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Editoriale

Ministero delle Disabilità, un dicastero ad altalena

di Giordano Cotichelli

Primi giorni di vita del nuovo governo Draghi. Nuovo, ma non nuovissimo, in quanto in passato altre versioni ne sono state veicolate dal palazzo, ma mai in maniera così diretta. Come inevitabile, a fronte di una maggioranza, tanto forte quanto eterogenea e strumentale, iniziano le prime polemiche: sulla proposta di un nuovo lockdown nazionale, sull’esigua rappresentanza femminile, sulla lottizzazione di sottosegretariati e poltrone di ogni tipo, fino alla questione del Ministero delle Disabilità.

Quello della disabilità è un ministero all’occorrenza

Erika Stefani (Lega), la nuova ministra alle politiche per la disabilità del governo Draghi

In merito a questo, significative sono le parole scritte in un articolo per Repubblica da Jacopo Melio, scrittore, giornalista e politico, da sempre in prima linea sui problemi della disabilità.

Il titolo dell’articolo rappresenta una perfetta sintesi del tutto: Se è un ministero che ci discrimina; messaggio che non poteva essere più chiaro, per una questione decisamente complessa e di non facile analisi.

L’involuzione del dibattito politico a questo punto chiamerebbe in causa la ministra incaricata, parlando della sua persona, delle sue conoscenze e capacità (in un governo di tecnici, perché no?), dell’ideologia che la connota in particolare sul piano delle discriminazioni.

Il rischio però è quello di ripercorrere una metodologia che appiattisce la politica a mero attacco personalistico, discredito soggettivo, tifoseria e sciacallaggio elettoralistico, utili solo a distogliere l’attenzione dalla sostanza dei fatti. Nella realtà diciamo che quello della disabilità è un ministero “all’occorrenza”.

Oggi c’è, ieri no (Governo Conte 2), l’altroieri sì (Governo Conte 1). Insomma, un ministero carsico, che va e che viene, a seconda delle necessità; probabilmente non dei disabili che, quelle, sono sempre fin troppo presenti

Un dicastero ad altalena, come quello delle politiche giovanili o della famiglia o altro. Quasi viene da pensare ad una Cassa del Mezzogiorno versione terzo millennio. Mi fermo qui per non sembrare – ancora – troppo polemico, fazioso, strumentale e in malafede, almeno prima di non aver finito di scrivere questo pezzo.

Credo però sia degno d’attenzione ciò che ha scritto a suo tempo l’ANFFAS (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) in merito al rischio di una ennesima categorizzazione dei disabili, in una cornice puramente estetica priva di prospettive di interventi trasversali ed inclusivi relativi alla salute, al lavoro, alla scuola, all’inclusione sociale.

Ecco, la parola chiave in tema di disabilità è proprio inclusione e non separazione, al fine di dare spessore e attenzione ai problemi in un quadro concettuale ampio e globale di interventi fuori da ogni settorializzazione di sorta, strategia che nel lontano passato aveva prodotto figli e figliastri, tipologie di disabilità meglio seguite mentre altre erano abbandonate o dimenticate, se non peggio segregate in istituti di vario genere.

L’ottica della settorialità del passato è quella che ha mantenuto vive le scuole con le “classi” differenziali fino alla loro abolizione, per dare spazio proprio a politiche inclusive, nel lontano 1977. Ed io, le classi differenziali, me le ricordo. Classi ipertrofiche, in genere esiliate in fondo al corridoio principale, dove trovavi un po’ tutti: “l’handicappato” e “il mongoloide”, “il terrone” e “l’ultra-ripetente”, “lo spastico” di turno e “lo scemo del villaggio”. Tutti lì, ammucchiati in un caravanserraglio di freak della società, utile solo a prepararli ad una vita di rinunce, segregazione, isolamento e umiliazione.

Ricordo che almeno la metà degli alunni di quella classe speciale veniva dal mio quartiere, figli di un sotto-proletariato che viveva di stenti, di lavori manuali, di emigrazione ed emarginazione, di qualche reato da rubagalline e di galera sicura (non come quelli che rubano milioni pubblici), università della miseria e della disperazione. Questo fino al 1977.

Poi non è che con una legge tutto cambia. Migliorano le prospettive, i progetti, la presa in carico, ma il marchio rimane di essere “speciali”, mentre si vuole solo essere sé stessi, trovare sé stessi, in una propria normalità, in mezzo agli altri normali, senza che sia qualcuno dietro una scrivania, o una segreteria di partito, o con le mani nella marmellata di soldi da “erogare”, a dover decidere chi è normale. Cosa è normale.

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