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editoriale

Olimpia: sport, politica ed infermieri

di Giordano Cotichelli

Si sono aperti i 32° Giochi olimpici dell’era moderna, per la seconda volta a Tokio; con un anno di ritardo, causa Covid. L’evento sportivo, da sempre è strumento di forza di e sui poteri economici, culturali e politici, caricandosi così di una forte valenza mediatica. Basti ricordare le olimpiadi di Berlino del 1936 o quelle di Città del Messico del 1968, Mosca nel 1980 e Los Angeles quattro anni dopo, in una disdicevole disfida fra le super-potenze della Guerra fredda. Ecco che, data l’eccezionalità e il contesto dell’evento, questi giochi non potevano essere latori di un momento, all’interno della cerimonia di apertura, dedicato alle vittime della pandemia cui è stato riservato un minuto di silenzio. Poi, fra musica, danze e fuochi d’artificio, c’è stata anche una performance dedicata all’impegno dei sanitari cui è stata riservata inoltre una piccola parte nel trasporto finale del tedoforo.

L’infermiere come indicatore sociale, anche nei giochi olimpici

La sfilata degli atleti italiani durante la cerimonia di apertura di Tokyo 2020 (foto Ansa)

Fra le varie figure scelte ci sono stati: un atleta paraolimpico, sei studenti in rappresentanza delle prefetture colpite dallo tsunami di dieci anni fa, due ex-campioni di baseball, un medico e un’infermiera. In questa occasione sono stati ricordati, per la prima volta dopo quasi mezzo secolo dall’accaduto, gli 11 atleti israeliani vittime del terrorismo durante le Olimpiadi di Monaco ’72.

Premiato anche Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006 per essersi distinto nello sviluppare il micro-credito funzionale all’economia nei paesi in via di sviluppo. Per tale motivo, Muhammad è stato soprannominato il banchiere dei poveri. L’Italia, come sempre, ha fatto la parte del leone in fatto di style, con gli atleti vestiti da Armani in una mise, un po’ ruffiana, che strizzava l’occhio alla bandiera giapponese. La solita abitudine italica di cercare sempre il tornaconto in tutte le cose, erede della grande tradizione delle repubbliche marinare e delle banche fiorentine.

Per fortuna è arrivata, a fare da contrappeso, la presenza italiana della pallavolista veneta Paola Egonu, scelta assieme ad altri sette atleti, fra gli alfieri del vessillo olimpico durante la sfilata. Un'italiana in testa a tutti, figlia di genitori di origine africana: il padre era camionista a Lagos e la madre invece faceva l’infermiera a Benin City. Insomma un pedigree di tutto rispetto, cui si aggiunge anche, per la ragazza, qualche gioiosa sfumatura arcobaleno, che di questi tempi non guasta, in tema di innamoramento. Insomma la pallavolista di Cittadella è una che può dire: Mi chiamo Paola, sono una donna, sono italiana e sono… nera e arcobaleno. Un biglietto da visita non male che potrebbe portarla a fare politica lungo una strada, già seguita da altre, con parole quasi simili. Quasi.

Insomma un’olimpiade all’insegna del pathos, dell’empatia come direbbero molti infermieri, testimone indubbia del tempo, anche per le proteste che, pure durante la cerimonia di apertura, al di fuori dello stadio, hanno reso noto il disaccordo di circa il 60% della popolazione giapponese verso questi giochi, per paura del contagio. Non a caso, per timore di un cattivo ritorno di immagine, la stessa Toyota, presente fra gli sponsor dell’evento, ha detto che non farà trasmettere spot pubblicitari durante lo svolgimento dei Giochi. Una sensibilità lodevole, specie perché espressa da un marchio automobilistico storico, famoso per avere inventato un modello lavorativo pari, se non peggiore, in termini di sfruttamento operaio, al fordismo, chiamato appunto toyotismo.

Sponsor, sport ed economia, e soldi, tanti soldi, per un mercato che ha ben poco di quel fair play invocato sempre dagli atleti, in una competizione – quella del mercato liberista - che non ha nulla di sportivo, anzi più si riesce a dimostrare di essere il più forte, maggiore è la legittimazione all’annichilimento dell’avversario, del concorrente, del nemico. Probabilmente in questo si pecca di una certa lettura alterata, da sinistro scrivano delle humane gestae, ma è necessario cercare di andare oltre l’immagine dell’evento e leggerne l’attualità stessa.

La bandiera con i cinque cerchi che vorrebbe rappresentare l’umanità intera, le sue diversità, il legame di fratellanza che la deve caratterizzare, in realtà dovrebbe essere diversa. Sullo sfondo bianco del vessillo olimpico, i cerchi non dovrebbero essere cinque, ma due, al massimo tre, dato che questa pandemia ha messo a nudo come alcuni paesi, alcune aree geografiche vivano in condizioni di estrema povertà e, nei fatti, non contino nulla: buona parte dell’Asia, pressoché tutta l’Africa ed una discreta porzione dell’America latina; continenti che questa pandemia l’hanno subita in maniera tragica.

Mentre qualcuno ciancia in Italia sul green pass e sui vaccini, milioni di persone nel mondo non hanno alcuna possibilità di vaccinarsi e quindi di resistere in una qualche maniera, alla diffusione del corona virus. E se tutto questo può sembrare un po’ troppo politico, forse non inerente alla professione, basta allora porsi la seguente domanda:

Mentre alcuni atleti privilegiati sfilano dietro le proprie bandiere nazionali, in quali condizioni infermieri, oss, medici, personale sanitario dei rispettivi paesi è costretto a tenere testa alla pandemia in nazioni in cui manca di tutto? Essere infermieri vuol dire essere e rappresentare una parte della società, in termini di lavoro e di cittadinanza, cultura e politica, sport e relazioni. Nella sostanza la globalità dell’intervento infermieristico, è questo. Non si può leggere la totalità della persona se non ci si sente partecipi e parte della totalità della società umana, in ogni suo aspetto.

L’infermiere dunque come indicatore sociale, anche nei giochi olimpici. Oltre alle testimonianze riportate prima, ce ne sono molte altre, trasportate dal tempo e che forse si avrà occasione di raccontare. Non c’è solo la mamma infermiera, collega di tutti noi, di Paola Egonu, ma c’è anche un immaginario rappresentativo legato alla pandemia che ci ha proiettati da protagonisti del contesto della società di oggi. In maniera drammatica certamente, ma ne dobbiamo e ne dovremo fare tesoro.

Ed in merito, un ultimo ed ulteriore esempio simbolico. La rappresentanza francese ha sfilato in gruppi con abiti colorati in maniera tale da rappresentare il tricolore nazionale. Qualcuno ha notato che il vestito ricordava, specie per quelli colorati di bianco, la divisa di medici ed infermieri, mentre per quelli vestiti di blu, la tuta degli operai, o addirittura gli amati sapeurs pompier, in quelli vestiti in rosso. Fantasia? Forse, ma l’omaggio alla globalità di tutti coloro che si sono spesi, e si stanno spendendo per superare questo brutto momento, è di indubbia lettura. Un omaggio da condividere per un futuro migliore.

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