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La sindrome del Burnout, sconosciuta ai più

di Maximiliano Cotugno

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È una delle Sindromi più complesse e pericolose, nonostante tutto è sottovalutata e in molti casi ignorata. Il Burnout è strettamente correlato all’attività infermieristica e a tutte quelle professioni che predispongono all’aiuto e alla cura dell’altro. Le aziende, tuttavia, tendono ad ignorarla con danno ai singoli e alla collettività.

Sindrome del Burnout è spesso tenuta poco in considerazione e crea danni anche irreversibili

La sindrome da Burnout non è una malattia vera e propria; gli esperti la identificano come un processo stressogeno legato alle professioni d’aiuto. Il termine Burnout significa sostanzialmente “bruciato fuori”.

Burnout, cosa comporta?

Qualcosa è accaduto nella parte più intima della persona che ne è colpita e che esplode all’esterno, manifestandosi in una sindrome che genera:

  1. esaurimento emotivo;
  2. de-personalizzazione e ridotta realizzazione personale;
  3. stato di malessere;
  4. disagio.

Tutte queste condizioni portano ad una situazione lavorativa stressante e che conduce a diventare:

  1. apatici;
  2. cinici con i propri assistiti;
  3. indifferenti e distaccati dall’ambiente di lavoro.

Gli infermieri sono oggi chiamati a svolgere un’attività professionale che ha componenti sia tecniche che relazionali ed educative. Uno degli obiettivi della loro attività all’interno delle aziende sanitarie è quello di contribuire al miglioramento della qualità dei servizi nei suoi vari aspetti e, in particolare, a quella della soddisfazione dei pazienti che impegna le tre competenze suddette. Perché questo contributo possa risultare adeguato è necessario che gli infermieri, così come tutti gli altri operatori, abbiano una qualità di vita professionale adeguata.

L’infermiere e, più in generale, il professionista della salute colpito dal Burnout, ha bisogno dell’appoggio dei colleghi e dei suoi superiori per uscire dalla sindrome o per cercare di ridurne gli effetti ai minimi livelli; egli deve sentirsi protetto dai suoi superiori e apprezzato dai colleghi, deve lavorare in un ambiente in cui ci sia un clima di cooperazione, dove ognuno difende l’altro e dove tutti si aiutano a vicenda.

L’infermiere è sempre in prima linea, è quello che per prima arriva in una stanza di degenza dove c’è qualcuno che ha bisogno d’aiuto.

La società non sa che la nostra professione è cambiata negli ultimi anni:

  1. non siamo più quelli che praticano solo iniezioni;
  2. siamo quelli che pianificano, decidono e intervengono con il loro bagaglio culturale e professionale nella gestione dell’assistenza al paziente;
  3. siamo la risorsa umana primaria per un’azienda ospedaliera;
  4. siamo il perno su cui gira la giostra dell’assistenza ospedaliera ed extra-ospedaliera;
  5. siamo quelli che, fra i primi, rappresentano la qualità della professionalità ospedaliera.

Il problema principale è che a volte non siamo consapevoli di tutto ciò e soprattutto non lo sono i nostri superiori. La nostra professione è complessa e ricca di sfaccettature, ma nello stesso tempo chi dirige e coordina il nostro lavoro deve capire chi ha davanti e che importanza hanno gli infermieri nel contesto nosocomiale.

La sindrome del Burnout è un rischio della nostra professione, c’è ed è una realtà, nonostante molti operatori non la vedano o non vogliano vederla.

Molti infermieri non conoscono il Burnout, oppure sanno che esiste questo stato stressogeno del loro lavoro, ma non sono a conoscenza di come si chiami.

Il Burnout è presente in ogni reparto di ogni ospedale, chi più o chi meno ne è colpito, anche se facciamo finta di non vedere e di non sentire.

Il Burnout è una relazione che si instaura a causa di un continuo contatto con altri esseri umani che sperimentano situazioni problematiche e quindi sono motivi di sofferenza.

Cos’è in pratica il Burnout?

La sindrome da Burnout non è una malattia, ma un processo stressogeno legato alle professioni d’aiuto.

Tutte le professioni socio-assistenziali implicano un intenso coinvolgimento emotivo: l’interazione tra operatore e utente è centrata sui problemi psicologici, sociali o fisici e ciò determina tra la loro relazione sensazioni d’ansia, imbarazzo, paura o disperazione.

