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Patologia

Burnout, riconosciuta la sindrome degli operatori sanitari

di Silvia Ancona

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È un disturbo associato all'occupazione o alla disoccupazione strettamente correlato alle professioni d'aiuto, come infermieri, medici e oss, continuamente a stretto contatto con persone che vivono stati di disagio e sofferenza. Da oggi, il burnout, è stato riconosciuto e formalizzato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità come una sindrome diagnosticabile mediante i sintomi di spossatezza, esaurimento mentale e fisico, calo di energie, isolamento dal lavoro, negatività o cinismo.

Oms: inserito il burnout nell'International Classification of Diseases

Burnout negli operatori sanitari

Il termine inglese Burnout significa "bruciato fuori" ed esprime con un'efficace metafora il bruciarsi dell'operatore e il suo cedimento mentale e fisico

Migliaia di persone oggi sono frustrate, ossessionate e frastornate dai ritmi lavorativi, tanto da ammalarsi di stress. 

Complici i progressi in ambito tecnologico che rendono i lavoratori reperibili in qualsiasi circostanza, impedendo loro di "staccare la testa" dal lavoro. Questa condizione di stress lavoro correlato, definita Burnout, colpisce l'aspetto psicofisico del professionista rendendolo emotivamente instabile e, se non risolta, può favorire l'insorgenza di quadri depressivi e nevrotici.

A fronte di questa consapevolezza, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto ufficialmente il Burnout come sindrome occupazionale e, stando a quanto riferito dal portavoce Oms Tarik Jasarevic, è stata inserita nella nuova Classificazione ICD, ovvero nella Classificazione Internazionale delle Malattie e dei problemi correlati, che uscirà aggiornata a gennaio del 2022.

L'Oms tiene a specificare che non è una condizione medica, sebbene possa essere curata, ma un fenomeno occupazionale e quindi strettamente legato alla condizione lavorativa, pertanto non dovrebbe essere applicato per descrivere esperienze negative in altri contesti.

In particolare, quello del Burnout, è un rischio a cui le professioni socio-assistenziali sono più soggette in quanto implicano un intenso coinvolgimento emotivo da parte sia dell'operatore che dell'utente.

Gli operatori sanitari, ad esempio, ogni giorno stanno a stretto contatto con persone che vivono forti stati di sofferenza instaurando con loro relazioni di cura e mettendo così in gioco i propri sentimenti e le proprie emozioni. È però frequente riscontrarlo anche in quelle occupazioni che richiedono una forza lavoro iperattiva e iperconnessa. Un altro fattore di rischio è il genere femminile, più soggetto a riscontrare questo tipo di disturbo.

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