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Riconoscere stress post traumatico come malattia professionale

di Massimo Canorro

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Il personale sanitario è uscito a pezzi dalla pandemia. Abbiamo colleghi sul punto di cambiare lavoro, che assumono antidepressivi o, peggio, che sono ricoverati in psichiatria. Così Mimma Sternativo, segretaria generale Fials Milano, che annuncia l’avvio di una battaglia legale, da parte della Federazione, per il riconoscimento dello stress post traumatico quale malattia professionale.

Stress post-traumatico come malattia professionale, la battaglia Fials Milano

Una battaglia legale per il riconoscimento dello stress post traumatico come malattia professionale, cosicché il personale sanitario abbia diritto non soltanto ad una assistenza adeguata, ma anche a un risarcimento economico. Ad annunciarla è Fials Milano area metropolitana che, attraverso i suoi legali, dà il via a questa complessa campagna dalla quale, nonostante le difficoltà che ci sono (e ci saranno), non intende retrocedere di un passo.

E la combattività emerge già dalle parole della segretaria generale Fials Milano, Mimma Sternativo: Non esiste professionista sanitario, nella nostra città e provincia, che non conosca qualche collega sul punto di cambiare lavoro, che assuma antidepressivi o, peggio, che sia ricoverato in psichiatria. Per non parlare delle conseguenze che il malessere psicologico, dovuto alla pandemia, ha avuto sugli equilibri familiari. Ci siamo ammalati, ora è arrivato il tempo di curarci.

Anche attraverso il corso “Guariamo insieme”, gratuito e aperto a tutti (per info e iscrizioni: segreteria@fialsmilano.it), che verte su autocura, empatia e benessere professionale, affaticamento e intelligenza emotiva, burnout (curare il burnout negli infermieri è anche tra gli obiettivi del programma “Curiamoci di chi ci cura” avviato dalla David Lynch Foundation Italia con sede a Lucca).

Tornando a Milano, emerge l’incidenza delle azioni concrete messe in campo dalla Federazione, che in merito alla rilevanza del riconoscimento dello stress post traumatico come malattia professionale snocciola alcuni dati – per rendere meglio l’idea, semmai occorresse – rimandando allo studio pubblicato dal BMC Medical Research Methodology.

Uno studio dal quale è emerso che gli infermieri, in particolar modo nel capoluogo lombardo, sono usciti letteralmente a pezzi dalla pandemia. Con numeri spaventosi, che danno la misura del dramma che si è consumato (e le conseguenze sono tuttora ben visibili).

Su 550 intervistati il 40% è infermiere. In generale, il campione tratta di personale sanitario che ha un’esperienza lavorativa di circa 15 anni (pertanto ha già acquisito gli strumenti per fronteggiare lo stress fisico e mentale a cui deve imparare a rispondere chi lavora a contatto con la malattia e alla morte). Ben 227 soggetti (37%) hanno dichiarato di assumere regolarmente farmaci per combattere l’ansia, per riuscire ad addormentarsi nonché antidepressivi. Il 10% ha iniziato a farlo dopo marzo 2020, all’inizio della pandemia. E ancora, la paura sia di contagiare i familiari sia nei confronti della propria sicurezza.

Il 19% degli intervistati ha pensato di lasciare il proprio lavoro, mentre il 35% ha sviluppato sintomi da stress post traumatico. Donne, infermieri, giovani lavoratori e soggetti direttamente coinvolti in aree Covid-19 o con un familiare infetto hanno espresso un benessere psicologico significativamente inferiore rispetto ai colleghi impegnati all’interno delle “aree pulite”. La Fials Milano non ha dubbi: Occorre che le aziende introducano corridoi e iter per mettere al centro la salute psicologica delle persone. Al contrario il sistema imploderà, anche per via del crescente abbandono della professione che – insieme alla sistemica carenza di organico – rischia di essere un problema non più aggirabile.

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