Le figure legate alle professioni d’aiuto sono caricate da una duplice fonte di stress:

  1. quella personale;
  2. quella della persona assistita.

Si diceva anche che il termine Burnout significa proprio “bruciato fuori”; se non si interviene gli stressor protratti nel tempo possono determinare reazioni di disadattamento che si estendono alla sfera extra-lavorativa fino a favorire l’insorgenza di quadri nevrotici e depressivi.

Quali sono gli effetti del Burnout sull’uomo?

La sindrome colpisce persone ansiose, sottomesse, deboli, che non vogliono coinvolgersi; sono persone che non riescono ad avere il controllo della situazione, vengono facilmente travolte dalla collera e non riescono a controllare gli impulsi ostili.

Il Burnout causa danni alla salute, disturbi psicologici, insoddisfazione nel lavorare e perdita dell’autostima.

Le persone affermano di essere stanche ed esauste, ci si sente tesi, non si è capaci di rilassarsi né di dormire; si soffre di insonnia o di incubi che alterano il riposo.

L’operatore prova sentimenti negativi verso sé stesso, verso il lavoro che svolge, si tiene in disparte, si isola; restando solo l’infermiere avverte di aver fallito nel proprio lavoro, si deprime e questa depressione caratterizza il crollo della sua autostima.

Il Superinfermiere

In alcuni casi l’infermiere può avvertire un sentimento di onnipotenza; assume questo atteggiamento per controllare la sua debolezza, la sua vulnerabilità. Cerca di dimostrare a sé stesso che è in grado di potersi esporre a molti rischi, sia sul lavoro che nella vita quotidiana.

L’infermiere tende a dare il minimo indispensabile, evita certi compiti o semplicemente cerca di passare meno tempo con il paziente. Cerca di impostare il lavoro come una catena di montaggio, dove le persone vengono trattate come oggetti e non come esseri umani.

Col passare del tempo tende a distaccarsi dal lavoro anche fisicamente: le pause per il caffè si allungano, l’ora del pranzo si prolunga rispetto alla norma, l’orario di uscita arriva prima.

L’allontanamento volontario dal lavoro

In alcuni casi l’individuo abbandona del tutto il campo di lavoro e cerca un impiego in un settore totalmente diverso.

In altri casi si passa in un altro impiego nello stesso campo di lavoro come nel ramo amministrativo, dove si trova più prestigio, più potere, stipendio migliore e c’è meno contatto con gli utenti.

Lo stress si riversa anche sulla famiglia

Si è irritabili e impazienti, si litiga con i familiari e i nostri cari attribuiscono la causa di tali discordie non allo stress lavorativo, ma a qualcosa che non va nella relazione coniugale.

Altri operatori si comportano diversamente, cioè si rifiutano di parlare del loro lavoro con i familiari, per proteggere la famiglia dalle spiacevoli realtà del lavoro o per proteggere sé stessi, perché non vogliono rivivere gli eventi della giornata né i sentimenti da essi suscitati.

Un impiego in ospedale, fatto di orari insoliti, turni di notte, corsi di aggiornamento, riunioni di lavoro, può ridurre la propria vita domestica e personale e le relazioni che ne dipendono.

Come limitare o prevenire il Burnout?

L’approccio oggi considerato più efficace deve essere rivolto al processo continuo di miglioramento della qualità, caratterizzato dalle scelte organizzative della sanità.

Il Burnout deriva dall’équipe in cui viene compromessa la salute e rende impossibile la relazione con l’utente e quindi l’aiuto da dare a questi, impedendo la possibilità di miglioramento continuo della qualità.

Per prevenire il Burnout è utile attivare un progetto terapeutico, attraverso un sostegno di counseling o un sostegno psicoterapeutico personalizzato che si prefigga di raggiungere quattro obiettivi uguali per tutti:

  1. ridurre, ridimensionare, eliminare le proprie aspettative rispetto al lavoro e all’apprezzamento che desideriamo ricevere dagli altri attenendosi alla realtà. È utile sapere che aspettativa è sinonimo di delusione e frustrazione;
  2. enfatizzare gli aspetti positivi del proprio lavoro ed evitare di concentrarsi su quelli negativi e frustranti;
  3. coltivare interessi al di fuori del lavoro ed evitare di portare con sé e nei luoghi al di fuori del lavoro le problematiche professionali;
  4. lavorare in compagnia, in équipe o in team, per non avvertire la solitudine e il peso dell’incomprensione e per poter dividere lo stress e le difficoltà dell’attività lavorativa.

