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Burnout

Fare burn-in per non cadere nell'esaurimento emotivo

di Redazione

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Quando pensiamo alla professione del medico, dell’infermiere, dello psicologo, pensiamo in modo generico alla professione di aiuto. Seppur questa definizione sia calzante - e se vogliamo anche gratificante per il professionista e rassicurante per il paziente - ci pone già in un’ottica che può essere facilmente fraintesa.

Burnout, la sindrome che deteriora chi si prende cura

Per l’analisi transazionale (teoria psicologica di E. Berne) uno dei principi fondamentali ai quali è importante tendere, sia come professionisti sia come pazienti, per salvaguardare la propria salute mentale è il principio dell’okness.

Con questo principio si parte dal presupposto che tutti gli esseri umani abbiano pari dignità e che la relazione tra il paziente e il professionista deve essere paritaria. Si lavora con il paziente e non sul paziente.

Spesso succede che all’inizio degli studi e all’inizio della professione si parta dall’idea di voler “salvare” il mondo… una spinta magnifica e piena di aspettative, che tuttavia, se nel corso degli studi o nei primi periodi dello svolgimento della professione non si ridimensiona, diventa un potente fattore di rischio per la sindrome del burnout.

Alcune persone pensano che i dottori e le infermiere possano rimettere le uova strapazzate di nuovo dentro il guscio (Dorothy Canfield Fisher)

Il burnout viene normalmente definito come una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e di ridotta realizzazione personale, che può insorgere in coloro che svolgono una qualche attività lavorativa “di aiuto”.

Uno stato di malessere, di disagio, che consegue ad una situazione lavorativa percepita come stressante e che conduce gli operatori a diventare apatici, cinici con i propri “clienti”, indifferenti e distaccati dall’ambiente di lavoro.

In casi estremi tale sindrome può comportare gravi danni psicopatologici (insonnia, problemi coniugali o familiari, incremento nell’uso di alcol o farmaci) e deteriora la qualità delle cure o del servizio prestato dagli operatori, provocando assenteismo e alto turnover.

Cause del burnout

Perché “viene” il burnout? Esistono una serie di fattori concomitanti che possono portare allo sviluppo della sindrome; fattori soggettivi e fattori oggettivi (come approfondito da Tullio Tinti nel suo articolo “Cause e strategie di prevenzione del burn-out”).

La componente soggettiva dello stress (stress legato al burnout) è quella che determina quali stimoli verranno percepiti come stressanti e l’intensità della reazione a tali stimoli. Fanno parte di questa componente le caratteristiche della personalità, le aspettative professionali, lo stress non professionale (cfr. Bonino, 1988).

Ciò che non deve sfuggire è che la prevenzione del burnout è in parte una responsabilità del singolo operatore ed in parte un dovere dell’organizzazione.

Nel prevenire il burnout l’operatore ha in parte delle responsabilità verso sé stesso, verso gli utenti, verso i colleghi, verso i superiori. Dal canto suo l’organizzazione ha il dovere di riconoscere gli operatori a rischio già in ambito di selezione (prevenzione primaria) (Levrero, 1988)

Burn-in, prima del burnout

In meccanica (ambito dal quale abbiamo mutuato anche il termine “stress”) il Burn-in è il processo al quale sono sottoposti i componenti di un sistema prima di essere messi in servizio (e, spesso, prima che il sistema sia stato assemblato completamente con quei componenti).

L'intenzione è di individuare quei particolari componenti che si guasterebbero durante la parte iniziale, ad alto tasso di guasto.

Con questo termine facciamo riferimento a quella parte di prevenzione primaria che riguarda l’utilizzo da parte dell’operatore del ruolo del salvatore.

Durante il lavoro sul campo spesso ho incontrato operatori che si affezionano ai pazienti tanto da vivere un vero e proprio lutto nel momento della dimissione o nel momento della morte, operatori che hanno contatti telefonici o personali con i pazienti fuori dall’orario di lavoro (per es. andare a trovare la persona in reparto fuori dal proprio turno, oppure se viene trasferito recarsi nella struttura dove non si presta servizio), operatori arrabbiati con i parenti del paziente, perché li considera non efficienti o poco affettivi, operatori che portano a casa i pazienti delle comunità per Natale o Pasqua.

Guardandoli da fuori questi eventi sembrano essere gesti di grande dedizione al lavoro e di grande umanità.

In realtà l’operatore “molto coinvolto emotivamente” ha verosimilmente assunto il ruolo del salvatore così che l’ispirazione salvifica è una componente essenziale per chi opera nel disagio e in qualche misura alimenta ogni forma di relazione di aiuto.

Questa ispirazione, tuttavia, non è priva di problemi e di aspetti finzionali. Il momento più pericoloso è quando l’intento solidale si esaurisce nelle intenzioni e rimane impigliato nelle secche di una generosità incompetente, non pienamente consapevole e incapace di tradursi in un rapporto autentico e - come lo definisce Karpman - nella descrizione del triangolo drammatico (Riv. Psic., “La finzione del Salvatore nelle relazioni di aiuto”, Arcolini, 2011).

In altre parole, la persona nel ruolo del Salvatore non si pone il problema del reale bisogno dell’altro, poiché è preoccupato di sé stesso, ha bisogno di “farsi un credito” di fronte a sé stesso e di fronte agli altri (“quanto sono generoso”).

L’aiuto offerto è dunque un’occasione di guadagno personale, di arricchimento morale e sociale e questo gesto d’aiuto così sproporzionato viene eseguito non per il soggetto che si ha di fronte e per il suo reale bisogno, ma per sé stessi.

In tal modo la finzione (inconsapevole) viene utilizzata come strumento compensatorio di un sentimento di inferiorità e di bassa autostima verso finalità di elevazione e/o affermazione personali fittizie, senza uno scopo reale di aiuto.

Se leggiamo le situazioni di disagio presentate dalle persone che svolgono una professione di aiuto con questa chiave di lettura, i ruoli assunti appaiono evidenti:

  • la passione salvifica
  • la rabbia del persecutore
  • la tristezza della vittima

In questi tre ambiti possiamo inserire i sintomi del burnout.

Come prevenire la sindrome del burnout

Leggendo in quest’ottica la sindrome del burnout, vediamo come possiamo prevenire in modo efficace e significativo la sindrome andando a fare un’analisi preventiva dell’operatore durante tutta la sua formazione in modo da impedirgli di entrare nel ruolo del salvatore.

Come per il burn-in delle parti meccaniche vedo possibile analizzare chi ha la tendenza ad entrare nel ruolo del salvatore per prevenirne l’assunzione del ruolo almeno in ambito lavorativo.

Viene da sé che non tutti gli operatori che svolgono professioni di aiuto entrano nel ruolo del salvatore, ma è verosimile che lo abbiano fatto coloro che sono andati in burnout (purtroppo non esistono ricerche in merito a questo).

Dott.ssa Stefania Stellari, Psicologa-psicoterapeuta

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