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Burnout

L'empatia è in grado di generare burnout

di Arianna Caputo

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Molto spesso sentiamo parlare di "empatia", quasi la parola fosse diventata una tendenza o un modo di dire. Ma cosa si sa realmente su di essa e perché può indurre al burnout, sopratutto nei professionisti sanitari.

Cos'è l'empatia

Quindici anni di studi di neuroscienze hanno portato alla conclusione che il fenomeno si snodi in tre componenti: l'empatia emozionale, che pone al centro la condivisione dei sentimenti; l'empatia cognitiva, la quale rappresenta la capacità di riflettere sugli altrui sentimenti e di comprenderli; e la preoccupazione empatica o compassione, che è ciò che ci spinge a fare qualcosa per la sofferenza dell'altro.

Sembra che questi tre elementi, non solo siano i protagonisti del nostro vivere sociale, ma siano anche la base sulla quale costruire relazioni, talvolta intime e profonde, con le persone.

Studi di neuroscienze condotti nel 2004 e successivamente pubblicati dalla neuroscienziata T. Singer, hanno utilizzato tecniche di neuro-imaging per valutare e confrontare l'attività cerebrale di una persona che prova dolore con quella della stessa persona nel momento in cui, però, osserva soffrire un suo caro.

L'empatia, dunque, che abbiamo detto essere connessa a tali regioni cerebrali, attiva le parti affettive ed emozionali della rete del dolore, senza coinvolgere la sensazione fisica generata dallo stesso.

Io non chiedo al ferito come si senta, io divento il ferito". Walt Whitman

L'empatia cognitiva, come già detto, si fonda sulla capacità di riflettere sui sentimenti altrui e di comprendere il suo stato d'animo. Essa vede coinvolti il solco temporale superiore, i poli temporali e la giunzione tempo parietale, e compare nei bambini prima che compiano un anno, continuando a svilupparsi fino all'età adulta.

La terza componente, la compassione (o preoccupazione empatica), sembra attivare aree cerebrali ancor diverse. Si crea, in tal modo, una fitta rete di connessioni che, nel complesso, danno vita a quella che poi chiamiamo "empatia" . Tutto è rigorosamente controllato, al punto da creare condizioni patologiche qualora una delle tre componenti empatiche dovesse venire a mancare. Si pensa che quanto detto possa, infatti, essere correlato alle dinamiche che entrano in gioco nelle persone con disturbo dello spettro autistico. Alcuni studi hanno anche evidenziato come in alcuni soggetti affetti da psicopatia vi sia una correlazione tra attività cerebrale anormale ed aree associate all'empatia.

Sebbene l'empatia ci aiuti ad instaurare legami profondi e ci spinga verso la comprensione dell'altro e dei suoi stati d'animo, essa spesso viene "evitata" poiché considerata dolorosa. Infatti, se le emozioni provate generano stress o tristezza, diventa difficile "assistere in maniera attiva" alla sofferenza del'altro individuo.

Bornout come conseguenza dell'empatia

Questo accade spesso in alcune professioni, come quelle sanitarie, in cui entrare in contatto continuamente con il dolore altrui può condurre a situazioni di burnout, interferendo col corretto esercizio della professione e accrescendo nell'operatore sensazioni di inadeguatezza e di malcontento.

Ecco spiegato, dunque, il perché dell'evento che colpisce numerosi professionisti della cura, rendendoli incapaci nello svolgere il loro lavoro con entusiasmo e prontezza.

"Difenderci" dall'empatia, ciò nonostante, non costituisce la soluzione al problema. Piuttosto si rende necessario un "esercizio", una sorta di allenamento volto ad insegnare che l'empatia non deve essere vista come una continua esposizione alla sofferenza, ma come un requisito indispensabile per "costruire" una relazione di cura fondata sulla fiducia e che favorisca un outcome ottimale del paziente.

Medical Humanities e Medicina Narrativa, sembrano, in tal senso, dare un importante contributo sia ai pazienti che ai professionisti, restituendo all'empatia un ruolo fondamentale nel rapporto operatore-paziente e facendo in modo essa non sia più vista come il "rischio" di inciampare nel dolore altrui, piuttosto come la giusta opportunità in grado di garantire il successo terapeutico ed assistenziale, rendendo i pazienti maggiormente collaboranti ed aumentando l'entusiasmo e la soddisfazione dei professionisti nello svolgere il proprio lavoro.

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