L’intervento psicosociale, che deve essere preceduto dall’analisi istituzionale per individuare i problemi palesi e le dinamiche sotterranee che inquinano il contesto lavorativo, sarà successivamente diretto a: potenziare la creatività e le risorse operative di ciascun componente dell’istituzione (o struttura operativa) di qualsiasi livello gerarchico; favorire l’emergere dello spirito di gruppo; fare ritrovare il valore sociale dell’istituzione; valorizzare il luogo di lavoro quale occasione di costruzione sociale della realtà.

Gli individui più protetti dalla sindrome del Burnout sono dotati di una buona autostima; spesso hanno un buon sistema di appoggio sociale, dei confidenti, una rete di amici; sono persone che conservano la capacità di sorridere anche in ambiente lavorativo troppo austero od oppressivo.

In genere le tecniche di rilassamento e le attività sportive possono far ritrovare quell’energia e quell’autostima necessarie a riacquistare le proprie difese non passive: la capacità di non farsi più sottomettere, di rispettare sé stesso e le proprie opinioni, di dire “no” quando l’acquiescenza non è dovuta.

In quale parola è riassumibile la sindrome?

Se si potesse riassumere in una sola parola ciò che si sa per sconfiggere il Burnout, quella parola sarebbe equilibrio:

  1. tra dare e ricevere;
  2. tra stress e calma;
  3. tra lavoro e casa.

Dare, dare e dare finché non rimane più niente da dare, significa che l’individuo non è riuscito a ricostituire la propria scorta di energie (Maslach).

L’infermiere si aspetta un feedback positivo

L’infermiere nelle sue pratiche assistenziali desidera sapere se il suo intervento è stato positivo. È importante che il paziente sia soddisfatto ed è indispensabile sapere se il proprio intervento abbia prodotto qualche cambiamento nella condizione di colui che chiede aiuto. Un gioco di parole per dire che i professionisti della salute amano ricevere questo feedback positivo, hanno bisogno di essere gratificati, incoraggiati, apprezzati per quello che fanno.

Ma per la figura infermieristica, soprattutto in Italia, il feedback non esiste o arriva in minima parte. Questo perché la nostra figura è sottovalutata; il più delle volte, infatti, arrivano solo segnali e risposte negative. Quando le cose vanno per il verso giusto gli Infermieri ne vengono a sapere poco o niente, ma sicuramente vengono a sapere tutto quando le cose vanno male.

Parte di questo feedback negativo può essere giustificabile da errori che essi hanno commesso, ma talvolta è una strategia deliberata per accelerare il servizio da parte dei pazienti.

Se il paziente reclama a sufficienza, l’operatore lavorerà più veloce, dando l’aiuto necessario solo per tacitare i reclami.

Il lavoro dell’infermiere è dato per scontato e la nostra società peggiora la situazione, poiché pone sulle spalle degli infermieri degli standard molto elevati, difficili da conseguire e impossibili da mantenere per molto tempo.

La mancanza di un feedback positivo per un professionista come l’infermiere è come mandare giù una pillola amara. Le persone indifferenti alla nostra presenza, che non danno un feedback, che non seguono i nostri consigli e i nostri suggerimenti, ci rendono quasi disumani e proviamo verso di loro sentimenti negativi.

Se l’infermiere non riesce a portare alcun cambiamento nella vita di un paziente, se non riesce a migliorare la condizione degli altri, l’operatore può incolpare gli altri per i loro problemi, li vede come persone in difetto, non motivate a cambiare, degli esseri cattivi o deboli.

Il lavoro ingrato

Il lavoro di un infermiere rientra tra quelli definiti “lavoro ingrato”, un lavoro necessario che tuttavia appare:

  1. sgradevole;
  2. spiacevole;
  3. stressante.

La società, i cittadini, i pazienti si aspettano ed esigono che tale lavoro venga fatto e spesso affibbiano un’etichetta all’operatore, che deve essere:

  1. gentile;
  2. premuroso;
  3. calmo;
  4. paziente;
  5. rispettoso verso gli altri.

La società non dà né sostegno e né riconoscimenti, ciò rende il lavoro assistenziale doppiamente stressante, favorendo la possibilità del Burnout.

