato il tema dei contesti maltrattanti.

Ritenere che la responsabilità dei maltrattamenti sia esclusivamente personale può essere fuorviante e può far sì che le organizzazioni non leggano le proprie responsabilità. Da questa riflessione nasce la provocazione del titolo del convegno “Il maltrattamento in RSA: persone o sistemi maltrattanti?" e lo sviluppo delle tematiche del pomeriggio.

Il convegno affronta un tema delicato, ma sempre più urgente. Gli episodi di maltrattamenti si moltiplicano e mettono davanti ad una scenario che sarebbe impensabile, ma che è realtà. Pensare che siano episodi eccezionali diventa sempre meno sostenibile, e la riflessione da parte della società e delle organizzazioni diviene obbligatoria.

La consapevolezza che organizzazioni stesse possano contenere la condizione che degenera i comportamenti è fondamentale per individuare responsabilità che superino quella individuale. Allora, come creare un ambiente non maltrattante? Come generare meccanismi proattivi?

Personalmente ritengo che il primo seme del maltrattamento abiti tutte le nostre strutture, residenze ed ospedali, indifferentemente.

Credo che ci sia bisogno di considerare la radice di tutto: il concetto che istituzionalizzazione è reclusione. Sia essa più umanizzata e personalizzata è di per sé abuso, che “concede” a chi la applica benefit esclusivi che altrimenti non sarebbero giustificabili: impone le proprie regole, si appropria del tuo corpo, delle tue decisioni.

L’ospedale per lo stato di necessità sanitario, le residenze per lo stato di necessità sociale.

Tutti coloro che operano nelle residenze devono applicare protocolli, procedure e piani di lavoro, che devono generare prestazioni quantitativamente accettabili dal sistema/direzione, troppo spesso la dimensione qualitativa passa in secondo piano o non è valutata. Con che criteri si seleziona il personale? Con quali strumenti si gestiscono le risorse umane/professionali? Forse troppo spesso prevale l’obiettivo del risparmio.

Non voglio in nessun modo alleggerire le responsabilità personali delle atrocità che vediamo nei video, che ritengo siano abominevoli. Non voglio assolutamente affermare che ciò che ho scritto giustifichi in nessun modo i maltrattamenti, ma se vogliamo che questi comportamenti emergano, vengano bloccati prima che danneggino, dobbiamo accettare di guardarci allo specchio prima che nei filmati delle telecamere.

L’organizzazione delle residenze in Toscana non prevede il coordinamento, ma ha uno standard di personale infermieristico che può progettare e proporre modelli organizzativi che creino ambienti diversi, che vigilino, ma contemporaneamente generino “bel trattamento”.

Da una parte sarebbe necessario pretendere che venga riconosciuta l’importanza del coordinatore infermieristico, che attualmente, se c’è, è spesso affidato a amministrativi, operatori o altre figure, eludendo completamente la norma.

La concezione burocratica dei sistemi qualità invade le nostre realtà assistenziali. I sistemi qualità sono spesso gestiti da ingegneri, certamente esperti in format burocratici che fanno perfettamente combaciare modulistica a codifica, ma che non possono avere le competenze per comprendere la complessità del prendersi cura dell’essere umano.

Propongo a tutti noi una lettura diversa, più pura della qualità, che genera da una visione sistemica e olistica: direi infermieristica!

Cristina Banchi, Infermiera

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