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Editoriale

Sara, è anche colpa nostra

di Giordano Cotichelli

Nell’ultima puntata del talk show “Le Parole”, il conduttore, Massimo Gramellini, ha dedicato la chiusa finale della trasmissione a Sara Viva Sorge, l’infermiera morta in un incidente stradale perché, probabilmente, si è addormentata alla guida della sua auto mentre tornava a casa dopo una faticosa notte (la seconda) e dopo una serie di turni altrettanto pesanti.

Sara è vittima del brutto mondo sanitario che abbiamo contribuito a costruire

Gramellini ha fatto un bel discorso, carico di pathos e di denuncia sociale. Lui stesso si è commosso in più di un passaggio. Il rischio però è che, nonostante tutto, fra qualche giorno la morta assurda di Sara, morta sul lavoro e di lavoro, verrà presto dimenticata, pronta ad essere soppiantata (come mi ha scritto un collega):

…da una medaglia d'argento, da un goal, da un gossip...indignarsi e solidarizzare per 20 minuti non è un grosso sforzo. È un po' come la beneficienza, ti scarica un po' la coscienza e poi…si gira pagina

Una considerazione forte, specie in occasione del secondo anniversario dell’inizio della pandemia in Italia, sottolineato dal riconoscimento, da parte del Presidente Mattarella, dei sacrifici fatti da tutto il personale sanitario. Ciò nonostante, è necessario andare oltre la narrazione del dolore e chiedersi se la perdita di Sara poteva essere evitata. Se è riconducibile solo a responsabilità individuale oppure chiama in causa lo stesso sistema. In tal senso è necessario fermarsi un momento di più e farsi trasportare dal proprio vissuto professionale, per capire meglio tutto questo.

Un mondo sanitario costruito sul nonnismo gerarchico e burnout di ogni tipo

C’è stato un tempo in cui il numero di medici e di infermieri aumentava di anno in anno per favorire una migliore assistenza sanitaria. Ciò è avvenuto fino a quando, in nome del risparmio della spesa pubblica, si è bloccato tutto e piano piano i posti occupazionali si sono ridotti; e pure i letti e i reparti, mentre molti ospedali sono scomparsi. I tempi di lavoro sono peggiorati, i contratti privatizzati, la sicurezza delegata alla responsabilità individuale. Pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, il welfare italiano è stato disintegrato. E con esso chi ci stava dentro. Sempre più spesso ci si è trovati a fare un salto riposo di più, ad accumulare straordinari, e centinaia e centinaia di ore di recupero che sarebbero state irrimediabilmente perse. Ci si è ritrovati a fare, da soli, lo stesso lavoro di due, tre o più infermieri. All’inizio si è pensato a qualcosa di momentaneo. Ad una fase di passaggio che presto sarebbe rientrata. Ad un peggioramento facilmente recuperabile. Poi, prima ancora di capire che era troppo tardi, ci si è fatta l’abitudine.

Così, quando arrivava una collega nuova si tirava un sospiro di sollievo perché c’era qualcuno che finalmente ti permetteva di recuperare un po’ di ferie arretrate. E se si lamentava era facile risponderle che all’inizio è difficile per tutti. Sapessi le notti in più che ho fatto io!, quasi sembra di sentirlo un qualsiasi collega, rivendicare il proprio brutto vissuto, come se questo togliesse la pesantezza di un brutto lavoro da far gravare sul novellino di turno. Invece di difendere la qualità del lavoro, e dell’assistenza, siamo riusciti a sviluppare un nonnismo gerarchico e militare pronto a rovesciarsi sopra gli ultimi arrivati. Un nonnismo fatto di salti riposo, festività da fare, turni doppi, tripli, e insopportabili carichi di lavoro, e molto altro ancora da scrollarsi di dosso per caricare la vittima di turno la quale, si sarebbe comportata alla stessa maniera nei confronti di un ultimo su cui scaricare il proprio fardello.

Di questo mondo cui non abbiamo avuto il coraggio o la capacità di opporci, dobbiamo chiedere scusa a Sara perché ne siamo tutti responsabili

E se c’era qualcuno che non accettava questa miserabile guerra fra poveri, la risposta tipica era: È stato sempre così. Oggi tocca a te, domani a qualcun altro. E così giorno dopo giorno ci si è abbruttiti in un egoismo di fondo in cui il massimo dell’espressione collettiva che si potesse manifestare era qualche rivendicazione corporativa, utile a raccattare briciole di diritto. Ma in realtà non è stato sempre così. Gli ospedalieri degli anni ’70 hanno lottano per un lavoro ed un sistema migliore. Poi però è finita lì. Quelli che sono venuti dopo, la generazione successiva, la mia generazione, non hanno fatto niente di più. Anzi, niente di niente. Pezzo dopo pezzo, salto riposo dopo salto riposo, ci si è appiattiti sulla ricerca disperata di un proprio piccolo angolo di paradiso, da contendere a colpi di mobilità interna, master inutili, ruffianerie e burnout di ogni tipo. Pezzo dopo pezzo è stato edificato il brutto mondo sanitario che ha stritolato Sara, e molte altre colleghe, e che continuerà a togliere anni ed anni di salute a lavoratori ridotti allo stremo che non sperano neanche più in mobilità interne perdute o in pensionamenti inarrivabili. Di questo mondo cui non abbiamo avuto il coraggio o la capacità di opporci, dobbiamo chiedere scusa a Sara perché ne siamo tutti responsabili.

NurseReporter

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