Un infermiere può fare un lavoro ben fatto, che può perfino piacergli, quando si assistono venti o trenta persone al giorno, quando questo numero sale a quaranta o più, cominciano a manifestarsi i primi segni della sindrome del Burnout.

Quando il numero di persone aumenta, il contatto tra operatore e utente viene a ridursi al minimo; si passa insieme meno tempo, si forniscono meno servizi, la persona è seguita poco o niente, cambia così la quantità e la qualità del contatto e dell’assistenza.

Alcuni infermieri, sopraffatti dalle pressioni di persone che hanno bisogno di qualcosa:

  1. si scatenano contro di loro;
  2. diventano irritati e frustrati;
  3. si arrabbiano;
  4. accusano le persone di essere colpevoli dei loro guai e della loro malattia.

Esistono altre relazioni più stressanti di quella tra infermiere-paziente, come quella tra operatore e i suoi colleghi o infermiere-superiori.

L’infermiere ritiene rilevante la qualità della sua assistenza o del suo servizio, mentre per i superiori, spesso, è fondamentale la dimensione quantitativa del lavoro svolto dai dipendenti, come il numero di clienti con cui l’operatore ha avuto contatto, il numero di azioni d’aiuto portate a termine in una giornata.

Quando sorgono dei disaccordi tra operatore e i suoi superiori, i dipendenti possono sentirsi insoddisfatti del loro impiego e sono disposti a fare solo il minimo indispensabile.

Gli infermieri sanno di aver svolto il loro compito quando il paziente è guarito, se il suo bisogno è stato soddisfatto, ma il dipendente ha bisogno anche di ricevere dai suoi superiori un feedback positivo e chiaro.

Esiste la concezione da parte dei superiori che si dà per scontato che i dipendenti debbano dare buoni servizi e assistenza; ma è necessario che essi facciano notare quando il sevizio è lacunoso.

La mancanza di fiducia nel rapporto infermiere-superiore può essere causa di tensioni; in caso di reclami da parte degli utenti, i superiori vanno prima a controllare se il dipendente abbia commesso un errore o sia nel torto e abbia seguito le procedure, invece di prendere le difese del suo operatore.

Anche chi aiuta ha bisogno di un aiuto e ciò che è più importante per un infermiere nell’ambiente lavorativo, è l’aiuto che ci si aspetta dai superiori e i colleghi; se ciò viene a mancare si perde una fonte potenziale di sostegno contro l’insorgenza del Burnout.

In poche parole

Quando gli ambienti dove agiscono gli operatori sanitari sono pervasi dal Burnout è evidente che la loro efficacia sul piano professionale cade verticalmente. Quanto più tale fenomeno viene accettato tanto più la maggior parte degli operatori tenterà di adattarvisi.

Il risultato di tutto questo è che vi è un crescente numero di infermieri con problematiche di tipo psicologico e psicosomatico.

Non possiamo modellare l’ambiente lavorativo sulle persone. Siamo noi stessi a dover modellare l’ambiente, collaborando a renderlo più vivibile nella sfera lavorativa.

L’infermiere, colpito dal Burnout, ha bisogno dell’appoggio dei colleghi e dei suoi superiori per uscire dalla sindrome o per cercare di ridurne gli effetti ai minimi livelli; egli deve sentirsi protetto dai suoi superiori e apprezzato dai colleghi, deve lavorare in un ambiente, in cui ci sia un clima di cooperazione, dove ognuno difende l’altro e dove tutti si aiutano a vicenda.

Ogni organizzazione ha il compito e il dovere di conoscere e trovare il rimedio più adatto per combattere la sindrome del Burnout.

Una volta individuate le persone con il grado di Burnout più alto, più stressate, che hanno bisogno di un aiuto psicologico, il dirigente deve utilizzare i mezzi più idonei per ridurre il fenomeno. Ciò al fine di ottenere maggiore professionalità e qualità dai suoi operatori, affinché questi diano un servizio di qualità eccellente.

È nell’interesse di ogni azienda ospedaliera o di ogni organizzazione sanitaria preservare e valutare la propria principale risorsa umana, per poter garantire un’assistenza efficiente ed efficace ai cittadini: gli infermieri sono indispensabili, meglio che a lavorare siano degli infermieri in perfetta salute!

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